In posizione di caduta, parte II

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In posizione di caduta, parte II
Bergman, Müller, Fabre e Cocteau, La misura del danno

Quando prende è brutale: la nostalgia. Mi ritrovavo a guardare i miei libri, poco prima di scrivere questo articolo, e non avevo niente da scrivere. Alla fine non ho scritto nulla.

“Perché la storia dell’umanità inizia con Adamo ed Eva e finirà con la terza guerra mondiale (o una, qualsiasi, attesa, guerra tra mondi)?”

Odipus Tyrann, Heiner Müller, 1967

Il corpo è stanco, prostrato, privo di resistenze. Il corpo è miserabile, debole. Il corpo ha concluso il suo scopo, ritorna per un’estinzione. Il corpo incarna dolore, è la sede dello strazio. Tramite il corpo, l’essere umano soffre. Non avrebbe vita la psicosi della mente e la devianza dello spirito e l’esecrarsi dei sensi se non avesse vita (in) un corpo. Il proliferare delle nostre più aperte e dispiegate turbe di lamenti è possibile solo in vita. Il martirio è nella vita quanto l’amore. Un individuo che fa esperienza del proprio dolore può pensare seriamente di essere vivo. Tracimano di schiavi, le bocche che si riempiono di troppo cibo, non può esserci rumore senza molteplicità di fonti sonore. L’umano, quello originario e costitutivo, è Solə per statuto, ha nell’Individualità la sua unicità. Adamo ed Eva non erano due, erano uno. Un uomo/una donna. Uno, non due. Erano il principio, perché al principio c’era l’essere umano. Oggi, alla fine, c’è un mondo robotizzato. 

I robot non sono quelle apparecchiature da film, macchine con intelligenze artificiali, creati in qualche laboratorio tra Giappone e Stati Uniti, dagli Stati Uniti al Giappone. Sono, tuttavia, anche quello. I robot non sono neanche la rimanenza di un’identità umana; “creature” (il termine è quanto più inadatto) con un chip vicino al cuore. Ogni volta che porteremo una mano sul petto, invece dell’inno nazionale, si accenderà il motore della nostra auto. No, questo non è un robot, tuttavia sarà anche questo. 

Ecate, I secolo D.C.

La robotizzazione è un processo che vanta più di un secolo di prove, che inizia al sorgere del Novecento e vede la sua prima grande sperimentazione nelle due guerre mondiali. E proprio quel “mondiale” una possibile chiave di lettura della robotizzazione. La morte di 68 milioni di persone (il 3.5% della popolazione intera in quel momento) non è la questione più rilevante che ci lascia la seconda grande guerra, né la più crudele. Difatti, l’esperimento della robotizzazione consisteva nel far confluire tutti i/le viventə, per la prima volta, verso lo stesso confine, la stessa piazza. Sradicarci dalla nostra verità di solitudine e individualità, cioè dalla nostra autentica natura, per giungere ad una nuova condizione dello stare al mondo: la collettività, la pluralità, la totalità. Queste piazze “mondiali” non vi suggeriscono nulla: i trasporti e le comunicazioni all’inizio, Internet dopo, Amazon e Facebook oggi, sono le nuove frontiere della robotizzazione, le punte più alte (al momento) degli esercizi avviati con le due guerre.

Andare a raccogliere chiocciole, fare il pane in un forno a legna, la memoria di una lingua dialettale, la visita ad un funerale sono ruoli che divergono da gioie illusorie, per ripiegare sulla comprovata ma elettiva consumazione di un passato: scegliere la disposizione che prediliga il corpo, e le sue tristezze/asprezze, piuttosto che la comodità di un gioco partecipato da casa e condiviso col mondo (“L’uomo non sa perché è fatto di un corpo e di un’anima, ma non c’è dubbio che l’unione di un corpo e di un’anima è quanto definisca un uomo”: Sant’Agostino, De civitate Dei)

La robotizzazione è quel processo che trasforma l’essere umano in robot. Non nella misura in cui innesta nel suo corpo protesi in metallo e sensori di controllo, ma nella misura in cui lo priva della sua capacità di soffrire, in prima persona e coraggiosamente. L’Io contraddistingue l’essere umano, e l’Io è categoricamente a sé. Internet è un mostro che è stato spacciato e venduto, nella sua dimensione universalistica e globale, come lo strumento per unificare popoli, informazioni, soluzioni e buone cause. Tuttavia, la modalità universalistica e globale del web si sta dimostrando un mezzo di sopraffazione dell’Io, di sterilizzazione delle coscienze, di morte dell’individuo, di sterminio. E mentre l’umanità retrocede, avanzano i robot, e ogni nuova invenzione genera nuovi passi verso la mutazione più abietta e completa. Tutto questo ha un nome preciso, una grande cabina di regia: la Tecnica (“Dio è stato il primo tecnico; la tecnica sarà l’ultimo Dio”: Emanuele Severino).

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jean Cocteau, 1916. Princeton University Art Museum.

Venendo ai giorni nostri, potremmo supporre (supporre: “ammettere per congettura” / “immaginare che una cosa sia o possa verificarsi in un determinato modo”, fonte Treccani) che anche il Covid, in quanto fenomeno mondiale, sia manifestazione della robotizzazione. Avanzando sempre per supposizioni, diciamo che il Covid sia una nuova “soluzione finale”. Acquisirebbe un senso il fatto che il virus colpisca meno i/le giovanə? Questə sono già mortə (continuiamo a supporre), non sa che farsene. Sono statə già assorbitə dalla “macchina”, già tuttə in parte robotizzatə, compreso il sottoscritto che sta comunicando con voi tramite il web stesso.

 “Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza nulla si muove, come su una nave. Quando tutti vanno verso la sfrenatezza, sembra che nessuno ci vada. Chi si ferma, porta a rilevare, come un punto fisso, il lasciarsi travolgere degli altri“ (Pensèes n. 86 da Pensieri, Opuscoli, Lettere, Blaise Pascal, Rusconi).

Di contro, dall’altro lato, si spiegherebbe l’accanimento del Covid sulle persone anziane: Loro sono la minaccia, gli unici che possono ancora salvarci. Nei loro ricordi, e soprattutto nelle loro azioni, vive ancora il dolore, cioè l’essere umano primigenio, allo stato di natura, non una comunità. 

Non è il futuro a soccorrere dall’antico, ma l’antico a soccorrere il futuro. E lo sapeva bene Walter Benjamin (a cui dedico, e continuerò a dedicare, tutte le mie forze di lettore e appassionato) che è stato dimenticato, crocifisso come Rousseau, altro pilastro indiscutibile di questo discorso; un Rousseau tuttavia spesso liquidato a Illuminista, pedagogista, enciclopedista, e mai ritenuto a pieno filosofo (in questo, forse, il più grande del Settecento, Kant permettendo). Rousseau, una sana lettura di Rousseau, è un buon viatico per chi ha scorto i pericoli del contemporaneo: gentrificazione, multimedialità, benessere automatizzato, standardizzazione dei comportamenti, religioni false e via dicendo.

L’allontanamento, in vista di un’imminente trasformazione, dell’umano dal suo Io-sofferente, in direzione di una meccanica “PARTECIPAZIONE ALLA TECNICA”, può avere dei contraccettivi?

La più rapida, facile, soluzione è l’abbandono (cioè, concretamente, la via eremitica). Sì, troppo facile in effetti. Abbandonare la famiglia, internet (una famiglia più larga, ma come una famiglia, altrettanto opprimente ed esigente), le amicizie, per ritornare ad essere Adami o Eve. Questa scelta può condurre ad un rimedio personale, ma non tiene conto della situazione complessiva, della presenza di altri otto miliardi di esseri, al momento, non-umani su questo pianeta.

Paul Klee, Adam and Little Eve, 1921. Metropolitan New York.

Metodo numero due: la scomparsa di Zarathustra. Basta con gli annunci, con le app rivoluzionarie, con finali grandiosi. Torniamo alla colloquialità, a muovere i primi passi, come se fossimo appena arrivatə su questo mondo (e dire, invece, che si parla di andare su Marte entro il 2026…come appare evidente il paradosso, la disgrazia). La novità andrebbe tenuta a bada, calibrata. Tuttavia, questa soluzione è mediocre. Non si fa riconoscente dell’impossibilità di tornare indietro, dell’impossibilità di staccarsi dal tempo, il fattore dei fattori. I successi dell’ultimo secolo vanno tutelati e mantenuti. Il merito non è della Tecnica (che è fatto specifico; e nel nostro caso, specificatamente, di questo ultimo secolo) ma dell’inevitabile avanzamento delle conoscenze che irrimediabilmente si destina a comprendere tutte le cose. La Tecnica è il risultato di una conoscenza, di un sapere di qualsiasi tipo, per ogni tipo. Il mondo non può andare a rovescio. Non si può risolvere una piaga per far rientrare dalla finestra tutte le altre già superate (va comunque considerato che il danno attuale è ben maggiore di tutte le altre vicissitudini affrontate nelle epoche passate; ma domani, dialetticamente, il maleficio si ingrosserà ulteriormente). 

Il terzo modo è la rinuncia al sociale e il ritorno alle passioni. L’abbattimento della ragione davanti all’immaginazione. La storia che si ferma ai piedi della solitudine. E se, ad un tratto, smettessimo di interessarci del mondo, di spenderci per una qualche causa, di creare notizia, per riversarci in/su noi? Sarebbe la fine, oppure la prospettiva di un altro a-politico, a-sociale, non-mediato, stato di cose? La realtà muterebbe aspetto, da pianeta forte a pianeta debole, da natura contaminata, contesa e conflittuale a natura liberata, neutra. Nuovamente guardarsi dentro per scoprire quanto si soffra, come si soffre, che cosa siamo, la luce del nostro Io che è tana di insicurezze ragguardevoli, poste in clausura come reietti. Il disinteresse per la vita degli/delle altrə come dimora di salvezza, corpi locus, genius loci ideale. 

Molte delle cose che si discutono quotidianamente in questo mondo, a mio avviso, potrebbero benissimo essere trascurate, non necessitano argomentazioni. Di fatto, molte cose sono trattate non per effettiva necessità ma perché compito della macchina mondiale: convocare tuttə intorno ad un tavolo; cosa mettere sopra al tavolo è del tutto indifferente (che sia la questione della donna, la liberazione del Rojava, un film hollywoodiano, un fenomeno virale, non conta / i veri argomenti sarebbero la mistica, le vie alla purificazione, l’ascesi, la condotta dell’universo, il cordoglio alle anime, ecc.. ma Platone è morto più di duemila anni fa e con lui le ultime tracce d’Egitto. Significherebbe ripartire da capo, volersi veramente bene, ma sembra che questo non lo vogliamo più, o non possiamo permettercelo).

Jean Cocteau, Les Enfants Terribles.

In tutto ciò, tra le mille questioni poco chiare (e complessissime), una mi preme più delle altre: perché ora, perché nel Novecento, e non prima (o non dopo)? 

“Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che riempio e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non vi è motivo perché qui piuttosto che là, perché ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi mi è stato destinato questo luogo e questo spazio? Memoria hospitis unius diei praetereuntis” (Pensèes n. 88, da Pensieri, Opuscoli, Lettere, Blaise Pascal, Rusconi)

Vedete, non parlo di Teatro, lo dicevo già la volta scorsa. Qui non ho neanche usato la parola. Voglio mostrarvi cosa è il Teatro, farvi riflettere sul Teatro, portarvi in scena è fondamentale per me, molto di più che stare davanti alla scena, o addirittura, come i bravi censori riescono: farvi destinatari di aneddotiche prolessi di un’operetta che non avete, forse, ne visto ne conosciuto. Così, il mio Teatro è questo atto di teatralizzazione; chi vuole venire dentro la carovana, sopra il carro, dietro le quinte del circo?

Vedo e ammiro, quotidianamente, far sfoggio di Teatro nel mondo, mondo che si perde, si sfascia. Quello che qui vi ho raccontato ha degli esempi limpidissimi, dei modelli altissimi (ci sono rappresentazioni, ma anche film, e anche divinità). 

Prendete questi nomi come se fossero parte di un assembramento, di un’orgia. Il Teatro non ama gli spazi, le distanze.

 

  • Il rito, Ingmar Bergman
  • Un mondo di marionette, Ingmar Bergman
  • Il Filottete e il Mauser, Heiner Müller
  • The power of theatrical madness, Jan Fabre
  • The reincarnation of God, Jan Fabre
  • La voce umana, Jean Cocteau
  • La possibilità di un’isola, Michel Houellebecq
  • La scomparsa dei riti, Byung Chul Han
  • La possessione e i suoi aspetti teatrali tra gli etiopi di Gondar, Michel Leiris
  • Tutto quello che ha scritto Georges Bataille
  • I sei Moments musicaux, op. 16, Sergej Rachmaninov
  • Le Fantasie, Ferruccio Busoni
  • Contributi alla Filosofia (Dall’Evento), Martin Heidegger
  • Ecate
  • Arcangelo Uriele

 

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