A svariati metro-minuti di profondità temporale: lo sposo nuziale.

A svariati metro-minuti di profondità temporale: lo sposo nuziale

Il viaggio era iniziato tra i confini sfumati di un sogno condiviso. Ora, io che sono la guida di questo gregge composto da un filosofo-allocco, un cane-architetto e un artista avvolto solo dalla sua nudità, io, il pastore-caprone, mi rivolgo a te entità sconosciuta che leggi queste righe. Tu sei nel futuro, e quando rileggerò queste parole anche io sarò collocato sul medesimo piano del tempo: tu sei la nostra porta per accedere al piano inenarrabile del Reale ma la fatica per superare la soglia deve essere consumata sotto gli auspici di un sacrificio umano, da consumarsi tra queste sillabe e queste lettere. Le parole dovranno grondare sangue e lo faranno sotto lo sguardo infiammato di Cibele.

Mi permetto comunque di rubarvi le parole di bocche: «Perché un pastore? Qual è il filo rosso su cui balla la coerenza di questo gruppo strampalato?»

Fateci caso, mentre io vi parlo, o meglio, mentre leggete mentalmente delle combinazioni di segni, sì da evocare un discorso fittizio in cui un’entità sembra che vi stia parlando a tu per tu, ecco, proprio in questo momento è come se poteste vedermi camminare con passo deciso, lungo un sentiero circondato da muri a secco. Non servirà darvi ulteriori dettagli attraverso queste cose schifose che si chiamano “parole”, basterà citare la campagna, estrarre dagli arbusti i suoni dei grilli e imprigionare nella vostra mente il chiaro di luna per far sì che il paesaggio si costruisca da solo nella vostra camera delle meraviglie chiamata mente.

Francesco Gugliotta, il pastore, 2021, Collage. Courtesy l’artista.

Ma sto divagando: perché questo viaggio necessitava di un pastore? Nei miei spostamenti si rinnova ciclicamente, da tutta l’eternità, la viscosa transumanza della geometria del potere: il pastore è il vettore della forza magica che crea i confini, è il pastore a stabilire quale limite debba essere valicato e quale deve chiudersi ermeticamente al desiderio degli uomini. Quando il mio piede solca un terreno, i rigogliosi frutti di Gea incontrano i succhi gastrici che li consumeranno.

I miei occhi sono gli occhi della Dea, dove il mio sguardo si posa lì la Dea sceglie di riposarsi, dove la mia schiena incontra Orfeo lì la Dea benedice il mio giaciglio. Sono le mie mani ad appiccare l’appetito di Agni, le mie mani generano il frammento di luce che consuma le vesti di Flora e perseguita in ogni dove le tribù ferine tremanti di paura. Sono sempre io ad aver per primo adoperato il bastone al fine di erigere la società: una comunità di bestie, è vero, ma una comunità forgiata come prototipo del paradiso degli animali ossia il recinto dove pasce l’umanità. Lo si sarà compreso: il mio ruolo qui è quello di rappresentare l’immagine del Potere e di svelare la sua originaria fame di spazio. Se i metri sono il bestiame divino, la sintassi è il suo pastore e io sono sintassi pura!

Quando sono stato sognato dall’Artista e di riflesso mi sono ritrovato ad attendere l’arrivo del Filosofo e dell’Architetto, compresi da subito il mio scopo: condurli al cospetto della Dea per donargli un nuovo sposo ma costui si trovava molto lontano, molto al di là… anzi, molto al di sotto. Viaggiare nel tempo significa scavare lo spazio, bisogna infatti vedere il primo come lo sviluppo stratigrafico del secondo e così il passato non si nasconde alle spalle dell’attimo presente ma si abbarbica nelle profondità che ne sorreggono la superficie. Un minuto è un metro di profondità. Il mio dono per la Dea si agitava a 177652​800 metro-minuti di profondità e rispondeva al nome di Isaac Newton.

Mentre vi parlo lui si trova sul betilo ricavato da un singolo monolite, che io stesso ho posto difronte all’effige della Matrona. Sono stato io a condurlo lì dove si trova, prima che il Filosofo e l’Architetto mi raggiungessero nella piazza principale della città. Nessuno sa quello che ho fatto, né si aspetterebbero mai di trovarsi difronte alla scheletrica e longilinea immagine del Padre della Scienza così come oggi gli uomini delle terre femminee e tramontanti la intendono. A dire il vero ho agito seguendo gli impulsi in me generati dai gemiti divini ma se mi mancava il quadro generale avevo ben chiaro il motivo per cui, nella lastra di pietra accanto all’altare avevo lasciato un muto quanto espressivo coltello.

In pochi sanno che l’immagine di Newton è come la luna: dietro la faccia illuminata, quella invitata ad ogni gran ballo di corte della Laicità, vivacchia in modalità parassita il volto buio della vergogna. Questo stramaledetto padre del triste e magnifico occhio della Scienza si ingozzava di mercurio, sniffava vapori tossici e assaggiava tinture mefitiche, tutto questo era praticato dallo stesso autore dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, ma si sa: quando si invecchia si incontra la saggezza, peccato sia troppo tardi per portarla nel letto nuziale.

Quando ero giunto, scavando, nello strato temporale a svariati milioni di metro-minuti di profondità, lo vidi nel suo studiolo in preda alle convulsioni: le mani contorte, gli occhi spalancati e la bocca collegata al naso da un rivolo di sangue. Tremava quel maledetto pazzo demiurgo, il creatore del Cielo e il ricollocatore della Terra stava lì rigido come un ulivo rugoso e annaspava nella sua stessa follia. Avrei potuto godermi la scena ancora a lungo, vedere un dio che si appresta a morire non capita tutti i giorni. Purtroppo la buona riuscita della mia opera si giocava sul rasoio millimetrico della tempestività.

Afferrai con decisione la carne di quell’uomo e subito ebbi la visione squarciante di una stanza nel buio popolata da un anonimo individuo che si accingeva a mescolare gli ingredienti della bevanda del risveglio, il Ciceone. Era l’Artista! Per lo strano rapporto di gemellaggio istituito dalle somiglianze, in qualche modo che non riesco a spiegarmi, l’esperienza di Newton che trafficava con i suoi ingredienti alchemici si era connessa con la ricerca estetica di un artista insoddisfatto: se non vi avessi avvertito circa la vera natura del Tempo, potremmo dire che il mercurio, spalancando la mente di Newton lo stava catapultando nel futuro e che io, in quanto immagine di quel tempo futuro, ero il veicolo di transito necessario affinché questo viaggio potesse compiersi davvero senza esaurirsi in una sbornia da intossicazione. Infatti, appena toccato il corpo di Newton, entrambi ci ritrovammo al cospetto della Dea, la sua Immagine circondata da bestie feroci era lì a fissarci terribilmente. Sentivo il profumo dei suoi lombi, fragranza che presto si inacidì riempendo le mie narici di una promessa di morte se non avessi portato a termine il mio compito.

Ed eccomi dunque a trascinare una grossa pietra piatta e a porla a fianco del betilo sacro della Dea. Eccomi lì a trascinare il dio-scienziato e ad incatenarlo ritto sul palo divino. Dalle tasche dei pantaloni estrassi la fredda lama e la lasciai sull’altare a riposare.

L’uggiosa e corrucciata espressione di Urano accompagnava mestamente il procedere di due figure lungo tortuose e stanche strade di campagna. Li sentivo, si stavano avvicinando Nella terra del Sole occulto il paesaggio muta velocemente pur rimanendo uguale: dalle dolci timpe grigiastre, pian piano ho sentito venir meno la prima persona le cui comunità tribali sono state temprate dallo scorrere impetuoso e incerto di cento fiumare, perso l’“Io”, il Pastore divenne oggetto del segreto destino dei tre arrampicate alle dolci colline se sveglia è l’ancella della memoria ricoperte di vegetazione l’occhio mentale avrà notato che l’epilogo di questo incanto corrisponde all’inizio del viaggio ora smeraldina, ora giallastra, È il cerchio che si chiude per essere spezzato dalle linea dritta dello sviluppo narrativo si può precipitare nel cielo di nebbia che custodisce le altezze di palazzi naturali ma prima di chiedervi dove andremo a parare, a quali spettacoli gli occhi del pastore, del filosofo, dell’architetto e dell’artista dovranno assistere e di catene d’ossa generate dovreste domandarvi chi si sta rivolgendo a voi dietro queste righe dal fuoco. Le due figure si muovevano goffamente per il freddo.

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