FEMMINISMO PATRIARCALE – prima parte –

FEMMINISMO PATRIARCALE

 

Autorità e libertà nel godimento femminile

 

Che il discorso femminista sia problematico, questo è indubbio. Ma per quale motivo? Perché in fondo problematizza anche ciò che altrimenti problematico non lo sarebbe. Voglio dire: per quale motivo ad un certo punto l’attivista Maria Beatrice Giovanardi ha creduto fosse davvero necessario domandare all’Oxford English Dictionary prima (novembre 2020) e all’Istituto Treccani poi (marzo 2021) l’epurazione del lemma “donna” (“woman”) da tutti quei riferimenti sessisti che ancora pervadono la sua definizione1?

Forse perché, come qualcuno lamentò con fervore all’Istituto sopra menzionato in quegli stessi giorni, se non ci si opera per una correzione minuziosa il linguaggio «Non aboliremo mai il sistema patriarcale in cui si annida il sessismo»2?

In tutta sincerità – e consiglio, per avvalorare con un supporto autorevole (nonché femminile e femminista) questa mia piccola opinione, di leggere l’ottimo articolo della famosa sociolinguista Vera Gheno dal titolo Contro i Vocabolari Pulitini 3(uscito sulle pagine de IlPost recentemente) – trovo questo caso mediatico null’altro che, quantomeno nei suoi scopi manifesti (e sicuramente nei suoi risvolti linguistici), un falso problema4.

Theodore Roussel, Giovane donna che legge (1887, olio su tela, 152x161cm. Tate Modern, Londra).


Semmai, di notevole interesse, è la modalità operativa di questo tipo di attivismo: a tratti autoritaria, certamente perentoria. Cosa succede infatti dopo aver individuato questa presunta falla all’interno della lingua?

Si cerca di calare dall’alto quella correzione che è ritenuta oramai essere alquanto necessaria non solo a livello linguistico, ma anche a livello sociale, così da appianare definitivamente le disparità messe inizialmente in evidenza.
Ma questo, lungi dall’avere un qualche scopo educativo, non è piuttosto il modus operandi abituale del contestatissimo “modello autoritario patriarcale”? Reputare la lingua della “donna” sbagliata, e quindi in qualche misura da correggere, non è altro che ciò che la virilità fa – o tenta goffamente di fare (sbagliando? Moltissime volte) – da tempo immemore.

E di questo la femminilità stessa ne trae sovente vantaggio. Perché? Perché la donna di per sé non esiste! E che non esista lo si capisce facilmente dal fatto per cui la virilità non fa altro che cercarla ostinatamente – come accade per Dio in fondo! –. Per questo motivo cercare la donna significa fondamentalmente regolamentarne minuziosamente i modi: dalla patristica (penso al Tertulliano de L’Eleganza delle Donne o al Clemente.

Irina Shayk in un cartellone pubblicitario di Intimissimi.

Alessandrino de Il Pedagogo, etc.) sino alla psicoanalisi – passando per i romanzi rosa e la ridondante cartellonistica pubblicitaria –, non si è fatto altro che legiferare impunemente sul suo conto, ma solo poiché in fondo ella non si mostrava. Ma questo fatto, anziché rappresentare per la donna solo una modalità oppressiva di concepire le sue qualità, è piuttosto l’unico viatico che ella ha per recepirsi come luogo di un desiderio problematico o, meglio ancora, per mettere in moto il suo stesso desiderio secondo il problema che lei stessa solleva – come del resto ogni Venere Anadiomene solleva al suo sorgere una piccola onda –.

Cosa voglio dire? Bisogna volgerci ad un grande sempreverde della psicoanalisi, e per la precisione alla questione che riguarda il come la femminilità dovrebbe godere, per capire meglio la questione sin qui sollevata (è, e lo dico per tentare di smorzare almeno un poco le ire femministe, una grande analista che parla): «Il più importante adempimento biologico dell’organismo femminile consiste proprio nel saper incanalare questo genere di forma maschile, cioè la libido clitoridea, e la sua suprema espressione, l’orgasmo, verso una direzione propriamente femminile, trasferendo il polo erogeno dalla clitoride, attributo maschile, alla vagina cloacale»5.

La donna giusta secondo la prima psicoanalisi – e ricordo en passant che la medesima “correzione” (giusto/sbagliato; corretto/da correggere) è auspicata in qualche modo accadere ancora oggi, seppur in un luogo leggermente differente, nella lettera sopracitata della Giovanardi –, sarebbe allora solo colei che è finalmente riuscita a spostare la sua attenzione libidica dalla zona clitoridea (cioè fallica, maschile, “scorretta”, etc.) a quella più interna cloacal-vaginale (giusta!), poiché solo questa seconda regione è ritenuta essere l’unico luogo anatomico, all’interno del corpo della donna, veramente femminile6.

Édouard Manet, Olympia (1863, olio su tela, 130x190cm. Museo d’Orsay, Parigi).

Sorvolando almeno da principio sulla reale possibilità di scindere realmente tra loro (quantomeno a livello libidico) questi due poli anatomici – a cui a dire il vero andrebbe aggiunto anche quello anale, su cui per intanto sorvolo –, bisogna ora chiedersi quanto segue: giusta, questa donna finalmente vaginale, lo sarebbe in base a cosa? Il fatto drammatico è che qui la psicoanalisi opera similmente ad una morale, cioè postula come il fine ultimo del suo lungo travaglio una qualche etica da portare necessariamente a compimento (“giusto” invece che “sbagliato”; “buono” piuttosto che “cattivo”; “corretto” e non più “erroneo”; etc.).

In realtà – ma questa sarà solo un’acquisizione piuttosto recente – è chiaro che il lavoro analitico non dovrebbe mai procedere su questa via drasticamente correttiva: la sua funzione principale infatti non si deve porre all’interno della cura medica strictu sensu, bensì piuttosto lì dove si complica la narrazione linguistica del soggetto (è per questo motivo che il fatto recente che ha aperto questa piccola scorribanda è di notevole interesse anche oltre i limiti della cronaca spicciola).

Il fine del discorso analitico deve cioè essere quello di produrre un racconto sensato per quella vita che le chiede disperatamente aiuto – che non riesce cioè ad armonizzare la propria lingua con il discorso sociale –. Non di salvare cioè i propri “malati” dal loro inferno immaginario, bensì piuttosto di lasciarli felicemente peccare, secondo quanto richiesto dalle loro personalissime inclinazioni, senza rimorso alcuno.
Come dice Slavoj Žižek sulla scorta di Jacques Lacan, «Lo scopo principale del trattamento psicoanalitico per colui che è in analisi
non è di organizzare le proprie esperienze di vita confuse in un (altro) racconto coerente»7, bensì per l’appunto – aggiungo io – di far affiorare questo stesso discorso confuso, ma appoggiato sulla parte del senso (e non importa quale esso sia! – ma non di certo quello della morale –). Così, dove la donna diventa giusta, la psicoanalisi – o chi per essa – perde tutto il suo valore. Ma non accade in qualche modo la medesima cosa con l’intervento auspicato delle attiviste femministe sopracitate?

 

To be continued

 

1 «Eliminare i riferimenti sessisti che compaiono nel sinonimo della parola “donna” della versione online del vocabolario». Nella sua versione integrale è possibile leggere la lettera aperta qui: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/03/05/news/parola_donna_treccani_lettera_maria_beatrice_giovanardi-290294721/ 

2 O ancora, citando qui e là dalla medesima fonte: «Vorreste gentilmente sottoporre ai Vostri esperti una revisione al 2020, direi dovuta, del termine “donna” e delle relative accezioni?»; «Sono certa che potrete fare qualcosa per correggere la – diciamo – imprecisione o svista». Gli esempi, che potrebbero essere maggiori, sono tratti da: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/varie/varie_78.html.

3 https://www.ilpost.it/2021/03/24/vera-gheno-vocabolari/

4 E precisamente per questi motivi, qui ben riassunti: «Il dizionario ci fa sapere qual è la realtà del nostro lessico. Noi, come parlanti, persone civili, cittadini, donne e uomini, forti di tale conoscenza, ci adopereremo per usarlo (o non usarlo) nei più corretti e civili dei modi, se ne saremo capaci. Il male non sta nel prendere atto che essa esiste, ma nella eventuale decisione di usarla. […] Cancellare, semplicemente, i dati di quella situazione non sembra il modo più fertile di far crescere una comune coscienza non solo non sessista ma, più in generale, non discriminatoria, verso chiunque» https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/varie/varie_78.html. Dello stesso parere, ancora una volta, la già citata Gheno: «L’importante – e su questo fronte si può senz’altro migliorare – è che i termini e le accezioni schifose, volgari, sconce, riprovevoli, maschiliste, grette, xenofobe, omofobe eccetera vengano chiaramente indicate, in modo che chi le usa possa avere piena consapevolezza del loro significato. Nella speranza, peraltro, che la nostra società si evolva al punto di rendere molti di questi usi obsoleti (cosa di cui i dizionari terranno ovviamente conto)» https://www.ilpost.it/2021/03/24/vera-gheno-vocabolari/

M.Bonaparte, La Sessualità nella Donna, Newton Compton, Roma 1978, p.28.

6 Non sarà allora un caso che, qualora ella non riuscisse totalmente nell’impresa, ci viene detto possano comparire i cosiddetti disturbi omosessuali o, nel caso lo shifting avvenisse solo parzialmente, bisessuali: in entrambi i casi il punto fondamentale è che questo modo “sbagliato” di godere è dovuto essenzialmente alla preponderanza libidica di questo suo «Organo maschile, inadatto alla funzione femminile» (M.Bonaparte, op.cit. p.19).

7 S. Žižek, Che cos’è l’Immaginario, IlSaggiatore, Milano 2016, p.30.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Seguici su IG / FB

Menu
Copy link
Powered by Social Snap