Sul monte pubico di Cibele

Sul monte pubico di Cibele

 

L’uggiosa e corrucciata espressione di Urano accompagnava mestamente il procedere di due figure lungo tortuose e stanche strade di campagna. Nella terra del Sole occulto il paesaggio muta velocemente pur rimanendo uguale: dalle dolci timpe grigiastre, le cui comunità tribali sono state temprate dallo scorrere impetuoso e incerto di cento fiumare, arrampicate alle dolci colline ricoperte di vegetazione ora smeraldina, ora giallastra, si può precipitare nel cielo di nebbia che custodisce le altezze di palazzi naturali e di catene d’ossa generate dal fuoco. Le due figure si muovevano goffamente per il freddo. Simon Mago, questo era il nome di una delle due ombre viandanti, si rivolse all’altro, l’Architetto:

«Mi spiegheresti quel concetto del ciclo della produzione, consumo e scarto a livello globale?»

«Il concetto è molto semplice e  aggiungo anche molto irrispettoso. L’esercizio è quello di associare ad ogni ciclo da te citato un soggetto che non può essere definito in maniera univoca.
– Il soggetto che associamo al primo ciclo, quello della produzione, in teoria il più importante, è il continente Asiatico e parte del Sud America. Tale importanza però non equivale al valore economico del luogo di produzione o almeno non integralmente.
Dopo Cina e Stati Uniti, la Germania, ad esempio, è la terza nazione per valore in esportazione, ma decima in percentuale di produzione.
-Il ciclo che ci appartiene di più, ovviamente è quello del consumo. L’Europa Occidentale e il Nord America, insieme altri puntuali centri asiatici e del continente novissimo sono i soggetti da associare ai principali consumatori.
-L’ultimo ciclo è quello dello “scarto” ovvero, una volta aver prodotto e consumato, quali sono i soggetti utilizzati per scaricare i precedenti processi? Il continente che ancora non abbiamo nominato: l’Africa e parte dei soggetti di produzione, quindi Sud America e Sud Est asiatico.
Una evidente intuizione è la collocazione del primo e dell’ultimo ciclo in quello che si chiama “sud del mondo”».

«Quando me ne parlasti la prima volta, rimasi colpito poiché ritenevo fosse un’immagine utile per comprendere la complessità onniavvolgente del processo di Globalizzazione»,

L’Architetto sembrava arrovellarsi nel tentativo di ricordare, i sentieri su cui si stavano abbarbicando sembravano solchi di memoria materica:

«Quando ne abbiamo parlato?»

«In un giorno che era sicuramente premonitore di questo scritto…»

I due erano giunti, a fatica, all’entrata di una città abbarbicata tra le alture sud-orientali della terra del Sole: non conoscevano il nome della città, ne avevano divinato l’ubicazione in un sogno condiviso consumatosi sotto l’auspicio della Falce calante di Ecate.

Francesco Gugliotta, Mappa Cartomantica_00. Courtesy l’artista

 

«Ora che miriamo la mescolanza di antico e moderno, dispersi in un ibrido spaziale che mescola l’ambiente del mortale all’inumano paesaggio, mi ritorna in mente quel momento in cui ci scambiammo dei punti di vista. Ora, dunque, dove siamo? Hai precedentemente citato uno “scritto”, di cosa parli?»

«Mi stavo riferendo allo spazio in cui stiamo avendo questa conversazione: alcuni potrebbero chiamarlo Mnemosine e se lo figurano dominato da vasti ruscelli e fiumi la cui acqua dona l’oblio»,

«Questa situazione non mi è chiara: tempo fa prendesti a parlare di senso comune e di immaginario. Se stai parlando della stessa cosa, prova a definire questi due concetti con degli esempi»,

«Per il momento basterà dire che ora, sebbene io sia seduto su un divano nella mia casa e tu sia accomodato di fronte al tuo computer, ora siamo qui dentro, penetrati tra gli spazi del palazzo della memoria chiamato Sheol».

Sapevano di dover cercare un uomo, era un pastore del posto, nello stesso sogno che aveva permesso di divinare l’ubicazione della città senza nome, i due avevano avuto notizia di questo individuo e si erano ripromessi di cercarlo per affidare a lui il compito di guidarli all’interno delle mura. 

«Più ci addentriamo nel borgo silenzioso che ci attende, più non posso smettere di chiedermi: perché le piccole realtà, lontane dal grande agglomerato urbano e dal benessere che ne deriva, vengono considerate “esotiche”? O almeno, ritieni che sia così? Se lo fosse mi piacerebbe sapere che tipi di effetti ciò comporta»,

«A mio avviso, il potere magnetico che determina questo processo di attrazione è scatenato dalla chiamata mortifera della nostalgia per il Passato. Una sorta di disperata ricerca della dimensione idilliaca dell’infanzia. La colonizzazione dei piccoli borghi è l’ultimo canto del cigno dei consumati».

 

Nel chiudere la risposta, Simon Mago non poté che riflettere sul velo grigiastro che avvolgeva la luce del Sole in quella fredda mattinata: il modo in cui la foschia interagiva con la luce solare non tendeva ad occultarla ma al contrario ne rivelava la natura malefica. Mentre si avvicinavano alla piazza principale, incastonata tra due templi cristiani rivali, egli andò al fondo della sua intuizione: il sole perenne che vigilava su quelle terre martoriate dalla noia era il Passato che non tramonta, il grande attrattore che non permette ai suoi figli di abbandonare sul serio quella terra e che, con l’inganno dell’estetica turistica, imprigionava altri corpi in quella prigione dorata.

 

«Non abbiamo scorto anima viva lungo il cammino. Questa vacua atmosfera ricorda i sepolcri… Secondo te i luoghi che stiamo visitando sono “morti” a causa di cosa?»,

«Più che a causa di cosa, dovremmo chiederci: chi dice che sono “morti”? Cioè, bisogna chiedersi cosa porta a definire “vivo” o “morto” un determinato luogo. Ovviamente sono diversi i fattori che influiscono sui posti.
Nel nostro caso non possiamo che individuare noi, con la nostra educazione e formazione, quello che a parer nostro sono delle mancanze.
Uno delle cause di morte di un luogo è la mancanza di infrastrutture, culturali, economiche (non solo a livello fisico) che forniscono gli strumenti e le esperienze per credere che un determinato posto possa vivere»,

«Insomma “la vita” sembra essere il riflesso di epifenomeni riguardanti composti complessi di elementi “morti”: qualcuno, in passato, aveva tentato di porre in evidenza l’esuberante vitalità del cadavere»;

 

L’architetto accelerò il passo poiché in lontananza una figura si stava progressivamente liberando dei contorni incerti che ne conservavano l’apparire, era il Pastore che con lo sguardo basso si accingeva ad interrompere il loro dialogo.

 

«Prima di incontrare la nostra guida, ho bisogno di comprendere quel tuo concetto riguardante le città “archeologiche”. Come metti in relazione “archeologia” e “non vita”? Nel senso: esistono luoghi archeologici che non siano morti e viceversa luoghi morti ma non archeologici?»,

«La tua domanda getta un velo di ambiguità sui momenti che verranno.
Credo non esistano luoghi archeologici che non siano morti. Ma ovviamente si può sempre andare a visitare il morto, omaggiandolo, celebrandolo o magari sputandoci sopra. Soprattutto dovremmo imparare dai morti quindi dai siti archeologici, allora il “morto” o il luogo archeologico, come vogliamo chiamarlo, continua a vivere.
Credo che esistano luoghi morti non archeologici. Anche se l’elemento naturale è sempre vivo e sempre presente».

L’espressione “elemento naturale” non potette che accendere una spia nella mente di Simon Mago: la parola “natura” aveva in sé un potere immaginifico tanto immenso quanto “stupido”, nel senso di innocente stupidità propria di chi non oppone resistenza al male. Nella mente dell’uomo si aprì la porta di una stanza del pensiero, non era ancora il momento per evocare il problema fondamentale dell’essenza immaginaria dell’essere naturale. In quel preciso istante un brivido rivelatore corse lungo il sentiero nervoso dell’interlocutore dell’Architetto:

«Stiamo gravitando intorno ad una questione negromantica: era questo ciò che impegnava le nostri menti in quel sogno condiviso che ci ha portato qui; stavamo tentando di risvegliare le città dei morti…»

In un secondo, che parve concentrare in un punto un momento assolutamente supremo, i due si fissarono domandando contemporaneamente: 

«Cosa stiamo cercando?»

«Io ho in mente un senso specifico che motiva questa nostra partenza…»

«Scusa se ti interrompo. Per me questi viaggi sono una scusa, una completa scusa per crederci ancora al limite, nei bordi di una società che al solo essere nominata provoca in noi conati di vomito. Essi sono anche la scusa che ci fa sentire meglio, la scusa di chi è già bello, pettinato e automatizzato e anche di chi ci vive in questi posti di merda, come ci viviamo noi del resto. E sono anche un pretesto per conoscerci, per meravigliarci e sperare, con uno scritto o delle foto, che qualcuno guardi lo stato in cui versavamo una volta usciti indenni dall’anno saturnino. L’anno di ripresa dopo il Flagello, che ha procurato una cesura netta tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. E noi a chi apparteniamo?», 

«Noi siamo nel mezzo, siamo la cesura medesima: non posso che essere d’accordo con te ma ti inviterei a considerare questi scritti come delle macchine immaginanti, per rispondere in maniera più completa alla tua domanda sul senso comune e l’immaginario: nell’espressione “Abbi buon senso!” si invita l’interlocutore ad assumere una prospettiva assennato su una questione, questa prospettiva è assumibile se ci si colloca nel centro mediano dello spazio discorsivo, questo centro è ciò che chiamo “senso comune”: non appartiene a nessuno e tutti noi ci viviamo dentro. L’immaginario è invece ciò che sorregge e viene escluso dal senso comune, quest’ultimo funge da modulatore della selva di icone che crescono nella natura indomita dell’immaginario».

Simon Mago continuò illustrando i rapporti tra natura immaginaria e natura discorsiva: tra il senso comune e l’immaginario, disse, si stagliano le stratificazioni discorsive, in primis i discorsi periferici, liminali, che il senso comune rifugge e perseguita, ma queste propaggini del discorso sono estese solo a livello orizzontale e bisogna dunque sezionare il suolo del discorso per far sì che appaiano gli ascendenti ancestrali del “nostro” senso comune, 

«Sto parlando degli strati geologici del senso comune: le profondità verticali del discorso rivelano eoni nascosti che un tempo esibivano un ordine centro-periferia differente, ordine che con l’aumentare della stratificazione diventerà “il periferico” di superfici di senso più recenti».

L’Architetto cercò dentro di sé di elaborare queste informazioni: però non gli risultava chiaro il modo in cui questo testo, in cui era stato evocato e che stava assemblando insieme all’amico, potesse essere considerato una “macchina immaginante”, come Simon Mago lo avevo definito.

«In sostanza, se ho ben compreso, noi abbiamo viaggiato con il nostro corpo in questo luogo…»

«Abbiamo viaggiato con il nostro corpo non in questo luogo, bensì nel tessuto emotivo che filtrava la nostra esperienza di viaggio: i nostri corpi fungono da magneti emotivi che raccolgono, in modo involontario, le immagini prodotte dall’interazione tra ciò che sappiamo, le coordinate del discorso, e l’ambiente entro cui i corpi penetrano»,

«Il corpo sarebbe dunque un sensorio ma, non è un veicolo per attraversare il reale ma l’immaginario… Ciò è paradossale, poiché vorrebbe dire…»

«…vorrebbe dire che questo testo è la realtà: o meglio, c’è più realtà in questo testo che lì fuori»

Non era più possibile attendere, abbracciati da un senso di sospensione, che minacciava di far perdere ai due il filo del loro discorso, senza accorgersene Simon Mago e l’Architetto si erano collocati rispettivamente ai due vertici della base di un triangolo immaginario, il cui vertice superiore era ora occupato dal numinoso Pastore. La sua voce eruppe in concomitanza di una furiosa folata di vento che non permetteva di udire chiaramente l’incipit del suo discorso:

«Benvenuti tra le vergogne di Cibele, risuonano i timpani celebranti i tragici sposi, cola, dalle figure d’estasi barocca, il sangue fluente delle mutili gonadi dei Galli della Grande Madre Idea: qui siete tra le propaggini occidentali dell’onirica Frigia»

Un rumore tremendo fece oscillare le stringhe dell’inconscio: la voce del pastore era diventata il tragico canto di un vecchio becco, i due compagni si resero conto, a fatica, di non essere più aderenti alla forma di Adamo primigenio, le piume che ricoprivano il corpo di Simon Mago e i peli irsuti che componevano il manto nero dell’Architetto si riflettevano nello specchio celeste di Urano, nella piazza principale della città senza nome. Ora si potevano scorgere: un capro, un allocco e un cane. 

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