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Azzurro Scipioni – Sul defaticamento degli sguardi

Viviamo un’epoca ludica. Un tempo che prende in giro. È arrivato lo scherzo a sopraffare il gioco. Il gioco ha la favella del desiderio, lo scherzo l’acribia della malizia. Lo scherzo è quello quotidiano che vive anonimo intorno alle nostre decisioni, e che consente la trasmissione di una partita di calcio, di un programma televisivo, gli assembramenti “politici” (politica che è assembramento per sua natura), ma che permane diffidente per un teatro, per un cinema. Ah sì, se il mio discorso fosse troppo astratto, parliamo anche di Covid.

Lo scorso 28 febbraio il cinema Azzurro Scipioni1 di Roma (via Scipioni 82 per i curiosi del macabro), fondato da Silvano Agosti nel 1982, ha cessato momentaneamente di vivere (il “momentaneamente” è mio perché sono un vecchio, illuso, utopista, anti-tutto).

Cinema Azzurro Scipioni. Art house of Silvano Agosti, in Via degli Scipioni, 82, Roma

Informato della notizia, e informandomi sulla notizia (ammetto, non sapevo nulla di questo luogo), mi colpisce una nota di cronaca: Agosti dà vita al cinema dopo che un nipote di Rossellini aveva sospeso, da uno dei suoi cinema, la proiezione del film il Pianeta Azzurro di Franco Piavoli, film prodotto proprio da Agosti. Così, quest’ultimo, aveva deciso di riportare agli antichi fasti una sala dismessa vicino casa sua, la cui esistenza, dice, le veniva ricordata da Chaplin in sogno, pagando l’affitto a dei frati domenicani e continuando in quella dimora la proiezione del “Pianeta azzurro”. Il nuovo cinema era nato.

Impossibile non leggere un passaggio di testimoni che si traduce sempre, in questi casi, nella forma dell’incomprensione, quella generazionale. Sembrava che il film di Piavoli andasse molto bene con gli incassi, ma forse il film di Piavoli, come quelli di Agosti, emanava una luce solitaria, proveniente da altri pianeti. Difatti, la tradizione del cinema Scipioni Azzurro, che da quell’esperienza “terrena” col pianeta azzurro prende il nome, si consacrò al cinema d’autore. Una scelta che sapeva già di terzo teatro andante, ma ancora più, di guerriglia culturale in tempi segnati da folle coraggiose e ribelli entusiasmi (si pensi all’Estate Romana di un “illuminato” politico, che come tale non lo era per mestiere, come Renato Nicolini2).

Silvano Agosti, Il fascino dell’impossibile, 2015. Film

La mia estraneità ai fatti nonché ai movimenti che hanno animato l’Azzurro nel corso degli anni, mi obbliga ad una responsabilità narrativa, a mantenermi cauto col racconto delle vicende. È più plausibile, per quanto possibile, inquadrare la circostanza all’interno dei risvolti sfuggenti della scena contemporanea. Credo che sul perimetro, margine dello scontro, si trovano compendi di interrogativi, che vorrei confidare.

Veniamo all’oggi. 39 anni dopo, una sfortunata coincidenza nelle sedi comunali riduce al lumicino le speranze che il cinema rimanga aperto (sembra che unə assessorə alla cultura avesse garantito ad Agosti che il Comune di Roma pagasse l’affitto del cinema, e sembra che questə stessə assessorə pochi giorni dopo la sua promessa sia statə rimossə dal sindaco. Ovviamente tra i due fatti non corre nessun legame di sangue, al massimo solo sangue). Parte l’iter degli sponsor mass mediatici e delle campagne social, con i soliti cartelli “all’intellettuale”. Agosti, col broncio, permaloso, mette in vendita le poltroncine del cinema, il proiettore, si lancia in nuovi slogan, e promette la non-morte dell’arte e che presto una nuova sede accoglierà il suo “cinema” (occorrerà un nuovo sogno?). Staremmo a vedere… (intanto, in cantiere, un film sulla storia quarantennale del cinema-monumento).

Franco Piavoli, Il pianeta Azzurro, 1982

Anche qui, mi sembra, una ressa tra due forze impari. Se nel primo caso era il nuovo (Piavoli e Agosti) del “nuovo cinema Italiano” che si affrancava resistente dal petulante anacronismo neorealistico (incarnato dal Rossellini), oggi è l’abuso privo di risarcimenti della tecnica e della legge di mercato (è il Covid è manifestazione sia dell’una che dell’altra) a metterla in quel posto ad Agosti, indissolubilmente “pezzo da museo” (e penso che Agosti di questo sarebbe felice). Il suo cinema, stavolta parlo proprio del “suo” non della sua idea di cinema, è scena di epopea naturalista e arde nella meraviglia dei corpi, è reticolo di immagini, sensazioni, lividi di fascino aberrante e abbeverato, repellente all’effetto quanto autentico (Agosti3 si vanta di un cinema originario, fatto da un regista quasi padrone e pensieri al servizio delle immagini). Un cinema così non può, neanche per desiderio, cioè gioco, spartirsi lo spazio con i bisogni in-umani dei giorni nostri, allorché questo spazio è prediletto dall’ecatombe globale che stiamo vivendo (molto prima dell’epidemia). Voglio dire, senza dirlo fino in fondo perché non ne ho potere e diritto, che questa sorte era prevedibile per lo Scipioni, che è manifestazione di quel cinema, come lo intende Agosti, diventato anziano, cioè illuso, utopista, anti-tutto. Altrettanto vero è che di questi tempi non hanno più vita i voleri del singolo davanti ai fabbisogni dei tanti (ci sarebbe da fare tutta una divagazione sul significato di individualità e molteplicità, sulle vere urgenze dell’uomo moderno, e su quelle che invece sono le sue intenzioni, ma lascio ad altri).

Guy Debord asseriva che la battaglia va vinta dall’interno. Che A non si combatte con B, ma con non-A. Un cinema d’essai (termine che non piace ad Agosti) non può che avere un ruolo da reliquiario, disperso in fondo ad una navata laterale, conserva “memorie rimosse”. 

1. https://www.silvanoagosti.com/cinema-azzurro
2. Gianfranco Rosi, ha dedicato un bel documentario a questa figura naïf e istrionica di architetto-pensatore: “Tanti futuri possibili. Con Renato Nicolini”, 2012
3. https://www.ilriformista.it/intervista-a-silvano-agosti-abbandonato-dalle-istituzioni-lazzurro-scipioni-rischia-di-chiudere-191229/ Qui un’intervista ad Agosti che ne sintetizza un profilo e tratta delle vicissitudini all’Azzurro Scipioni

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