Terrorismo Porno

Terrorismo Porno-turistico, schizo-temporalità, eternità schifosa ed esotismo oppiaceo.
Verso un epilogo preliminare dell’Urbanismo magico.

Magia, architettura, volontà, immagine, scrittura, immaginario e reale, infine: l’arte.

Giunti alla fine di questo itinerario che abbiamo battezzato urbanismo magico è necessario in qualche modo recuperare la matassa di pensieri e riflessioni che ci siamo lasciati alle spalle. Il territorio urbano, la geografia, per così dire, umana, si distingue in oggetti quali le metropoli, le città e le periferie; liminare al territorio urbano è quella porzione di spazio che chiameremo Inurbano: a questo dominio appartengono i paesaggi montani, le campagne, i deserti, i piccoli borghi ma anche i piccoli paesi.

Il principio teorico dell’urbanismo magico non è solo che la forma dello spazio condiziona l’immaginario delle soggettività che lo abitano e, viceversa, i terremoti che attraversano l’immaginario producono cataclismi che possono riversarsi nello spazio ma soprattutto che questa duplice influenza, in base a cui agente e paziente del processo si scambiano di posto in maniera alternata, non è nulla di determinato a priori ma può piuttosto essere agita in maniera cosciente e, non solo, direzionata a proprio piacimento. Garanzia di questa possibilità resta la pratica artistica, in quanto unica forma di azione per immagini capace pertanto di bypassare l’imperialismo della scrittura e del discorso razionale il quale è sempre dentro la matrice del senso comune e dunque della tendenza auto-conservatrice della cultura.

Se molteplici sono le riflessioni interessate al rapporto centro-periferia interno ai grandi agglomerati urbani, non sembra essere stata messa ben a fuoco la peculiarità dell’Inurbano.

Francesco Gugliotta, Dis_continuo, 2021. Courtesy l’artista.

Recentemente, si è registrata una narrazione edulcorante e misticheggiante della vita agreste, della forma di vita contadina, elogio che esalta la semplicità e la lentezza che caratterizza i suoi cicli vitali; ciò che sta “fuori” la metropoli è il tesoro segreto da conquistare per ritornare in possesso di un’autenticità smarrita tra il dedalo urbano delle città tossiche, ciò che sta “fuori” è una promessa di ricongiungimento con la parte più vera e umana della nostra esistenza mortale.

Ideologia, pura ideologia regressiva, una spinta retorica tendente al collasso verso le strutture acquatiche dell’immaginario, sogni da salmoni tutti tesi a risalire contromano la corrente verso la patria chiamata origine.

L’attitudine della classe agiata ad abbandonare la frenesia delle metropoli malvagie risponde ad una duplice strategia di sclerotizzazione, ossia di una narrazione che invece di schiudere e fluidificare i significanti, li fissa e li indurisce occultando la duttilità propria della significazione che riposa al loro interno. Strategia duplice: dal lato individuale e conscio, perché il semplice prendere atto della perversione insita nel modello abitativo delle grandi metropoli non è sufficiente e si rischia la china scivolosa verso la non etica dell’esilio mistico, la “fuga” dall’Urbano e dalle sue geometrie inumane è una resa, una vigliacco e infantile “non voglio più giocare!”; dalla prospettiva collettiva e inconscia: la fuga di questi malatƏ urbanƏ non fa altro che trasformarlƏ in vettori di contagio iconico, il provincialismo d’altronde non è altro che il sintomo di una trasmissione di immagini, essendo queste traslate dal  loro contesto d’origine in un luogo altro che non gli appartiene e sul quale non riescono, per così dire, a germogliare, con il risultato noto di produrre banalità, mostri concettuali e veri e propri orrori.

Come insegna la pratica magica occidentale, per raggiungere un obiettivo si deve sempre percorrere la strada più illogica, meno sensata, al contrario di ciò che fanno le stolte creature mortali, che credendo di mettere in pratica la propria volontà – dicendo: “Voglio questo e non voglio quello!” – infine non fanno altro che ottenere il contrario di ciò che si proponevano – il dio premia lƏ stoltƏ con quello che aborre e non con il questo che desiderava; allo stesso modo, i/le malatƏ urbanƏ che pensano di tornare all’origine, di rientrare in contatto con la propria autenticità, smarriscono completamente se stessƏ alienandosi e alienando: essi si alienano poiché tradiscono la loro immagine volendo assumerne un’altra ed egualmente alienano a se stessƏ i luoghi che toccano come dei Re Mida capaci di rendere estranei i posti che visitano.

Ciò che viene offerto dal processo turistico non è l’immersione nel reale contesto geografico ma l’attraversamento di una fantasmagoria posticcia e stereotipata, un complesso di immagini simulanti un’arcadia perduta nel tempo.

Dall’altro lato, i luoghi turistici diventano vere e proprio riserve culturali (simili alle riserve degli indiani d’America) i/le cui figurantƏ-nativƏ sono fissatƏ in un eterno tableau vivant, condizione di competizione al ribasso rispetto alla propria dignità, essi, pur di attrarre i flussi turistici, devono sempre più negare la propria storia attraverso una narrazione condizionata dal modello artificiale del desiderio turistico: i/le turistƏ-mongolƏ quando si spostano verso una meta si aspetteranno di trovare questo scorcio di irripetibile esistenza naif , qualsiasi cosa che possa in qualche modo deviare dal soddisfare tale desiderio viene scartata o ritenuta anti-economica poiché non incontrerà il plauso dei terroristi. Il luogo turistico inurbano è un set pornografico e osceno che si riproduce stagionalmente ma i/le suoi operatorƏ lavorano ogni giorno al fine di rendere il flusso di sequenze sempre più dirette, sempre meno complesse.

“Suona il campanello, il piccolo borgo con i suoi monumenti aperti e le sue perle culturali visitabili apre la porta: entra l’idraulico super pompato, sul cartellino affisso alla sua divisa si legge ‘turista dai gusti raffinati’, la scena si sposta sul divano in pelle nera circondato da un parlamento architettonico di Chiese e palazzi nobiliari: poche parole, inquadrature stereotipate e via con una impossibile sessione di sesso pseudo-animalesco, dove si viene sempre a fine estate, dove anche il sudore sembra non odorare di un cazzo”.

Francesco Gugliotta, Dis_continuo, 2021. Courtesy l’artista.

Contro la loro volontà, turistƏ e nativƏ diventano veri e propri aggregati di colesterolo culturale viscidamente ammorbato tra le pareti arteriose e venose del flusso temporale.

Noi non dobbiamo infatti lasciarci ingannare dalla mole di significati che interessano il concetto di “Tempo”: quest’ultimo non è una successione ordinata di “prima” e “dopo” ma è una distribuzione di elementi e di aggregati di oggetti sulla superficie fondamentale che è lo spazio euclideo. Si tratta dunque di “vicino”, “lontano”, “adiacente”, “sotto”, “sopra”, “trasversale”, “incidente”: il Futuro non è ciò che viene “dopo” il passato, quest’ultimo non è ciò che viene “prima” del presente e l’attualità non è quello che c’è “ora” e che, non appena percepito, è già un passato; il tempo è una stratificazione innanzitutto geologica e, in seconda battuta, una distribuzione geografica. Metafore? No, si tratta di segrete analogie proprie di una storia profonda che rimane celata fin quando si ragiona per “identità” e “contraddizione”.

All’interno della geografia umana, l’agglomerato urbano che si è elevato verso la propria cerebralizzazione, assumendo i connotati della grande metropoli, risponde alla tendenza propria di ogni sistema nervoso, il percorso verso la centralizzazione e il controllo delle periferie sottomesse alle esigenze del centro, spremute e distrutte al fine di produrre ciò che il sistema nervoso centrale consuma. La metropoli è il Futuro, imperioso, che esiste già, qui e “ora”, che progetta il Presente periferico, il luogo crudele della produzione, della distruzione ambientale, del cemento atto a soffocare i sogni e le speranze delle forme di vita che lo esperiscono.

A quale fine viene perpetrata questa progettazione del futuro nei confronti del presente? Nessuna risposta consolatoria, nessun complotto poiché l’unico fine di ogni volto del tempo è quello di prosperare a discapito degli/delle altri/Ə. All’estremo opposto, vicino al presente ma abissalmente lontano dal futuro, si staglia la bocca dentata del Passato: il drago fatto di macerie, di antichità, di reperti, di linee vetuste e di cristalli al cui interno viene esibita un’ancestrale violenza che fu e che oggi viene visitata dai pornografi del turismo-terrorismo.

Questo rettile-uccello, questo abominio, esercita una forza gravitazionale sul presente con il risultato che il periferico esibisce due volti: le brutture risultanti dall’azione di deterritorializzazione del Futuro e le brutture anacronistiche frutto dell’azione iconico dell’eredità del Passato, il primo volto è un processo ben esemplificato dalla distruzione operata sulla tradizione dagli stili di vita moderni: ad esempio si vuole chiudere ogni porta al consumo massiccio di carne, favorendo stili di dieta vegetariani con il risultato che le coltivazioni intensive di vegetali distruggono e consumano interi habitat e annientano la variegata biodiversità di luoghi lontani dai centri di consumo, l’attitudine del secondo volto è invece riassunta da una figura paradigmatica, ossia l’emersione di resti di antichi monumenti durante dei lavori di ammodernamento di una zona periferica della città, emersione che di colpo ha il potere di bloccare i lavori imponendo un approccio conservativo e non distruttivo del reperto.

Il viaggio di ritorno dei/delle malatƏ urbanƏ, il loro desiderio di Passato, non fa altro che stoppare la possibilità di ammazzare le diramazioni-avatar del volto ancestrale del tempo: questƏ turistƏ-terroristƏ diventano vettori di sclerotizzazione, di anti-modernità, veicoli che invece di permettere l’avvicinamento del Futuro alle zone Inurbane lo lasciano ai margini della Arcadia che risveglia la loro stanca libido. Il loro atto è quello di tenere sotto la scacco del terrore qualsiasi tentativo di chi abita i luoghi turistici di liberarsi dal passato: questi Bin Laden del Porno-turismo sembrano emissarƏ del potere feudale, adeptƏ inconscƏ degli abusi mafiosi praticati da incolti baronetti e vanagloriose famiglie di gattopardi che continuano, nonostante siano stati cacciati dal palcoscenico del presente, ad esercitare la loro influenza dall’abisso del passato e come totem-divi aumentano il loro potere ogni qual volta che le loro proprietà private vengono visitate a mo’ di luoghi sacri.

A pagarne le conseguenze sono i/le nativƏ, coloro che abitano nell’eterno spazio del sempre uguale, i funghi che crescono sotto l’ombra della Monumentalità, degli itinerari turistici che promettono di scoprire la verità di un luogo che per i dissidenti delle città-Futuro non può che avere l’immagine dell’Esotico. Il turismo è il sospiro della bestia allevata entro le non-mura metropolitane, l’oppio dell’esotismo non ha fatto altro che tenere fermo nel suo sottosviluppo la vita inurbana, con la promessa di non belligeranza verso la progettualità annichilente del centro-futuro la cui distruzione pianificata procede indisturbata nel suo sfruttamento vampiresco dei corpi abitanti le periferie cittadine.

Ritornando su un vecchio passaggio percorso negli articoli precedenti, leggere l’architettura come una scrittura materica del senso comune, ossia come un linguaggio che invece di produrre parole costruisce edifici, artefatti capaci di amplificare e diffondere i segnali dei valori operanti nel senso comune, leggere l’architettura significa che bisogna mettere a fuoco le figure retoriche di questa scrittura per edifici, l’atto del decostruire il linguaggio allora viene a coincidere con la demolizione, con il sabotaggio e la distruzione degli spazi architettonici. L’opera magica che ci si deve proporre è quella di una riconnessione della geografia umana, una riconnessione che non può essere effettuata fin quando il rapporto spaziale tra Futuro, Presente e Passato è interessato da correnti schizomorfe che frammentano il territorio chiamato “umano”.

Assumere sulle proprie spalle la potenza benefica dell’Avvenire, evitando di patirne il magnetismo dispotico e eterodiretto dalle forze del centro di consumo, per modellare l’arma di distruzione del drago-Passato. Vogliamo tenervi sulle spine prima di presentarvi la nostra analisi circa il rapporto di vicinanza-lontananza tra l’operatorƏ magicƏ della tradizione popolare e l’artistƏ contemporaneƏ ma per tenervi sulle spine dobbiamo concludere questo contributo suggerendovi una soluzione mediante un’intuizione. I paesaggi e i borghi del Sud est siciliano che abbiamo attraversato per raccontarvi l’Urbanismo Magico, sono caratterizzati da una architettura postuma ossia da una facies urbana che è vittima di tic provenienti da un passato sotterraneo, il Tardo-Barocco del Val di Noto è una sorta di dispositivo che nei secoli ha frenato lo sviluppo delle forme di vita cresciute sotto la sua ombra, impedendo ad esse di dare seguito ad uno slancio capace di emanciparsi dall’azione solidificante del passato.

Ogni tentativo di evasione viene non solo perseguitato ma addirittura abortito prima ancora che possa svilupparsi entro l’utero della normale crescita crono-morfa. Allora forse, non è così strano che nell’Inurbano (sia esso il Sud Italia in generale o il Sud del mondo propriamente inteso) continuino a prosperare forme culturali che a tutti gli effetti dovrebbero essere state già superate, dal punto di vita del centro-futuro-di-consumo, ma che si ostinano ad infestare lo spazio immaginario che circonda il dominio metropolitano. Le maijare, le masche, le janare, le tarantolate, le fatture, le maledizioni, le possessioni, gli spirdi e gli spirdati sono i frammenti iconici, i proiettili-immagini non disinnescati, i sintomi della balbuzie che affligge il Presente-periferico e provengono direttamente dal corpo non-morto di un Passato che non intende cessare di durare.

Francesco Gugliotta, Dis_continuo, 2021. Courtesy l’artista.

Una sorta di contro-effettualità sembra condannare la vita del centro-futuro: è vero che l’avvenire può creare il presente attraverso la retro-programmazione del passato ma è altresì vero l’opposto, ossia che un Passato non-vivente ma ancora esistente se alimentato a dovere è in grado di aumentare il proprio potere gravitazionale e mediante delle schegge iconiche – questo non sono altro che i pacchetti di immagini che gli/le immigratƏ fuori-sede conducono, come scarabei stercorari, dentro le mura troiane delle grandi metropoli – il passato è capace di penetrare il centro-futuro innestando al suo interno delle crisalidi pronte a trasformarsi in orrendi replicanti di forme di vita zombie e gerarchie di potere che hanno viaggiato dal passato verso il futuro e hanno attecchito con violenza nel presente.

Dopotutto se la magia popolare e i suoi riti sono affascinanti perché assumono l’aria di gingilli antropologici ancora esperibili, la ‘Ndrangheta o meglio l’Onorata Società non riscuote lo stesso successo di pubblico ma è lei, nella sua organizzazione simbolica e nella sua struttura feudale capace di adattarsi agli stilemi del liberismo selvaggio, la regina di questo processo di congiura del Passato nei confronti del Futuro. Dalla Madonna di Polsi e dal paesino-scorpione di San Luca un miasma tossico e ancestrale è riuscito a diffondersi in tutti i continenti.

Noi mortali affannati dal logorio della vita moderna, temiamo la fissità di ciò che è stato ma non abbiamo ancora compreso che l’immagine chiusa del tempo che fu non è immobile ma eternamente si ripete in maniera ossessivo-compulsiva cosicché il terrore della morte è ben poca cosa difronte alla promessa di una non-vita eterna che ininterrottamente ripropone i propri orrori e le proprie devianze senza nessuna garanzia di salvezza nirvanica.

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