Urbanismo Magico: immaginario e l’ultra-guerra

Urbanismo Magico: immaginario e l’ultra-guerra

Puoi la svintura scindi n’to paisi,
lu vientu è lamintusu n’to passari:
adduma l’oliu, abbruscianu li casi
La morti ridi e puoi giustizia fa.
Rosa Balistreri – La Piccatura

Premessa di metodo

Bisogna fare molta cautela prima di addentrarci nella selva che ci si staglia davanti.

Cautela carica di scetticismo ma priva di ingenuità: lo sguardo filosofico non può limitarsi a ripetere servilmente i dogmi dei paradigmi culturali che esso respira ma, non può neanche limitarsi ad asserire alcunché senza faticare nell’incedere della dimostrazione di quanto afferma. Pertanto bisognerà attenersi a due principi di metodo:

  1. Non considerare il presente come il grado ultimo di una conoscenza vera delle cose e piuttosto scindere categoricamente Tempo e Verità e anzi procedere mettendo in relazione le scansioni epocali della temporalità alla totalità del vero. Non esistono pertanto epoche più progredite di altre ma, ognuna di esse contiene e custodisce al suo interno un grado di una medesima Verità: il vero è molteplice ma la Verità è unica, così come unico è l’errore.
  2. Non possiamo essere certi, preliminarmente, dell’esistenza di qualcosa ma, possiamo essere certi dell’esistenza di un discorso sul qualcosa verso cui nutriamo un dubbio ontologico: quando parliamo di unicorni o del big bang non possiamo essere certi dell’esistenza degli uni come dell’altro ma, si può essere certi dell’esistenza di un discorso che ritiene veri gli unicorni, così come possiamo asserire di essere certi dell’esistenza di un discorso che postula l’esistenza di un evento non-temporale a cui ci riferiamo con la parola big bang. Ecco che in una serie di articoli discuteremo di Magia, nello specifico di magia popolare così come si presenta nelle zone morte della Sicilia, ma non sarà la magia e le sue particolarità ad occupare la nostra attenzione bensì, il discorso entro cui la magia e le sue particolarità appaiono. Pertanto non ci esprimeremo circa la verità di questa o quella pratica magica, non pronunceremo sentenze o condanne nei confronti dei soggetti autori di un discorso sulla magia ma ci limiteremo, appunto, a trattare questi individui come fonti da cui scaturisce un discorso sulla magia.

Pensare il discorso e con esso gli elementi che appaiono nel suo dominio: farlo significa adottare una prospettiva itinerante all’interno di una metafora: abitiamo il discorso così come abitiamo lo spazio e lo spazio in cui abitiamo influenza le modalità in cui discutiamo della realtà. Il discorso, come un agglomerato urbano, si staglia sulla superficie dell’immaginario: il discorso è il principio antropico che modella l’immaginario ma è a sua volta dominato e modellato da quest’ultimo. Pensare vuol dire quasi sempre staccarsi da una modalità emotiva di esperire lo spazio e ciò che in esso sorge, pensare significa esaurire le possibilità del discorso fino a ritrovarsi nell’aperta e sconfinata valle dell’immaginario.

L’ultra-guerra, i suoi contendenti e la barricata

Francesco Gugliotta, Rovine di radici. Collage J. Koudelka su terremoto di Amatrice 2021. Courtesy l’artista

Mentre l’avanzata del futuro incede furiosa e ogni giorno la virtualità della potenza apre sconfinati spazi di possibilità, specularmente, il passato si allontana a dismisura occultato dalle interferenze dei ricordi. Più il futuro si approssima verso il presente, più il recente passato diventa un trapassato i cui contorni sfumano inesorabilmente. I ricordi si sostituiscono ai fatti e disorientano la percezione dell’io.

Siamo nel pieno di una guerra psichica ma noi non stiamo neanche combattendo. Chi siamo? Siamo i bastardi della controcultura, aborti sparsi nell’Urbe senza mura, nascosti negli anfratti periferici e nelle discariche dove le merci concludono la loro effimera esistenza: “i consumatori”, così ci chiamano ma sarebbe meglio dire i “consumati”, rifiuti culturali che producono cataste di rifiuti materiali, rifiuti che andranno ad infettare l’aria e la storia dei confini del sub-cosmo ai limiti dell’Occidente. Le nostre bocche fagocitano la merda del passato. Mostri alienati i cui respiri bandiscono giorno dopo giorno l’appartenenza ad un ordine sociale che ci disgusta ma che  allo stesso tempo reintroduciamo nei polmoni della nostra mente forgiata a debito e disillusione. Abbiamo deposto le nostre armi: quando? Non lo ricordiamo. Sappiamo solo che abbiamo iniziato ad accatastare i cadaveri dei nostri compagni, disponendone con cura le membra fino all’erezione di una grande muraglia di corpi immondi e alla fine ci siamo con cura disposti tra le insenature di questo muro infame per renderlo più saldo. Chi siamo? Risponderemo: “Siamo la grande barriera che separa i vampiri dalle loro prede: siamo la barricata che non permette alla scontro definitivo di esplodere in tutta la sua potenza”.

Macchie desolate alle pendici di vulcani, all’interno di valli senza linea ferrata, o all’estremità di impianti industriali, che solo percorrendo pochi chilometri a piedi e alzando lo sguardo verso le opere pubbliche più corrose, non dimenticano un tempo, che gli occhi tra le sottili persiane e le Mercedes parcheggiate sul marciapiede, confermano, fu tra i più gloriosi. Aggregati di persone in continuo aumento le cui aspirazioni si fermano all’ingresso di una fabbrica, si sommano a precedenti insediamenti generazionali, che contribuiscono a moltiplicare metri quadri del senso comune, in assoluta dipendenza da chi da sempre, possiede la possibilità di costruire, produrre, plasmare o per lo meno indirizzare lo sviluppo di intere generazioni.

Chi sono loro? Loro sono quelli che combattono gli Altri. Loro sono i Cateconti, coloro che frenano la presa di coscienza della lotta finale, gli emissari del senso comune, i sacerdoti della normalità, i vitalisti che non si avvedono del putrido fetore delle loro carni marce. Loro sono spettri del passato ma credono di essere nel qui e nell’ora: noi a volte pensiamo di essere Loro, altre volte vogliamo convincerci di essere gli altri. Loro frenano e trattengono il grande animale e noi ci lasciamo cullare dalla nenia del pastore e dormiamo sogni tranquilli ammassati e ammansiti nell’ovile del nostro benessere. I Cateconti succhiano ricchezza nelle zone selvagge del mondo e noi ne beneficiamo fin tanto che di questo piccolo gruzzolo di felicità possiamo farne il cuscino del nostro riposo.

L’orribile verità è che noi e loro siamo membri della stessa comunità, loro frenano e trattengono il grande animale e noi ci lasciamo cullare dalla nenia del pastore e dormiamo sogni tranquilli ammassati e ammansiti nell’ovile del nostro benessere. I Cateconti succhiano ricchezza nelle zone selvagge del mondo e noi ne beneficiamo fin tanto che di questo piccolo gruzzolo di felicità possiamo farne il cuscino del nostro riposo.

Loro stabiliscono quello che chiamano trend.

Trend:
L’evoluzione di un determinato settore economico. 

Un gioco, in cui Loro decidono le regole, in cui Loro sono i soli a giocare.

Potremmo ridurre a questa definizione tutto il meccanismo di quello che governa il discorso abitato come agglomerato urbano. Il motore economico è quasi sempre il mezzo che decide se un’area, è centro o è margine. Noi assecondiamo questo loro gioco totalmente cristallizzati dalle informazioni e bombardati dalle regole, sottoforma di gesti, immagini, automatizzazioni umane come un codice pre-impostato da Loro, password del senso comune.

Noi siamo gli ignavi: siamo collaborazionisti, accondiscendenti e servizievoli come bestie d’armento, che per un posto caldo, un posto fisso, i riflettori sulla ribalta del potere costituito, decidiamo di fingere che non ci sia un “fuori” al di là del recinto. Possiamo ancora redimerci: saremo comunque condannati ad una fine ingloriosa, eppure abbiamo quantomeno la speranza di bruciare in eterno senza il peso di non aver tentato almeno una volta la possibilità della salvezza.

Dove si svolge la guerra che stiamo perdendo? Nel grande, immenso e sconfinato campo dell’immaginario: in effetti abbiamo sempre abitato lì, nel complesso intreccio di immagini che scambiamo per la realtà. Prima di essere porci infami, siamo immaginanti ed è nell’immaginario che dobbiamo agire per poter tornare ad abitare la nuda e rovente realtà.

Quasi indipendentemente è la geografia, ovvero la collocazione in cui l’immaginato ricade nelle mappe.

Le aree marginali non sempre equivalgono alle più povere o depresse del Paese: a unificarle è la continua perdita di popolazione e la mancanza di un senso di appartenenza. Per il resto, ulteriori somiglianze si rilevano nella sofferenza per gli effetti del cambiamento climatico o nella fragilità del territorio.

Molti sono gli esempi dei nuovi centri comuni in cui è di base l’ideologia di un capitalismo che si fa estetico, che diventa vettore di controllo sociale attraverso la cultura. In alcuni casi con l’appropriazione indebita di porzioni di città o territorio sfruttando l’ipocrisia della rigenerazione come modello oligarchico di controllo rendendoli apparentemente accessibili. Strettamente in relazioni sono le aree marginali, come se non potessero esistere l’uno senza l’altro. Come qualcuno che ti permette di stare seduto a consumare e qualcun’altro che viene a servirti la consumazione, un consumato.

Sheol שאול non è una dimensione ultraterrena, a meno che non si voglia intendere l’immaginario come qualcosa di non materiale e al di là del mondo eretto dalla scienza, l’immaginario è Sheol, un Ade fatto di ombre e nenie ctonie: è la superficie che si staglia sopra Abbadon אֲבַדּוֹן, l’abisso della realtà in cui i nostri corpi vengono massacrati ed eterodiretti dalle potenze che nella sfera dell’immaginario ci appaiono circonfuse di luce. Il gioco dell’inversione: il mortale agisce nello Sheol convinto che sia la realtà e pensa quest’ultima come una dimensione trascendente a cui prima o poi giungerà – la terribile verità è che i mortali vivono l’inferno quotidianamente attraverso i loro corpi ma non se ne avvedono poiché ignorano le sofferenze della carne avendo occhi solo per il reale immaginato: la selva d’immagini che compongono l’immaginario, dominio esangue dei morti, mondo spettrale senza vita.

Dobbiamo abbandonare Sheol, dobbiamo “cadere” con la nostra organicità in Abbadon per risvegliarci dal tepore dei morti e ritornare a soffrire con la carne: pertanto, per trovare una linea di fuga dall’immaginario, l’immaginario e i suoi confini dobbiamo ricostruire. Dobbiamo trovare nei suoi anfratti e nei suoi angoli irrazionali le armi da rivolgere contro noi stessi e contro l’ordine dei Cateconti. Due figure, due ruoli per certi versi lontani e per certi versi vicinissimi, ci aiuteranno nella nostra lotta infame: il mago popolare e l’artista contemporaneo.

La radice del potere

Francesco Gugliotta, Cattedrali per volatili – geometrie oro su terremoto di Amatrice 2021. Courtesy l’artista

 

Quell’oggetto che nel xix secolo racchiudeva il funzionamento dell’uomo normale, che la Modernità ha battezzato con il nome “Uomo”, è diventato la bozza del progetto architettonico dell’origine spiegata dalla scienza.

Aberrazione mostruosa di un rito negromantico che intendeva riportare in vita un nuovo dio, l’Uomo nasce a immagine e somiglianza del linguaggio della storicità e nel momento in cui si liberano in cielo le urla di giubilo per la nascita dell’oggetto di scienza più rilevante tra tutti, ecco che già quella storicità, dopo le doglie del parto, stringe al petto il corpicino inerte del “ciò che non cresce”. La biologia, la filologia e l’economia politica, al guinzaglio del discorso storico, ritenevano di aver scavato in profondità o meglio, biologi, filologi ed economisti si ritenevano speleologi della forma, in cerca del contenuto “perduto”, possessori di uno sguardo penetrante in grado di eviscerare le profondità della vita, della parola e del valore; la morte dell’Uomo aveva compromesso ad inizio Novecento l’equilibrio precario di un’autoriflessione soggettiva trascendentale, incapace di giustificare se stessa nel flusso diveniente che aveva posto a realtà degli oggetti delle altre scienze.

Il senso comune fatica a riconoscere e accettare la radice esoterica della cultura ufficiale moderna, il Razionalismo, e ciò ha comportato una polarizzazione nel dibattito pubblico: il mondo scientifico da una parte, sempre più lontano dalla comprensione dell’uomo comune, le folle anti-scientiste dall’altra, facendo sì che larghe fette della popolazione oggi siano spinte tra le braccia infantili della teoria del complotto.

L’Italia è una terra frastagliata da differenze e singolarità culturali che la rendono ancora oggi un territorio profondamente diviso. Ci lasciamo indietro cadaveri di impianti urbani, territori dove la geografia si impone alla storia, dove l’abbandono non è che solo un ritorno dell’elemento naturale. Necropoli senza vetrine, ne turisti, abbandonate per il nuovo, più comodo, più flessibile. Proprio in questi luoghi vi è un passato antico che ha però depositato nel seno della sua geografia un frutto sotterraneo: millenni di tecniche e pratiche sapienziali superano le barriere politiche che dal rinascimento hanno impostato il volto campanilistico della cultura italiana, pratiche che le scienze umane hanno etichettato come “magia popolare“. Con questo termine la Modernità ha tentato di circoscrivere un universo e un immaginario estremamente vasto e complesso, frequentemente sovrapposto alla Religione Cristiana e ai suoi riti così che la Magia è sempre nascosta tra le pieghe della Cultura Ufficiale.

La costellazione di studi etnoantropologici e storico-religiosi hanno permesso nel corso dei decenni intercorsi tra la seconda metà del Novecento e la nostra epoca di rivelare una vera e propria Koiné identitaria: dalle Masche piemontesi alle Janare Napoletane fino alla Majara dell’entroterra siciliana, la Storia della Magia è anche la storia dell’espropriazione maschile dei segreti e dell’autorità del potere femminile. In quel lasso di tempo in cui la Medicina Clinica ha soppiantato gli antichi rimedi della cultura popolare, si è consumata la vicenda dell’esclusione della Grande Madre dai confini dello Stato Nazione: affinché lo Stato Moderno potesse sorgere era necessario che il potere ctonio del mondo magico fosse occultato e rilegato nelle anguste mura dei manicomi e nelle pagine dei manuali dei disturbi psichiatrici.

La categoria dell’urbanismo magico si innesta pertanto sulla necessità di portare in superficie la Koiné magica attraverso la riscoperta di sentieri reali e immaginari tra i paesaggi dell’Italia nascosta e dimenticata. Un ricollegare la trama della cultura popolare attraverso il recupero integrale dei riti ancora vivi, del doppio misterico auscultabile nelle feste religiose che scandiscono ancora oggi l’anno di innumerevoli comunità.

In superficie, rispetto all’habitat sotterraneo della magia popolare, si dipana il concetto contemporaneo di “Arte”: altrove taluni cerusici, profeti ultramoderni e filosofi hanno già avanzato un paragone non tanto azzardato tra gli operatori della magia cerimoniale e gli scienziati contemporanei; analogia che ci soddisfa e vorremmo prendere per buona e sulla scorta di cui vogliamo avanzare l’idea che il mago popolare abbia invece a che vedere con l’artista della fine dei tempi moderni. L’arte, come prassi acefala, ossia come religione e rituale senza dio e senza dogma, è un codice percettivo utile a comprendere il mondo-linguaggio prodotto da una falsa-coscienza, ossia da un artificio consolatorio che non traffica con il reale ma con l’immaginario: lo stereotipo dell’artista che gioisce dell’assenza di un dio trascendente deve scontrarsi con l’idea che in ogni gesto, in ogni scelta, in ogni visione, l’artista vuole ricostruire la possibilità del sacro e dunque rievocare l’abisso divino. Vogliamo pertanto discutere dell’artista come di un sacerdote senza culto o meglio come ministro del culto immanente dell’imago humanitatis. Il processo deiettivo della cultura (come caduta dal cielo astratto del Sacro alla “terra” profana) colloca l’Uomo al posto di Dio e lo venera nel processo generativo e ermeneutico dell’arte. Esiste un’arte celebrativa dell’Uomo e un’arte dissacrante che mira alla distruzione dell’umano così come questo concetto si è imposto nel panorama culturale della Modernità.

Nella Maijarìa e nell’Arte contemporanea si celano delle armi per il controllo delle immagini ed è dunque ridonando senso a queste pratiche che potremo finalmente trovare i grimaldelli per aprire i cancelli di Sheol e precipitare nella nostra patria: l’Abisso. Da lì in poi saranno altri gli strumenti a cui affidarsi: il sangue immaginario del mondo dei fantasmi lascerà il posto al sangue fetido dell’Abbadon, il fuoco e le fiamme bruceranno il corpo e non più solo la mente. Il discorso moderno è stato eretto come arma per espropriare le caratteristiche “esotiche” dell’alterità, ciò ai fini della formazione dell’autorità: la brutalizzazione dell’altro apre all’invasione dell’esterno, nel xix e nel xx secolo le scienze umane, ossia l’antropologia e i cultural studies non sono forse l’attacco organizzato all’Altro-che-è-fuori di noi? La psichiatria-criminologia non è stata la frusta infame per il disciplinamento dell’Altro-che-è-dentro di noi? E la Storia, l’Archeologia, finanche la Paleontologia, non sono in effetti da intendersi come gli aggeggi per operare la sussunzione/sottomissione dell’Altro-che-è-prima di noi?

Queste discipline, che il discorso moderno ha sguinzagliato per il raggiungimento dei trofei della grande caccia al selvaggio, da dispositivo di controllo delle xeno-entità si sono infine mutate in cavalli di Troia capaci di sovvertire la pólis dell’Autorità. Allora se Ilio è caduta non ci resta che portare a compimento lo sfacelo e invocare a gran voce l’arrivo degli altri: dobbiamo tradire loro, tradire noi stessi e tradire per il gusto di tradire fino a rovesciare il nostro io in preda agli spasmi.

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