Presa Multipla x Figli della Speranza

TADAAAAN
Presa Multipla è felice di accogliere il progetto Figli della speranza.

COSA È?
Un progetto anonimo, un’anima, una raccolta. È un trattato aperto, che si scrive con il contributo di artistə che vogliono parlare a artistə. Figli della speranza è una chiamata a significare la parola speranza, tuttə assieme, ognunə nel proprio modo. Dal primo aprile è infatti aperta una Call cui tuttə possono partecipare per aggiungere contributi visivi sulla speranza .

COSA ACCADRÀ?
Presa Multipla accompagnerà questa raccolta di materiali e opere attraverso contributi teorici, poesie, scritte, racconti, vomiti letterari, approfondimenti. Ogni contributo scritto sarà ispirato ad un punto del decalogo che Figli della Speranza ha stilato. Ogni testo sarà un fulmine.

Figli della Speranza, non è un progetto artistico, è un’anima.

Commenta Lia Ronchi: Essere o scegliere di non essere? La consapevolezza sa cosa non vuole. A volte negarsi è fondamentale per riconoscere la propria anima, per non allontanarsi dai valori fondamentali, quelli nati nell’attimo dell’intuizione.
E se questo progetto non è artistico?
Amen, forse sarà Arte

Figli della Speranza è una e più vite in una, che all’unisono, a suon di fame, si nutrono con gli occhi di ciò che crea il mondo.

Commentano Giovanni Padua, Francesco Gugliotta: L’orgasmo poietico collassa nel centro magnetico del proprio desiderio, non la speranza promessa dal Dio celeste è ciò che agognamo. La speranza in cui vogliamo immergerci è un’orgia capace di fagocitare nelle proprie componenti viscerali la germinazione cosmica. Come Monicelli, precipitiamo nel caos primigenio. Al FigliƏ dell’uomo\donna che domanda la nostra identità risponderemo: «Noi siamo Legione».

Figli della Speranza vive dell’amore che l’arte crea, non tramite la sua fine ma al suo processo.

Commenta Manuela Piccolo: Io sono figlia e figlia di una figlia, ho vissuto nell’amore pieno di chi solo amore sa dare e di chi ha paura di farti cadere. Chiedi sempre il perché, non vincere mai la curiosità, continua ad alimentarla. Humus, terricci. Cosa c’è dietro quella cosa? Come funziona? Ingranaggi. Come si arriva alla fine di questa strada piena? Finisci i tuoi libri. Il processo dei processi, la speranza ma, ancora, non una sola, ma tutte. Le mie, le nostre, le vostre, una gentilissima rivoluzione e una simil dimostrazione di tutto quello che accade mentre la meraviglia appare, l’arte. Una linea che separa mi spiega come tracciare questa sezione, un profilo, un prospetto. Le linee più spesse, le linee di confine. I perimetri reagiscono. Negli occhi ho visto dimostrazioni di espressioni miste alla materia che diventa tridimensionale, non mi sono mai fermata di chiedere perché? Perché? L’amore petrolio, l’arte combustione. Architetture, processualità, vita, la forma e la composizione. Come sono arrivata a questo? Ho voluto osservare i vetrini di ogni singola cellula che ti compone, studiato. Rivisto. Cosa mi ha portato fin qui? Dove si ferma la mia idea e dove parte la mia azione? L’arte urgenza, il resto accadimenti. Siamo figlie e figlie di figlie.

Figli della Speranza sogna, agisce, interpreta e stupisce non grazie alla sua voce ma a quella di tutti gli artisti che continuamente e costantemente portano avanti il loro credo.

Commenta Anita Fonsati: Per me, figlia d’arte, innamorata dell’arte e amante dell’arte, la speranza si può tradurre nella mano di mio padre, artista, che deforma l’argilla cruda e le dà vita costantemente. Una vita e più esistenze insieme. Materia senza anima che grazie al tocco diventa viva: una sfera, una mano rilassata, un piede in bilico su un piedistallo, un orecchio in ascolto, una valigia pronta a partire, la maniglia di una porta chiusa – chi ci sarà dall’altra parte? -, un gallo silenzioso, una mela profumata – lo senti questo dolce profumo? -, un corpo nudo – avrà forse freddo? -, una sciarpa scossa da un vento presente ma al contempo assente, e infine la stessa brezza che scroscia tra le foglie di un alberello in cima a una collina fatta di argilla scura.
Speranza sono le mani dell’artista, espressione dei suoi pensieri più profondi. Speranza è scaturire la vita dalla materia fredda, immobile e spenta. Speranza è dare un senso a quelle cose che un senso non lo hanno ancora trovato. Speranza è l’artista che dà significato al mondo.

Figli della Speranza vuole evidenziare quelle realtà dove regna l’umiltà nel credere all’arte non solo per un bisogno materiale ma soprattutto per un’esigenza.

Commenta Francesca Greco: Non è molto difficile credere che ci sia un centro energetico da cui parte tutto. L’energia che si scatena da questo centro muove ciò che è fisico e ciò che non lo è, fa muovere i piedi verso qualcosa, fa intersecare i pensieri per produrne di nuovi, si accumula per fortificare i collegamenti, le verità.

Siamo di fronte all’energia prodotta dall’esigenza, l’esigenza di esserci non come singoli ma come intersezione, come connettori, come connessioni. L’esigenza che rende ciò che è personale, universale, che modella e forma l’arte, perché niente altro potrebbe essere fatto altrimenti, perché niente avrebbe senso, altrimenti.

Non basta che ciò che si crea si possa scambiare in termine di valore, serve che a prima vista/udito/tatto risvegli il centro energetico da cui parte tutto, che diventa suo/tuo/nostro centro.

Siamo tutti figli della speranza, e come tali dobbiamo dar retta agli odori, suoni e dolori che il nostro pianeta ogni giorno subisce.

Commenta Carolina Mancini: Boom economico, giardinaggio la domenica, subprime, scuola. Berlusconi, diritti civili, caduta delle Torri Gemelle. Avvento del politically correct. Vittoria della destra alle elezioni 2018. Porti chiusi, I can’t breathe. Epidemia, quotazione dell’acqua in borsa, +20% di suicidi tra i giovani.
La speranza non è una cosa che hai o non hai. Non è privata. Eppure si perde, a volte, nella tasca di qualche jeans o in qualche tramonto doloroso. La speranza è come l’età, che segna gli anni di vita vissuti e quelli ancora da vivere: la vita si perde, ma si perde vivendo – o morendo. La speranza si perde sperando, perché la speranza è temporale e guarda solo a domani.
Come, cosa speriamo? Le multinazionali della speranza, il terzo lavoro. La banalizzazione della complessità, la riduzione dell’immaginazione. Speriamo così, soffocati e ciechi. Sperare di essere qualcunə, o che qualcosa accadrà: manovrare le vite, maneggiarla con forza, indirizzarla, controllarne il corso, lavorare per un mondo migliore. Bellə no?
Non può essere questo il senso di ogni svegliarsi e dormire e amare, perché ci impiccheremmo in molti. Speranza è il sogno più capitalista che facciamo e spesso è fasullo. Cosa è allora, che ci fa ora camminare sulla terra? Esiste una meraviglia, materia e spirito insieme, che sento nell’«incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza». E non è speranza, quella, è la vita intera. «Tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente». (“Il nostro bisogno di consolazione”, Stig Dagerman, 1952).

La nostra madre terra dona a noi la speranza che ci permette di credere nel nostro operato quindi dobbiamo guardare ad essa come al nostro respiro

Commenta Lucrezia Arrigoni:
NOI DOBBIAMO GUARDARE LA TERRA E SMETTERE DI CONSUMARLA
NOI DOBBIAMO GUARDARE LA TERRA E SMETTERE DI DILANIARLA
NOI DOBBIAMO GUARDARE LA TERRA E GUARDARLA E BASTA
IL NOSTRO OPERATO L’HA DISTRUTTA
IL NOSTRO CONTINUO OPERARE LA DISTRUGGERÀ
L’OPERARE RIMANGA SOLO DELLE API
RIPRENDIAMOCI IL VIVERE LA TERRA
VIVIAMO LA TERRA PER CURARLA
TRASFORMIAMO IL CEMENTO IN PRATI
SFONDIAMO I RUDERI E COSTRUIAMO ORTI
E IN QUESTI ORTI SEMINIAMO IL GERME DELLA RIVOLTA
UNA RIVOLTA DELL’AMBIENTE COMANDATA DA UMANI
UNA RIVOLTA NATURALMENTE GUIDATA DAL RESPIRO CHE FA FATICA A USCIRE
I NOSTRI POLMONI SONO PIENI DI FUMI NON NATURALI
I FUMI CHE RIEMPIONO IL NOSTRO ORGANISMO SONO FRUTTO DELL’OPERARE
UN OPERARE FISICO E NON MENTALE
SE OPERASSIMO DI MENTE IL RESPIRO SAREBBE PIÙ LIEVE
LIEVE COME LA NEVE CHE AVVOLGE I CAMPI IN INVERNO
LIEVE COME LA BREZZA DI UN MARE CHE HA APPENA SMORZATO UNA TEMPESTA
LIEVE COME IL RESPIRO DI UN ESSERE UMANO
A CUI LASCIAMO UNA TERRA DILANIATA E MAI RISANATA.
PER RESPIRARE NON SI DEVE PIÙ OPERARE
IL NUOVO OPERARE DEVE ESSERE NATURALE
SOLO CON LA MENTE, ORA, SI PUÒ RESPIRARE, OPERARE.

 

La permeabilità dell’arte non dipende solo dall’uomo, ma anche dagli animi del passato che vivono nel presente e che perdurano nel nostro futuro.

Commenta Federica Mirabella: Non c’ero quando quel taglio è stato fatto, quando la tela si è squarciata aprendo un warmhole sull’arte.
Presente passato, passato nel futuro. Intrecci temporali su tela.
Eppure posso dire di averlo vissuto, di averne sentito il rumore, di aver visto la nascita ed esserne stata pervasa. Davanti ad un’immagine del passato, nel presente, la linea temporale si aggroviglia, non esiste un inizio e sicuramente non ci sarà una fine, e neanche la tanto osannata retorica del progresso storico. Trafitta dalla misteriosa potenza delle immagini. Ad ogni sguardo un taglio nell’anima, un varco da e verso il fu detto, il fu
visto, dove entrano ed escono le visioni degli uomini e delle donne di un tempo. Tentativi anacronistici per esplorare il senso. E i nostri sguardi, le nostre parole e i nostri gesti come materia che crea il contatto con l’altro, nel qui e ora. Ma siamo sicuri di poterci aggrappare a questa percezione del tempo e dello spazio? I nostri corpi sono mezzi, la nostra voce è l’arma che crea e distrugge. Noi siamo i figli e le figlie della speranza nel presente, con il cuore al futuro e le mani piene di passato.

Noi siamo figli di ciò che permette al nostro corpo di mangiare, e non con la bocca o con gli occhi ma con la volontà che muove la nostra anima. Che desidera e a lungo spera a suon di pugni e scossoni il compimento della conquista.

Commenta Giuseppe Amedeo Arnesano: Sappiamo che nell’atto del mangiare ritroviamo la ritualità, ma soprattutto un momento di condivisione tradizionale, culturale, gestuale e in qualche caso anche spirituale. Nel 1990 Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, 1961), in occasione di una delle sue prime personali iniziate con Pad Thai alla Paula Allen Gallery di New York1, inizia a servire, non ad esporre ma a servire ai visitatori del cibo tailandese come riso al curry, ramen, verdure e piatti tipici che ritroviamo a Bangkok e dintorni, l’artista compie un’azione insolita, innovativa, semplice allo stesso tempo potentissima. Un gesto spontaneo e conviviale con il quale fin dagli esordi Tiravanija aveva deciso di sovvertire le dinamiche di fruizione dello spazio, dell’opera d’arte e del ruolo del pubblico, realizzando idealmente una connessione con Martha Rosler, Dieter Roth e Daniel Spoerry anche se, gli accenti di quest’ultimi, differiscono dalla pratica dell’artista di origine argentina. Quella di Tiravanija è una corale reazione pauperistica ed ecologista alla contemporaneità, al consumismo e alla massificazione della società in perfetta aderenza teorica e pratica all’estetica relazionale formulata dal critico francese Nicolas Bourriaud2. Negli ultimi mesi ci prepariamo a entrare, almeno si spera, in un nuovo corso legato al post pandemia, ma dobbiamo fin da ora riprogrammare e intervenire già sulle sfide in atto e su quelle future. In questo anno e mezzo abbiamo capito quanto sono importanti le relazioni sociali, la libertà e le connessioni fisiche, qualcosa inizia a cambiare, ma in che modo si evolverà l’arte contemporanea di domani? Ad oggi abbiamo ancora bisogno di fiere, mostre, quadri esposti alle pereti e di fotografie? Ripartiamo dalle azioni, dalla quotidianità, dall’identità, dalla natura, dall’integrazione, dalla socializzazione e dalla convivialità, dalla redistribuzione della cultura e delle risorse economiche, dalla riconversione degli spazi vuoti fino alla conquista delle parità e di tutti i diritti.

1 https://www.guggenheim.org/artwork/artist/rirkrit-tiravanija
2 N. Bourriaud, Estetica relazionale, Postmedia Books, Milano 2010.

Figli della speranza vuole essere il pianto che accende gli occhi del bambino appena nato

Commenta Valentina Avanzini:
Pensiero per immagini:
un corpo danza sull’abisso
ci affacciamo ai nostri ignoti cantando
(le litanie e i requiem, il ritmo cadenzato dei mantra che apre altri mondi, i tamburelli infoiati della taranta che libera dal male, la ninnananna che mamma cantava cullandomi intanto con la mano sinistra)
arte come madre, grembo universale, momentaneo ritorno agli splendidi corpi che siamo stati, che saremo (e noi figlie – sacerdotesse del ritorno)
Avevo paura, il giorno prima di entrare in questo stato dell’essere? Quali sono i movimenti che hanno accompagnato il mio passaggio terrestre? C’è musica nelle altre dimensioni? La melodia universale dei pianeti, il suono dell’energia prima di farsi corpo, la voce sconosciuta e amica che ci ascrive fra gli esseri viventi
Ho sempre pensato che piangere fosse un po’ come cantare, il fratello selvaggio del canto, che non si cura della sua forma, che rigenera, che inonda.
Ho sempre pensato che piangere fosse un po’ come ballare scossi da un tremito impazzito
uomini antichissimi intorno al fuoco che invocano il temporale
(Il più potente dei nostri rituali è già scritto nelle nostre ossa, parla la lingua minuta delle cellule. Il suo è il tempo senza inizio)

Introduzione e coordinamento Carolina Mancini

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