Metànoia / Il radicale mutamento

Metànoia
Il radicale mutamento 

Il concetto di comunità – cioè l’insieme di singolarità connesse – in questo attuale periodo di incertezza, ha assunto una nuova forma, mediata anche dalla comunicazione digitale: unisce ma anche separa, siamo legatǝ ma allo stesso tempo distanti, reali ma virtuali. Sicuramente è difficile immaginarci come un insieme e la pandemia ha solo accentuato questa mancanza di prossimità, di raccoglimento, unione e condivisione con l’altro. 

Quale riflessione sorge da questo momento storico? 

Partirei dalla considerazione di un termine divenuto quanto mai importante: prendersi cura, un gesto non solo umano ma anche politico, socialmente necessario.

È possibile creare un parallelismo con la parola religione che implica cura, infatti la sua etimologia – dal latino relegĕre composto dal prefisso re-, che indica la frequenza e legĕre, che significa scegliere, in senso lato cercare, avere riguardo – ha come funzione il percorso di cura collettivo. 

L’applicazione della parola religione, slegata dal contesto di culto, potrebbe quindi essere intesa come un processo di riacquisizione e riformulazione degli aspetti appartenenti alla dimensione comunitaria, come per esempio le celebrazioni, le feste, gli incontri e i momenti di aggregazione. 

Il concetto di religio rende quindi necessaria una considerazione: la disillusione, lo sconforto e la necessità di sentirsi parte di qualcosa – qualsiasi cosa – ha reso questo momento storico più che mai particolare, perché, differentemente da altri momenti drammatici, nel nostro presente confuso, sono stati rimessi in discussione i concetti stessi di collettività e dello stare insieme. 

L’educazione e il rapporto con la collettività viene appreso fin dall’infanzia e ha influenza sugli strumenti che noi mettiamo in atto nel nostro convivere; successivamente ciò che noi guardiamo da adultǝ influenza come ci rapportiamo gli/le unǝ con gli/le altrǝ. 

Il concetto di cura, nel processo di crescita, difatti implica una vulnerabilità, cioè l’esporsi dell’altrǝ verso noi e noi di conseguenza verso l’altrǝ, essa deve essere visibile nella misura in cui possa essere compresa e condivisa. Forse è la condivisone, sia interna che esterna, della vulnerabilità che cambia la modalità di rapportarsi reciprocamente. Certo è anche vero che durante questo periodo siamo tanto distanti quanto virtualmente legatǝ, ma tutto ciò che è intorno è vulnerabile e di conseguenza per osmosi anche noi lo siamo, in qualsiasi forma. 

La vulnerabilità potrebbe essere anch’essa un gesto politico, perché determina un valore, una disponibilità ad attuare significati, una denuncia a situazioni di sopraffazione dell’individuo che si espone ad essa. 

Su questo argomento, sulle parole cura e vulnerabilità, il filosofo e linguista inglese John L. Austin fa chiarezza sugli enunciati, nel testo Come fare cose con le parole, – cioè il complesso delle frasi nelle quali si dice cosa bisogna dimostrare – affermando che gli enunciati sono performativi, nel senso che il nostro parlare è sempre un agire, essi non descrivono un’azione, ma servono a compierla. In questa prospettiva la performatività delle parole implica una bilateralità: senza l’accordo dell’interlocutore il performativo non si realizza, l’azione non si compie, bisogna che ci sia uno scambio fra gli interlocutori in modo che il soggetto che si esprime sia preso sul serio da chi deve riconoscere il parlante nella posizione di compiere quell’azione. 

Lo studio che Austin fa sulle parole e sugli enunciati ci porta alla riflessione sul ruolo delle parole all’interno di una collettività, sul loro peso e di conseguenza come considerare la parola stessa un’azione che di per sé agisce; possiamo anche dire che in questo caso la vulnerabilità è un atto politico proprio perché l’affermazione della stessa è un’azione. 

Il percorso collettivo, verso la presa di coscienza del lavoro di cura, credo sia ancora molto lungo, inizialmente necessita di una metànoia, ovvero un radicale mutamento nel modo di pensare, di giudicare, di sentire, in funzione di un’ accettazione totale della condizione di vulnerabilità a cui noi siamo espostǝ, cercando comunque di immaginarci all’interno di una rete protettiva di connettività che non implichi solo il nostro modo di vedere le cose, ma includa anche l’altrǝ, come insieme delle differenze. 

La “cura della vulnerabilità”, intesa come forma rituale di condivisione, è connessa all’etimologia della parola religione con la differenza che, al posto dell’impositività del culto, la “cura della vulnerabilità” non separa, poiché la responsabilità viene condivisa su un piano più ampio: quello sociale e appunto quello politico, divenendo oggetto di espansione orientato all’ascolto, in grado di mettere in atto nuove strategie, adatte al nostro tempo, caratterizzato da costanti e veloci mutamenti. 

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