Le gonadi del Gallo

15 Marzo MMXXI – Luna crescente 37°3’48″24 N – 14°54’15″48 E

Planata aerea, notte fonda, la neonata pallida oscura luminosamente le casupole accucciate di un’antica città. I grilli intonano un canto, un uomo è appollaiato tra le tegole: ha visto qualcosa, un’epifania nella piazza principale, crede di essere certo di aver osservato tre figure umane tramutarsi in bestie.

Il più corpulento ora poggia su quattro zoccoli e bela vigorosamente, l’altro, il più basso dei tre, si era rimpicciolito e i suoi occhi avevano assunto il bagliore spettrale degli uccelli rapaci e con le sue piume d’allocco planava in circolo e come un’aureola favolosa circoscriveva il capo irto di nero pelo dell’altra figura, completamente trasfigurata in un segugio il cui manto pareva colare tenebra.

“Come è possibile”, sussurrava tra sé e sé, “che dal mio letto mi sia ritrovato qui, su questo mare di tegole e proprio nel momento in cui un fatto così assurdo si stava compiendo?”

Altro aspetto anomalo: era completamente nudo e una sostanza densa e appiccicosa ricopriva interamente il suo corpo ma, pur essendo posto al di sotto di Selene, non riusciva a distinguerne i colori, era avvolto in una notte così fonda da sentirsi parte di quel buio stranamente caldo.

27 Febbraio MMXXI – Luna piena 37°3’48″24 N – 14°54’15″48 E

Era giunto alla soglia verso cui la sua freccia si slanciava, la soglia della non-arte, la soglia della vita. Per decenni una febbre concettuale violentissima aveva magnetizzato la nube caotica dei suoi pensieri: quando, si chiedeva, vi è il compimento perfetto dell’opera d’arte? E cosa accade dunque una volta che il demiurgico agire dell’artista ha compiuto il suo disegno?


Le risposte a queste domande non avevano raggiunto l’animo dell’alta ed emaciata figura che ammirava una parete colma di quadri, oggetti e fotografie.

L’omicidio.

La risposta era giunta come un ospite indesiderato, qualcuno o qualcosa l’aveva adagiata nella conchiglia sonora dell’Artista, essa aveva percorso il tunnel fino a raggiungere e conquistare porzioni sempre più ampie della sua mente. «Non ne posso più di fingere, sono stanco di simulare la vita e se non posso crearla allora la dovrò stritolare tra le braccia della mia volontà»

 

Conosci la risposta ma non la sai vedere.

La soluzione era al di là delle mura di carta del suo io cosciente, doveva annientarsi per conoscere la risposta.

«Sono un essere che produce immagini così come le piante producono ossigeno. In un’epoca come la nostra, dove tutto si è tramutato in immagine come posso scrollarmi di dosso la sensazione di essere un ingranaggio dei meccanismi pubblicitari? Non posso evitare che le mie immagini sfuggano al mio controllo, io devo sigillarle: devo trovare il modo di creare un’immagine di cui nessuno potrà appropriarsi men che meno l’orrida merce!», scandiva le parole mentre le mani diluivano uno strano composto organico, pastoso e color avena: aveva digiunato per un’intera settimana e delle voci caotiche avevano iniziato a torturare la sua psiche.


Mancavano pochi minuti e finalmente avrebbe potuto bere dalla coppa che con pazienza aveva realizzato nel corso dei sei mesi precedenti. Si slacciò le vesti, si sedette incrociando le gambe, nella sua completa nudità sentiva che il freddo che lo circondava abbassava la guardia, mentre un flusso incandescente mordeva la sua spina dorsale. Era necessario consumare la bevanda mentre sincronicamente le mani violavano la sua stessa carne: più l’atto masturbatorio giungeva al culmine del coito riflessivo, più la bevanda doveva essere consumata fino a raggiungere l’acme puntuale in cui all’ultimo sorso sarebbe dovuto necessariamente corrispondere l’esplosione del suo seme.

«L’orgasmo, quell’esplosione che rompe le pareti dell’interiorità e fa capolino nella realtà, è analogo all’ultimo respiro della morte», un’ombra era apparsa difronte agli occhi dell’Artista mentre ingurgitava il composto grumoso retto dalla mano destra, la mano sinistra tremava sempre più forte nel tentativo di mettere a fuoco la figura che si stagliava di fronte a lui.

«Quando si muore si “viene” al mondo, tu non sei ancora sorto, sei un seme che non ha trovato spazio nel grembo della terra», l’ombra si voltò e sulle sue spalle vi era l’apparenza come di un grande specchio acquoso sulla cui superficie tumultuosa si stagliavano delle presenze avvolte dal manto notturno di una campagna solitaria. I secondi divennero giorni, i minuti mesi e le ore anni.

 

A: «Cosa mi stai mostrando?»,

O: «Ciò che vedi è una rappresentazione, il nocciolo segreto della realtà. Dal punto di vista del mondo delle rappresentazioni non esiste una gerarchia precisa delle immagini. La tua più grande paura è anche la tua condanna poiché è ciò che ti controlla dall’esterno e ti rende schiavo, produttore alienato incapace di trattenere presso di sé ciò che ha prodotto. Hai estremamente paura di dare voce alle merci e di cadere sotto il loro dominio. Ma devi sapere che tra l’arte e la voce mercificata della pubblicità, esistono dei confini.  Tali però da non essere predeterminati, ma consustanziali, strutturali agli statuti delle rispettive immagini. La mancanza di scopo, dunque la libertà e la necessità ontologica appartengono all’immagine artistica, non a quella commerciale o pubblicitaria.»

A: «Ho bisogno di trovare un senso, devo capire quanto in là possa spingersi la mia arte…»,

O: «Ciò che tu cerchi è qualcosa che smarrirai nel momento stesso in cui avrai pensato di averlo afferrato. La tua frustrazione dipende da una falsa opposizione: quella tra arte e vita»

A: «Falsa? Come fai a proclamare falso ciò che è pienamente evidente! Credevo di “creare” e invece mi sono limitato a circondarmi di immagini, immagini che ora mi affogano… rispondimi invece: se non esiste opposizione tra vita e arte, dimmi, allora, cosa è l’Arte?»

O: «Il concetto di Arte non è e non deve essere definibile; ogni tentativo in tal direzione si è rivelato fallimentare: dovremmo, forse, accettarne la misteriosità. D’altra parte, un’eventuale componente ‘finalistica’ nel processo artistico ne compromette l’autenticità, mistificandone la natura. Un’arte che contempla uno scopo nega se stessa in quanto tale: non è arte. Qualcuno ha voluto sottolineare l’importanza del fruitore dell’opera artistica, ma la reazione dello spettatore è solo una delle conseguenze dell’arte, non ne può essere elemento generatore»,

A: «Allora per chi agisco? Cosa mi porta a generare il parlamento di immagini da cui ogni giorno mi sento giudicato?»,

O: «L’arte è necessità ma bada bene: una necessità che si distingue dal ‘bisogno’»,

A: «Io ho sempre creduto di essere stato “chiamato”, che il mio agire fosse contraddistinto da una vocazione a creare, la risposta ad una chiamata venuta dal di fuori»,

O: «Definirla ‘vocazione’ mi pare presuntuoso. Come ho già detto, parlerei più di necessità, di esigenza»,

A: «Ho colto ciò che mi vuoi comunicare. A volte mi sono chiesto se fossi io il padrone della mia arte o se al contrario fossi io stesso “prodotto” dalla mia pratica artistica. Quando agisco sotto quello che tu chiami “necessità”, cerco di perseguire il difficile equilibrio tra controllo e intuizione. Ciò implica un porsi in ascolto, un’apertura, un’attesa. A volte, un’arresa. Il controllo è importante, ma non può contrastare la libertà da cui e con cui opera l’artista».

Nel frattempo, le figure nello specchio, che era posto sulla schiena dell’Ombra interlocutrice, presero ad agitarsi: si erano trasformate in tre bestie, l’artista riusciva a distinguere nitidamente un caprone, un cane e quello che sembrava un gufo o un allocco. Mentre ciò che lo circondava sembrava essere sotto l’effetto di un incantesimo capace di rallentare immensamente tutto ciò che lo circondava, le immagini nello specchio proseguivano come se nulla fosse, come se fossero collocate su un piano di realtà più consistente pur essendo riflessi su uno specchio surreale.

L’artista sentiva i tre animali conversare.

Il Cane: «Bisogna diffidare da chi scrive saggi sul futuro delle città, mio caro Simon Mago», disse rivolgendosi all’Allocco, «Immense quantità di testi che prendono forma di libri e di tesi universitarie che prevedono le sorti di una città. Il segreto di pulcinella è che le città sono sature! Invivibili. Sono contenitori incompiuti di una società incompiuta, specchio delle governances politiche che fanno finta di agitarle, di migliorarle ma esse, le città, rimangono consumate come i fantasmi che le abitano. Ci fanno credere di non appartenere ad un mondo avanzato e multietnico, le città ci intossicano fino a tirarci a fondo nel pozzo della monotonia, la noia di quelle dieci ore, in cui i nostri cervelli sono alimentati a luce artificiale in un monolocale con letto a soppalco, a cinquecento euro al mese. Però: hey! Vivi in città, fantastico, che bello!»

L’Allocco: «Se siamo qui, in compagnia del nostro belante pastore, è proprio perché dobbiamo scoprire il segreto di questi strani oggetti chiamati “città”: viaggiando in questo borgo morto, riattivandone il senso perduto, potremmo magari risvegliarne lo spirito e chiedergli: “Come è possibile trafiggere il cuore di una grande metropoli e portarla al collasso?”»

Il Caprone: «Voi due parlate troppo, bisogna agire! Inoltre non siamo soli, non vedete che siamo osservati?».

L’Artista si rese conto che le immagini nello specchio si erano fermate e ora, i tre animali, lo stavano fissando. D’improvviso l’ombra interlocutrice si voltò e il chiaro di luna mostrò all’artista qualcosa di mostruoso: stava guardando se stesso, un doppio identico eppure differente: il grumo temporale che il rituale del Ciceone e della masturbazione occulta avevano pian piano densificato venne rilasciato in un sol colpo ed egli fu interamente stritolato da una morsa violenta e scaraventato “avanti”.

15 Marzo MMXXI – Luna crescente 37°3’48″24 N – 14°54’15″48 E

Il Caprone: «L’Artista! Ti stavamo aspettando, sei tu l’Adamo dei nostri sogni!»

Si era svegliato, era di nuovo su quel tetto ad osservare quella scena ridicola in cui tre animali discorrevano tra loro di città morte ed evocazioni spettrali.

Il Cane: «Simon Mago, vieni a vedere: questo è l’uomo che ci fissava in quel sogno che abbiamo condiviso. È lui che ci ha spinto a raggiungere il Pastore in questa città dimenticata»

L’Allocco: «Chi sei e come mai sei ricoperto da questa strana sostanza?»

L’artista lì fissò con gli occhi stralunati era intontito ma subito gli tornarono in mente le parole della sua ombra.

A: «Io… Io sono un produttore di immagini e sono finalmente venuto al mondo!»

Il Caprone: «Siamo felici della tua nascita, sei entrato nel tessuto espressivo del discorso: ti sei liberato dalle tue angosce e ora sei parte di un testo scritto, pura presenza mediata da simboli alfabetici, per dirla in breve: sei diventato un personaggio!»,

Il rituale aveva funzionato! Non era un’altra persona che doveva uccidere, l’opera d’arte più autentica che poteva generare era la negazione della sua carne e del suo sangue: la tecnica di ascesi che aveva ricercato per anni e che avrebbe dovuto “liberarlo” dalle sue immagini si era rivelata fallace: non doveva allontanarsele ma affogarci dentro fino a diventare egli stesso prodotto del suo produrre. Quando finalmente era riuscito ad eiaculare, si ricordò dell’ultima sentenza della sua ombra:

«Penso che le opere, in quanto presenze, non possano prescindere da un incontro / scontro. Pertanto, esse non richiedono una descrizione, quanto piuttosto un accompagnamento nell’interazione».

Il Cane: «E ora che siamo in quattro, possiamo procedere? Dove ci vuoi portare Pastore Belante?

Il Caprone: «Impaziente di un cane pulcioso! Prima di ritrovare la nostra forma umana sarà necessario incontrare un altro personaggio, colui che esercita la massima autorità nella nostra società»,

I tre animali e l’Artista si misero in fila e sotto lo sguardo di Selene si rimisero in cammino, ognuno con i propri pensieri e con le proprie domande inespresse.

 

 

* Questo viaggio pneumo-geografico è stato possibile in virtù dell’evocazione sul piano testuale di Caterina Ruysch Voltolini.

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