La grande opera e il primo gradino: il Sapere

Cover Francesco Gugliotta
Categoria Angolo Morto

La grande opera e il primo gradino: il Sapere

“Si deve Sapere per Osare.
Bisogna Osare per Volere.
Occorre Volere per avere l’Imperio.
Tacere si deve per Regnare.”
E. Levi, Il Rituale dell’Alta Magia, trad.it, a cura di C. De Rysky, Atanòr, 1916, p.15.

La menzogna contemporanea: la fine della Storia.

Con urbanismo magico si è inteso creare una categoria concettuale per afferrare la peculiarità di attrattori temporali che contraddistingue questi assurdi artefatti magici chiamati “città” e, più in generale, ciò a cui ci riferiamo con la parola “società”. Abbiamo dato per scontata la definizione di Magia, in effetti però questa parola evoca una molteplicità di elementi difficilmente sintetizzabili. Pertanto: cosa è la magia?

È, potremmo dire, la scienza della volontà: quest’ultima non va però intesa in un’accezione claustrofobica che la relegherebbe a mera espressione della psiche individuale; la volontà è ciò che pone in relazione una forza con un’altra forza, si potrebbe dire, con una metafora – poiché solo con metafore possiamo addentrarci in questo argomento -, che gli impulsi, le forze, sono i nodi di una vasta rete i cui collegamenti sono appunto varie espressioni della volontà. La magia è pertanto la capacità di controllare questi nodi mediante la capacità di influenzare i flussi relazionali, appunto le volontà, che mettono in contatto ogni nodo l’uno con l’altro. Per operare sul tessuto della volontà bisogna creare ciò che nella magia pratica è chiamato “catena magica”.

Formare una catena magica è far nascere una corrente di idee che produce la fede e trascina un grande numero di volontà in un cerchio stabilito di manifestazioni attive. Una catena ben formata è come un vortice che seco trascina e travolge ogni cosa.1

Le società sono le risultanti, le manifestazioni attive, di una grande catena magica che noi, uomini civilizzati e moderni, chiamiamo “Storia”. La ricostruzione di questa catena magica e la sua conseguente distruzione è il senso specifico del nostro viaggio all’interno di questo strano binomio denominato “Urbanismo Magico”. Bisogna guardare al senso comune presente così come gli gnostici più feroci guardavano al Dio dell’Antico Testamento: essi vedevano in YHWH un malvagio demiurgo ingannatore, un dio minore che ha imprigionato gli esseri umani nel mondo ultra-materiale e li ha allontanati dal loro vero Padre, il Dio alieno al di là del mondo. Il liberismo e i suoi principi sono qualcosa che non è sempre esistito e che non sempre esisterà: per liberarcene dovremmo tendere le orecchie e affinare i nostri sensi, perché i semi della verità di celano negli aspetti più secondari del mondo che il Demiurgo liberista ha fabbricato per imprigionare le nostre menti. Alla fine di questo percorso avremmo raccolto le armi in grado di sabotare la Macchina da Guerra Globale.

La microstoria dell’Occidente.

Francesco Gugliotta, 2021. Courtesy l’artista

C’è da tremare all’idea di alcuni buontemponi secondo cui la storia sarebbe finita: tremare dal riso, non di paura. La Storia, quella grande narrazione con cui il nostro immaginario viene programmato entro le mura carcerarie dell’istituzione scolastica, semplicemente non esiste o se esiste è un semplice assemblaggio dell’inutile. Innanzitutto: la Storia occidentale è una microstoria, una inezia rispetto alla grande Storia che la geologia e le scienze preistoriche hanno costruito nel corso degli ultimi due secoli: questa microstoria della civiltà occidentale è una rete concettuale prodotta ai fini di giustificare la potenza sopraffattrice della nostra civiltà, europea prima e atlantica poi. Un rituale volto a costruire “il grande gibbone” per affidargli le redini del mondo e il comando degli esseri senzienti.

Nonostante l’archivio di conoscenze “scientifiche” sul passato dell’essere umano possa già vantare un’età plurisecolare, le sintesi esplicative atte a spiegare le strutture originarie del passato umano, come e perché siano nati la società, il potere e la disuguaglianza sociale, non vanno molto al di là rispetto agli esperimenti mentali di Rousseau circa lo Stato di Natura e agli assunti del contrattualismo hobbesiano. Queste ultime posizioni sono state totalmente mistificate ma non possiamo al momento dilungarci sulle modalità con cui tali fraintendimenti siano sorti.

Sul piano del Discorso – ossia quella porzione dell’immaginario che può essere detta perché nota all’essere umano –, dopo l’annunciato crollo delle ideologie e dunque la fine della contrapposizione polare tra l’imperialismo economico e guerrafondaio della democrazia statunitense e l’imperialismo stalinista, nell’Occidente è rimasto attivo il discorso prodotto dal paradigma economico neoliberale e dai suoi avatar empirici, le democrazie occidentali. Il neoliberalismo, questo sinolo economico-politico, che si fonda sulla Stato di legalità, è andato naturalizzandosi dopo il processo di decolonizzazione degli spazi del cosiddetto terzo mondo e ha raggiunto la fioritura con l’inizio dell’anonimo imperialismo economico concretizzato dalla globalizzazione dei mercati. Si definisce “naturalizzazione” quella strategia discorsiva in base a cui lo stato di cose presente non è più inteso come una “positività” (ossia un qualcosa che dipende dall’uomo) ma come una componente facente parte della struttura del reale, un che di oggettivo e dunque indipendente dall’uomo poiché costituisce in sé e per sé la natura di quest’ultimo.

Il processo di “naturalizzazione”: ossia la chiusura ermetica delle epoche culturali.

Ciò che noi chiamiamo “Presente”, non è altro che il sistema di relazioni, il complesso di volontà, dentro cui siamo immersi. Il Presente non è dunque assoluto.

Ogni sistema di relazione tende a naturalizzarsi sotto l’impulso all’autoconservazione, ciò accade nel momento in cui il sistema avverte il pericolo costituito dal suo imminente “tramonto”, l’angoscia generata dalla consapevolezza dell’essere superato dall’Altro, inteso come l’Altro storico, l’avvenire che giunge per “chiudere” il presente nel passato. Nel corso della seconda metà del Novecento, il discorso escatologico è riapparso con forza, come un dispositivo narrativo entrato nel Discorso portando con sé la notizie della “Fine della storia”.

L’avvenire, inteso come “progettualità” e missione dell’umanità, parola guida che ancora condizionava lo studio della preistoria ai suoi albori, scompare insieme a quella stessa umanità che doveva realizzarlo. Da un certo punto in avanti, in luogo della progettazione del futuro subentra la conservazione del presente tramite la solidificazione spaziale del passato, la cui immagine, così oggettivata, può mostrarsi come metafora e veicolo propagandistico delle “radici” dell’attualità.

Il tribunale eretto nella seconda metà del xx secolo contro l’eurocentrismo caratterizzante la narrazione della “prima” preistoria (la fase aurorale del discorso scientifico sulle origini dell’essere umano e della storia) non ha comunque “cancellato” i limiti epistemologici delle scienze preistoriche e la nostra conoscenza attuale sembra solo cresciuta rispetto alla quantità e qualità dei dati raccolti dai punti d’osservazione, ossia le diverse discipline ausiliari del discorso preistorico, ma non rispetto alla conoscenza generale dell’oggetto chiamato Preistoria.

La Geschichte anteriore alla Scrittura, ossia quel tempo in cui non è possibile accedere a nessuna forma di registrazione dell’esperienza e della realtà, ricostruita dall’Archeologia facendo fronte ad una complessità che è stato possibile fare emergere grazie al progresso tecnologico e teorico, non ha ancora una rappresentazione altrettanto complessa nell’Historie. Nonostante l’archeologia e l’antropologia abbiano offerto “prove schiaccianti che cominciano a delineare un quadro piuttosto chiaro degli ultimi quarantamila anni della storia umana” 2, l’immagine della Preistoria appare ancora “troppo” umana, nel senso di eccessivamente parziale, occidentale e dunque spesso propensa a narrare la storia del genere Homo attraverso le formule epiche e i toni meravigliosi propri dei grandi inizi.

Si è ad esempio convinti che, per gran parte della sua storia, il genere umano abbia vissuto in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, spazzati via dalla preistoria dalla rivoluzione neolitica, ossia dall’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento e dalla conseguente e necessaria urbanizzazione a seguito del surplus produttivo e al relativo aumento demografico. Si crede che questo processo abbia condotto alla cessazione di un’esistenza “armonica” e che, conseguentemente alla creazione della proprietà privata, gli individui si ritrovarono imprigionati dalla società, controllati da una élite che governava i loro corpi e le loro vite ed esercitava il potere presentandosi come garante di un modello di relazione ambientale efficace. I sessi furono divisi, gli uomini costretti a lavorare e le donne relegate ai lavori di cura, il genere umano si era in un certo senso ingabbiato da solo ma attraverso questo sistema “sicuro”, seppur dispotico, era riuscito a padroneggiare la natura.

Francesco Gugliotta, 2021. Courtesy l’artista

Le ragioni del “vivere in società” possono essere illuminate secondo tre direttrici: assumendo il punto di vista del marxismo, che vede nell’apparire della società l’inizio dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, l’alba della storia sarebbe caratterizzata dalla lotta di classe e dal protagonismo delle strutture economiche; dismesse le lenti marxiste, la nascita della società è spiegabile secondo i principi del funzionalismo di Durckheim, secondo cui gli uomini hanno creato società gerarchicamente ordinate perché era vantaggioso ai vari gruppi in gioco. È infine possibile proporre una narrazione che intrecci le due posizioni. In ogni caso, tutti e tre gli indirizzi sono concordi nel pensare che la vita in società abbia significato la perdita dell’innocenza paradisiaca dello “stato di natura”, secondo questo macro-discorso, che tenta di chiarire la nascita delle società entro i confini delle grandi città, “la cultura” e la società che le corrisponde è una seconda natura, un ulteriore piano d’esistenza in cui solo gli animali-uomini hanno accesso come ad un secondo habitat.

La società, intendendo con ciò i gruppi complessi che vivono in un agglomerato urbano con delle strutture, secondo il Discorso contemporaneo ha implicato l’inizio della divisione degli uomini in classi, della separazione dei sessi e della sottomissione della donna nei confronti dell’uomo, ha implicato peraltro la nascita di una élite, la cui gestione monopolistica del potere e del sapere ha permesso una “semplificazione” delle dinamiche relazionali dei grandi gruppi di individui. In questa mitologia sulle origini, c’è dunque un forte contrasto tra l’io-individuale e l’io-collettivo, conflitto generato dall’abbondanza di risorse conseguente alla rivoluzione agraria del Neolitico: il primo, l’io-individuale è come se fosse un centro di autenticità, oscurato dall’opacità dell’io-collettivo, il quale necessità di un vertice di comando che controlli l’irruenza e l’impulsività degli io-individuali. La nascita del potere dei pochi, il governo – guarda caso – dei migliori, è stato un costo inevitabile, un male necessario, il sacrificio imprescindibile del progresso in vista dell’emancipazione umana, minacciata dalla grinfie di quella cattiva matrigna chiamata “natura”.

Pagando questo prezzo, si dice nel discorso contemporaneo sulla preistoria, l’umanità ha iniziato il proprio cammino verso i diritti universali e le potenti e sofisticate tecnologie prodotte dalla forza della modernità e poco importa se tutto questo è stato possibile con una sempre più ampia sclerotizzazione delle disuguaglianze sociali, esse dopotutto sono l’inevitabile corollario della vita sociale in gruppi molti ampi, ogni io-collettivo è dunque inevitabilmente caratterizzato dalla disuguaglianza.

Le scienze sociali dominanti oggi sembrano voler rafforzare questo senso d’impotenza. Quasi ogni mese ci troviamo davanti a pubblicazioni che cercano di proiettare sull’età della pietra l’attuale ossessione per la distribuzione della proprietà, e ci spingono a una falsa ricerca di “società ugualitarie” definite in termini che ne rendono impossibile l’esistenza al di fuori di qualche minuscolo gruppo di cacciatori-raccoglitori (e forse neanche in quelli). 3

Oggi, la politologia, la biologia e la psicologia e soprattutto l’econometria, producono i loro enunciati a partire dal mito della disuguaglianza che abbiamo appena delineato. Questa narrazione è stata costruita da un triangolo epistemico “anti” umanista (che cioè rinuncia ai presupposti “umani, troppo umani” dell’umanesimo romantico dei filologi tedeschi del primo Ottocento), composto dall’Archeologia, dalla Paleoantropologia e dall’Ecologia. Graeber e Wengrow mostrano ad esempio come anche molti archeologi contemporanei continuino ad essere accecati dalla possibilità di trattare le popolazioni attualmente ai confini del modello occidentali come finestre preistoriche attraverso cui guardare per trovare la risposta dell’origine delle disuguaglianze sociali.

In The creation of inequality (2012), Kent Flannery e Joyce Marcus impiegano circa cinquecento pagine di studi etnografici e archeologici per cercare di risolvere il mistero. L’aspetto curioso del libro di Flannery e Marcus è che tutti gli aspetti davvero cruciali della loro ricostruzione delle “origini della disuguaglianza” si basano su osservazioni relativamente recenti di raccoglitori, allevatori e coltivatori su piccola scala, come gli hadza della Rift valley in Africa orientale o i nambikwara della foresta pluviale amazzonica. Le descrizioni di queste “società tradizionali” sono trattate come se fossero finestre sull’era del paleolitico o del neolitico. Il problema è che non è affatto così. Gli hadza e i nambikwara non sono fossili viventi. Sono in contatto da millenni con stati agrari e imperi, razziatori e mercanti, e le loro istituzioni sociali si sono formate in seguito ai tentativi di trattare con loro o di evitarli. Solo l’archeologia può dirci se hanno qualcosa in comune con le società preistoriche. Anche se Flannery e Marcus offrono molti spunti interessanti su come potrebbero nascere le disuguaglianze nelle società umane, non ci danno molte ragioni per credere che le cose siano andate realmente così. 4

Il problema che sorge è dunque il seguente: in un quadro disciplinare entro cui l’archeologia rappresenta il crinale, il trait d’union, tra le scienze “naturali” umane e le scienze naturali propriamente dette, una mole sempre maggiore di dati sembra contraddire il comune sentire espresso nei discorsi sulla preistoria.

Gli autori moderni tendono a usare la preistoria per riflettere su problemi filosofici: gli esseri umani sono sostanzialmente buoni o cattivi, collaborativi o competitivi, ugualitari o gerarchici? Quindi tendono a scrivere come se per il 95 per cento della storia della nostra specie le società siano state in larga misura sempre uguali. Ma quarantamila anni sono un periodo lungo, lunghissimo. Sembra altamente probabile, e le prove lo confermano, che quegli stessi pionieri umani che colonizzarono gran parte del pianeta abbiano anche sperimentato un’enorme varietà di ordinamenti sociali. 5

Tutto ciò sembrerebbe negare l’esistenza di istituzioni “naturalmente” coercitive e affermare una preistoria del potere capace di raccontarne le origini strumentali, la sua disponibilità ad essere usato e riposto in un ciclo stagionale.

Non sussisterebbe una legge naturale a regolare i macro-gruppi e che determinerebbe a priori un potere o necessariamente coercitivo e ingiusto o “funzionale” e pacifico, si dovrebbe iniziare a guardare alla preistoria come al bacino in cui sono convissute società elitarie insieme a società egualitarie, così come macro-gruppi molto numerosi e capaci di fondarsi su un sostanziale egualitarismo e gruppi molto ridotti caratterizzati da una gestione dispotica del potere da parte ad esempio del capo famiglia.

Graeber e Wengrow sottolineano come sia la micro realtà sociale, specie la famiglia, il livello sorgivo, la fonte della coercizione e quindi il mattone fondamentale del dispotismo, il livello in cui il potere divide e separa gli individui a seconda del genere, del sesso e della razza. 6

1 E. Levi, Il Rituale dell’Alta Magia, trad. it, a cura di C. De Rysky, Atanor, 1916, p. 90.
2 D. Graeber, D. Wengrow, How to change the course of human history, Eurozine, https://www.eurozine.com/come-cambiare-la-storia-dellumanita/, 4/04/2020.
3 D. Graeber, D. Wengrow, How to change the course of human history, trad. it., a cura di, G. Cavallo, Eurozine, https://www.eurozine.com/come-cambiare-la-storia-dellumanita/, 4/04/2020.
4 Ibidem.
5 Ibidem.
6 “Quando sarà pronunciato il verdetto della storia, capiremo che la perdita più dolorosa delle libertà umane è cominciata su piccola scala, a livello di relazioni tra sessi, gruppi di età e servitù domestica: il genere di rapporti che esprimono allo stesso tempo la massima intimità e le forme più profonde di violenza strutturale. Se vogliamo davvero capire come diventò accettabile per la prima volta che alcuni trasformassero la ricchezza in potere mentre altri finivano col sentirsi dire che le loro esigenze e la loro vita non contavano, è qui che dovremmo guardare. Ed è sempre qui che dovrà svolgersi il difficilissimo lavoro di creare una società libera” (Ibidem).

 

 

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