Un salto nell’Abisso

Un salto nell’Abisso

All’inizio di questo viaggio psicogeografico nel reticolo tra linguaggio – a cui noi ci siamo riferiti con il termine “magia” – e urbanistica abbiamo lanciato sul tavolo del gioco la contrapposizione tra Sheol e Abbadon.

 1. Perché “Sheol” e perché “Abbadon”?

Lo Sheol è un luogo metafisico della cultura ebraica, più o meno corrispondente al concetto ellenico di Ade, Averno o Orco, potrebbe essere tradotto con l’espressione “Regno delle ombre” ma per visualizzarlo è necessario pensarlo come un involucro atmosferico avvolgente il regno della carne, la dimensione dei vivi. Per Abbadon il concetto è diverso, ci siamo presi delle libertà: abbiamo forzato l’accezione di “luogo” – in ebraico questa parola indica un luogo di distruzione e sterminio – e messo da parte la sfera semantica condensata nel nome greco “Ἀπολλύων/“Apollyon” costruito sul verbo “apollomi” – indicante l’atto di sterminio – e apparso nella traduzione greca dell’Apocalisse di Giovanni come nome proprio dell’Angelo a capo delle schiere divine preposte al tormento di coloro che non sono marchiati dal sigillo di Dio.

Ritornando al punto del nostro discorso: con Sheol noi abbiamo voluto indicare l’estensione spaziale della nostra cultura, ossia la rete di immagini che definisce le nostre credenze e che si è sovrapposta alla realtà nuda e cruda venendo difatti a confondersi con essa. Noi pensiamo di vivere nella realtà ma ciò con cui abbiamo a che fare non è altro che la percezione delle immagini mediata dalla rete del linguaggio discorsivo.

Le parole sono a tutti gli effetti delle ombre, emissioni sonore dotate di un corpo sottile che le presentifica all’interno di quella prigione plurimillenaria che chiamiamo scrittura. La scrittura alfabetica è la caduta del Cielo immaginifico sulla Terra alfabetica.

La dimensione uranica che abbiamo chiamato “Cielo” è la dimensione delle immagini. Cosa sono le immagini? Le immagini sono le figlie prodotte dalla nostra relazione con l’ambiente, con gli altri membri della comunità, con il nostro corpo e con le altre cose che come noi esistono. Si tratta dunque di immagini mentali e non di artefatti materiali che come vedremo in futuro sono i media per tornare alla dimensione celeste delle immagini vere e proprie che con buona pace dell’Ateniese sono la “nostra” realtà tout-court, il cielo atmosferico degli Archetipi.

La “Terra” è invece il regno delle ombre, lo Sheol, il linguaggio distinto nelle sue componenti iconiche e linguistiche, la dimensione psichica che produce una realtà illusoria sostenuta dall’enorme mole di testi, documenti, tracce che sembrano sancirne la realtà ma che difatti funzionano come un labirinto di perdizione e confusione generale. Su cosa si va a sovrapporre questa pellicola atmosferica che per noi è la realtà in sé e per sé? Appunto sull’Abbadon, il piano infernale, l’abisso della carne, la nostra tremenda casa, patria del dolore, della sofferenza e della disperazione.

Francesco Gugliotta, Urbanogramma n.0, Collage su incisione di Leon Bennet. Courtesy l’artista.

 2. La nostra concezione di Psicogeografia

Dobbiamo necessariamente aprire l’ennesima parentesi che ci permetterà anche di chiarire la nostra concezione di “psicogeografia”. Prima che il popolo di Israele si appropriasse di Gerusalemme, la città santa era la capitale dei Cananei. Sulla piana adiacente al colle su cui fu eretta la Città, veniva organizzato il culto di Moloch/Baal a cui i cananei offrivano, sgozzandoli, i loro primogeniti nel tentativo di trasformarli in spiriti in grado di proteggere le famiglie. I corpicini straziati venivano gettati in due enormi bracieri e consumati interamente da un fuoco che veniva mantenuto sempre acceso. Quando le genti di Giacobbe conquistarono Gerusalemme il culto di Moloch fu proibito e per contrappasso fu stabilito per legge che lì dove si era tributato il culto all’Idolo dalla testa di Bove sarebbe stata smaltita la spazzatura della città.

Il nome di quel luogo era l’ebraico Geenna, poi tradotto in latino con “Inferno” venendo ad assumere nel pensiero occidentale l’idea di un luogo nell’aldilà in cui i peccatori vengono tormentati da un fuoco eterno, i peccatori essendo difatti la spazzatura del regno di Dio. Una vicenda etimologica simile è accaduta con il termine Gal-Eden, il recinto collocato su di un monte (“recito” è il significato reale del termine paradiso) entro cui si stagliava il giardino della creazione. Come è facile notare questi termini, che oggi evocano nelle nostre menti delle realtà trascendenti, in origine non erano che nomi denotanti luoghi prettamente “terreni” e che poi, mediante l’abuso e la dimenticanza della loro origine metaforica, si sono progressivamente staccati dalla loro origine terrena per divenire qualcosa di prettamente astratto, delle immagini mentali appunto.

 3. Cosa per noi è l’arte

Andiamo quindi per ordine: a) Scrittura, Parola e Immagine sono tre dimensioni del Linguaggio; b) accanto alla dimensione del linguaggio si stagliano le vere immagini presenti nel regno archetipico; la polis “celeste” degli Archetipi è sorta dalle continue interazioni tra quei miseri corpi che noi siamo e 3) l’ambiente naturale così come dalla relazione che unisce ogni corpo all’interno di quel “grande animale” che chiamiamo società.

   Figura 1

 

Nei paragrafi precedenti abbiamo distinto tra Archetipi e immagini materiche, tra questi due poli si collocano le immagini artistiche, veri e propri ponti tra mondo e immaginario. Attraverso le pratiche artistiche è possibile disvelare l’incanto che rende “solido” il mondo, occultando la dimensione immaginaria (ciò che Lacan chiama “la realtà”) e cancellando dal cerchio dell’esperienza il Reale, l’inferno quotidiano entro cui si staglia la cosa nuda e cruda ossia la vita biologica o nuda vita. L’arte è come un’imbarcazione, un veicolo che permette di risalire, retrocedendo, il flusso di significati che dal piano archetipico precipitano nel mondo oscurando la complessità del reale.

L’arte è possibile attraverso l’esistenza del corpo che nella figura 1 è indicato da una stella collocato nel punto d’incontro delle tre dimensioni illustrate: è solo perché la corporeità è un incrocio e un punto d’intersezione che ci è possibile risalire il linguaggio e giungere sull’altopiano archetipico e da lì mirare la vastità infernale che il nostro corpo sente ma che i nostri occhi non vedono. La più astratta delle arti, la poesia, è anche quella che per il suo essere crocevia tra la pura astrazione della musica e la materialità del segno grafico visivo può esserci utile per capire la capacità di disvelamento dell’arte.

Questo componimento di R. M. Rilke è così illuminante che speriamo possa mostrare al lettore ciò che abbiamo voluto dire fin ora:

Io temo tanto la parola degli uomini

Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo, lo schernire per gioco,
che sappian tutto ciò che fu e sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.
Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani!
A me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute!
Voi mi uccidete le cose!

Recuperando le suggestioni dell’emanazionismo neoplatonico e gnostico, potremmo dire che le immagini ricavate dall’incontro tra il corpo e l’ambiente incorrono in un processo di degradazione che dal piano della pura contemplazione precipita l’immagine nella gabbia del discorso. Il discorso è una prigione, una caserma e una tomba, esso si scinde nell’invisibile e nel visibile: l’invisibile può essere detto pur non apparendo matericamente, al contrario del suo opposto, il visibile che può essere matericamente osservato e che a sua volta viene traslato nel dicibile. L’architettura è precisamente questa pratica di condensare la mole del discorso invisibile in agglomerati di linguaggio solidificato: un palazzo non parla ma a partire dalla decifrazione del codice con cui è stato progettato è possibile ritradurre la sua manifestazione muta in catene discorsive rivelanti il senso del suo esistere.

Il codice che presiede all’agire architettonico è ciò a cui ci riferiamo con l’espressione “Urbanismo”. Se da un lato la parola “uccide” le cose, dall’altro essa la sostituisce con simulacri ed è capace di creare mondi architettonici ordinati ossia di sigillare il caos amorfo del Reale nel Cosmo celestiale dell’immaginario. Chiunque voglia assaltare le istituzioni deve tenere conto di tutto ciò, deve cioè concentrarsi sulla natura linguistica che si cela dietro l’invisibile e il visibile e per farlo deve dissolvere chimicamente la materia del discorso condensato. Bruciare la città non basta, poiché non è assolutamente scontato che private dei loro corpi-simulacri, le parole che presiedono all’ordine cosmico urbano finiscano di esercitare il loro potere.

La soluzione a questo dilemma resta per noi il processo negativo dell’arte: così come gli alchimisti ritenevano di poter “accelerare” l’opera di creazione-distruzione della Natura, l’arte potrebbe essere capace di percorrere a ritroso il viaggio che dall’immagine pura si conclude nel linguaggio condensato della materialità. L’arte può schiudere il corpo del discorso e impressionare lo spirito linguistico che in esso riposava per esorcizzarlo e dissolverlo una volta per tutte.

Vi è dunque una componente magica della pratica artistica che si estrinseca nel potere di disincanto o di rivelazione dell’incanto su cui riposa la realtà immaginaria.

 

 4.Perché sproloquiare sulla Magia?

Maelstrom caotico! Sembra di leggere un delirio, ne siamo consapevoli. Concedete però un briciolo di carità ermeneutica. La domanda su cosa è di fatto la magia attira magneticamente risposte complesse ma non c’è miglior prova del nostro mesto quotidiano per capire quanto è finta e allo stesso tempo fin troppo reale il dominio della magia.

Tutta la nostra routine è costruita architettonicamente dal pensiero magico – non intendendo con questo binomio riferire il noto concetto psicologico e antropologico quanto l’identità di linguaggio e magia e di pensiero come linguaggio invisibile e “interiore” – : le bollette, le ingiunzioni di pagamento, gli iter burocratici, i matrimoni, la giornata lavorativa, le mail da leggere, il sistema postale, l’ora legale, l’ora solare, gli orologi, la scuola, le note sul registro, la disoccupazione, la povertà, la ricchezza, la compravendita di un immobile, la divisa di un poliziotto, il sistema della giustizia, il carcere, la carta d’identità, il passaporto, i confini geografici, i confini politici, il cittadino e la cittadina, la responsabilità parentale verso la prole, una multa, le strisce blu e le strisce pedonali, le ferie, le vacanze, i voti, il biglietto numerato per la coda in macelleria e nella sala d’attesa del medico curante, le professioni lavorative, i riti religiosi, i funerali, i cimiteri, le azioni sul mercato, le bolle speculative, i fallimenti e la bancarotta.

Questo elenco disordinato è solo una parziale raccolta di tutte quelle cose-simulacro create dalle parole d’ordine del pensiero magico: fin quando vi sarà il dominio del pensiero magico non potrà esserci storia e men che meno potrà essere esperibile qualcosa come la Modernità. Il paradigma neoliberista è soltanto l’ultima forma assunta dal pensiero magico ed è soltanto uno delle forme più acute di ciò che in un contributo precedente abbiamo definito “Cammino della Mano destra” ossia quella serie di pratiche afferenti al rituale della magia cerimoniale volte al controllo della natura e a conferire l’immortalità all’officiante.

Quando prima abbiamo parlato del potenziale magico delle pratiche artistiche ci riferivamo però ad un tipo di “magia” per certi versi opposta: una “magia critica” in grado appunto di disincantare la realtà creata dal pensiero magico e dissolverne i legami per sempre. Una magia “sinistra” è quella dell’arte ed ogni pratica artistica che invece di dissolvere opta per la creazione e unione di nuove cose-simulacri non è altro che un’arte asservita al dominio del pensiero magico propugnato dalla mano destra.

 5. Guardiamo dalla sorgente, finalmente l’abisso! Una breve incursione ai margini del pensiero magico.

Sono diverse le opere cinematografiche che nello sviluppo delle storie rappresentate suggeriscono allo spettatore che la realtà in cui vivono i protagonisti non è la vera o comunque unica realtà. Non ci dilungheremo su “The Matrix” (Sorelle Wachowski,1999), sull’espediente narrativo di “They lives” (John Carpenter 1988) o sul celebre colpo di scena caratterizza “The Others” (Alejandro Amenábar, 2001). Si tratta di opere che cavalcano lo schema mitologico della realtà segreta che si offre mediante strumenti specifici (magici) all’esperienza dell’iniziato o, come nel caso dell’ultima opera citata, di storia che ingannano lo spettatore mediante un ribaltamento finale che capovolge la prospettiva suggerita dalla storia nei suoi momenti iniziali. È con queste allegorie cinematografiche che intendiamo mostrare il nostro ribaltamento del senso comune attuale e dei suoi antenati.

Noi pensiamo di dover attraversare l’aldilà e giungere al giardino celeste ma la realtà è che questo luogo metafisico è perfettamente incarnato dal nostro modello sociale fondato sulla città e il suo sviluppo; il punto non è quindi quello di realizzare in terra il disegno divino ma anzi, il contrario, abbandonare l’eden e le sue produzioni immaginifiche per iniziare a prendere coscienza di quanto possa essere “infernale” ciò che nel nostro senso comune è rappresentato con i fasti dell’idillio arcadico: parliamo dell’immagine più abusata e distorta di tutte, ossia la “natura”. Oltre l’immagine della natura come dimensione armonica e pacifica si dipana l’oceano delle grandi sofferenze: la natura è lo stige infernale in cui le nostre città respingono i corpi non normati all’idea occidentale di ciò che può essere elevato al rango di forma di vita accettabile.

Inoltre non intendiamo dire che bisogna rifuggire la minaccia assassina della parola per ripiegare sulla logica iconica delle immagini, al contrario è proprio una volta che siamo giunti sull’altopiano del mondo degli Archetipi che bisogna, una volta per tutta, tirare fuori la testa dal Mondo per scorgere la sorgente tanto delle immagini quanto delle parole. Proviamo a farlo inserendoci nelle ipocrite pratiche di riqualificazione urbana, così come nei discorsi mainstream sui fenomeni migratori, che altro non sono che operazioni magiche utili a presentificare l’anonimato dei corpi all’interno del linguaggio e del senso comune, soggettivando e allo stesso tempo oggettivando le forme di vita colpite per porle sotto il dominio del potere giuridico della legge.

Ciò che caratterizza l’umano che migra è la peculiarità di portare con sé pezzi del mondo che ha abbandonato sulla spinta di fattori molteplici. Il mondo che viene abbandonato è destinato a finire e lasciare al suo posto la nuda terra e il silenzio intervallato dalle vestigia cadaveriche che solo attraverso la divinazione archeologica potranno indicare ciò che è stato. Il mondo che invece ospita il flusso migratorio è portato “naturalmente” ad evitare di essere contaminato dai pezzi mondani che i migranti portano con sé. L’obiettivo del mondo ospitante è quello di cancellare gli altri mondi, ossia gli xenolinguaggi che mantengono in potenza la possibilità dei migranti di ricreare il loro habitat perduto nella terra straniera in cui si sono ritrovati dopo un lungo e sfiancante itinerario di cancellazione del sé. Questo vuol dire che una volta indossata la pelle della migrazione le forme di vita perdono consistenza e divengono forme opache, spettri di un altro mondo o se si preferisce fantasmi.

Chi sono i nostri fantasmi?

Sono i 60mila corpi che attraversando chilometri desertici e prigioni libiche giungono nella penisola per conquistare un posto in Europa, quella terra che essi immaginano felice e prospera e si ritrovano avvinghiati nel vortice del lavoro nei campi, dove si muore al sole, senza una certezza.

In questa transumanza senza pastore, il passare del tempo attraversa i corpi migranti mentre sono in fila ad aspettare i documenti, in attesa di perdere quello che rimane della loro identità. Come grotteschi ammassi di carne in procinto di essere trasformati dai riti delle nostra società.

In questa attesa infinita, non riescono a fare un passo in avanti, si ritrovano in condizioni di lavoro che non dovrebbero esistere, a costruire baracche che non dovrebbero esistere, a vivere in delle “abitazioni” che non dovrebbero esistere, padroni di un “nulla” dove gli unici brandelli di quella identità che contraddistingue chi ha la possibilità di nascere e vivere in un luogo definito, sono la moschea, il mercato, il ristorante. Tutto è rigorosamente eretto in lamiera e plastica di riuso.

Precarietà, temporaneità che avviluppa le architetture e le vite in una condizione violenta di schiavitù.

Risaltano i luoghi di aggregazione anti-economica: la moschea, le discoteche e i ristoranti. Attraverso collage plastici, supportati dalla documentazione audio-visiva capace di catturare le condizioni di quei luoghi si vuole portare all’estremo la tecnica del reportage, in modo tale da generare nel visitatore di questi non-luoghi la domanda: “Tutto questo esiste davvero?”, “È possibile che, circondata dalle cattedrali-serre, svetti una moschea che sembra stata deportata direttamente dagli scenari dell’Africa sub-Sahariana?”. Non è possibile, ma lo è: non dovrebbe esistere ma c’è. Questa catena di contraddizioni realissime può esplodere nella sua drammatica presenza attraverso l’evocazione di immagini impossibili, edulcorate e assemblate con lo scopo precipuo di mandare in cortocircuito la mente di chi vuole entrare in contatto con il dolore e la sofferenza senza sporcarsi le mani.

Osservando quelle comunità fantasma popolata da questi esseri spettrali privi di mondo, ciò che più colpisce è innanzitutto il desiderio di andare oltre la mera utilità economica: infatti, è curioso riflettere sul perché in una baraccopoli su cui pende ogni giorno la spada di Damocle della distruzione rabbiosa si possa pensare di costruire un luogo sacro e nelle immediate vicinanze uno spazio profano per ballare, divertirsi e scollegarsi dal piano immanente della mera sopravvivenza. La risposta è ovvia: moschea, discoteca, sacro e profano sono le cifre della trascendenza dell’immaginario universale dell’essere umano, che non può essere ridotto alle categorie fredde e parziali della logica economica. Sprecare energie e materiali di riuso che potrebbero essere impiegati per ampliare le abitazioni o crearne di nuove, sono gesti che ci ricordano che a mantenere in vita con dignità i corpi più che i bisogni essenziali sono i desideri trascendenti: la voglia di ri-unirsi nella misticità del corpo della comunità, il bisogno di mescolarsi mentre i corpi sudano e le orecchie tremano per le vibrazioni sonore e i fluidi che alterano la psiche e le permettono di andare oltre il dolore.

Un occhio esterno, posseduto da un corpo che pasce da sempre nel benessere, non farebbe che rispondere al disagio dei fantasmi della baraccopoli attraverso i parametri culturali della sua forma di vita e così, inevitabilmente, piuttosto che esaltare il prossimo lo condannerebbe ad una condizione, sì legale ma di “ufficiale” subalternità. Per aiutare e fornire soluzioni concrete bisognerà dunque staccarsi estaticamente dalla cultura razionale del funzionalismo e cedere completamente ai bisogni e alle aspettative del “di fuori”, quella porzione di realtà che noi pensiamo di aver respinto ai margini ma da cui, in egual modo, siamo tagliati fuori in virtù del nostro ingiusto benessere.

Francesco Gugliotta, Urbanogramma n.0, modello preparatorio, 2021. Courtesy l’artista.

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