Scrive

Ludovica Santoni. Traduzione Antonio Greco

Categoria Mean well
ES’KIA MPHAHLELE, The Dean of African Letter

Chi è Es’kia Mphahlele e perché in Italia a conoscerlo è soltanto qualche topo da biblioteca (o ricercatore) impolverato tra gli scaffali?

Perché è l’unico posto in cui potreste trovarlo. Non è mai stato pubblicato né tradotto in italiano.

Quando nel 1959 il suo primo romanzo autobiografico Down Second Avenue viene pubblicato dalla casa editrice Faber, di Londra, e a seguire in Germania e negli Stati Uniti, per essere poi tradotto in cecoslovacco, francese, tedesco, ungherese, giapponese, serbo-croato, rumeno e svedese, in Italia non se ne parla. Non è sorprendente, per diversi motivi, ed è uno dei molti autori che non ha trovato alcuna accoglienza nel mercato editoriale italiano.

Es’kia Mphahlele, Down Second Avenue, 2004. Picador Africa, South Africa

Senza intentare processi a nessuno, tenterò di spiegare perché è da ritenersi una figura di spicco nel panorama intellettuale africano del secondo novecento, e in che modo la sua letteratura vibri ancora di una forza profetica, che agirebbe come deterrente culturale al clima di ignoranza e razzismo in cui viviamo.

Es’kia Mphahlele nasce nel 1919 a Pretoria, a pochi chilometri a nord di Johannesburg, in Sud Africa. All’età di cinque anni si separa dalla madre che lavora come domestica, e va nel villaggio di Maupaneng, nel Limpopo, la provincia più a nord dello stato. Si occupa di portare a pascolo le mucche e le capre. Vive in una dimensione ancora molto legata alla tradizione africana – sottolineerà sempre l’impatto che ha avuto trasferirsi a dodici anni nel paesaggio urbano – a Marabastad, nella periferia di Pretoria. È proprio qui che si trova Second Avenue, che darà il nome alla sua prima autobiografia, un successo letterario internazionale, e dà inizio alla sua produzione letteraria di romanzi e racconti brevi.

Es’kia Mphahlele. Portrait, © Creative Commons

Eviterò di dilungarmi su una narrazione dettagliata della sua biografia, che si trova facilmente online, cercherò di dare un’idea di che tipo di autore è, cosa scrive, come, e perché. Nei prossimi appuntamenti, infatti, il discorso si incentrerà sul concetto letterario e filosofico di négritude – è il primo moto propulsore per quello che poi negli anni ’70 diventerà la Black Consciousness in Africa e il Black Power negli Stati Uniti – e, comprenderemo come, la posizione di Mphahlele su questa diatriba filosofica è stata fondamentale, come la sua controparte nella diffusione di un nuovo African Humanism, ma prima di arrivarci, voglio partire da lui.

Mphahlele cresce in una società già fortemente segregata, in cui l’uomo nero è ammesso all’interno della realtà urbana come domestico, minatore etc. ma con l’obbligo di muoversi attraverso dei pass che dimostrino i motivi del suo spostamento. Seppur formalizzato con l’ascesa al governo del National party nel 1948, l’apartheid era già un’entità viva nel 1923, quando venne formulato il Natives Land Act, che toglieva ai neri africani il diritto di comprare la terra dai bianchi e lasciava loro il 10% del territorio nazionale, per segregarli. Completamente soggiogato dalla violenza delle forze dell’ordine, dall’odio indiscriminato degli Afrikaners, e da condizioni di vita durissime, riesce a ricevere la migliore educazione possibile per un africano a quei tempi. Per descrivere le varie fasi che lo scrittore nero, che vive in una società multirazziale, affronta durante la sua formazione, Mphahlele sintetizza le seguenti:

Il racconto breve in questo tipo di società multiculturale, in accordo con le esperienze dello scrittore, attraversa tre fasi: quella romantica- d’evasione, quella di protesta, e quella ironica, che è il punto di incontro tra la protesta e l’accettazione nel suo significato più ampio. 1

In Down Second Avenue, nonostante non si tratti di un racconto breve ma di un romanzo autobiografico, troviamo ancora preponderante l’elemento della protesta, che quando raggiunge il punto massimo di tensione inscena in maniera simbolica la sistematica distruzione da parte dell’uomo bianco dell’elemento più profondo e radicato nella spiritualità dell’africano: la sua dignità.

Es’kia Mphahlele Chirundu, A novel about Modern Africa, 1981. Lawrence Hill Publisher, USA Edition.

A rappresentare questo scontro è la narrazione degli eventi che portano alla morte di Dinku Dikae, il padre di Rebone, il primo amore di Es’kia. Un uomo silenzioso, dal passato inaccessibile, che ebbe modo di mettere insieme un po’ di denaro, cosa che non ostentò mai. Tutto ciò che l’autore ci racconta di lui quando lo introduce nella storia è:

Aveva una costituzione forte, con ampie spalle e braccia da fabbro. La sua voce mi ha sempre ricordato l’eco nelle montagne del Maupaneng: allo stesso tempo tagliente e fredda, minacciosa e rassicurante.2

Storie e leggende gravitano introno a questa figura quasi mitologica. Durante uno dei tanti raid notturni della polizia nelle location dove vivevano gli africani, un poliziotto entrando in casa di Dinku Dikae lo offende, insulta la figlia Rebone chiamandola puttana, la aggredisce, finché Dinku non sceglie di difendersi e lo uccide.

Tutto ciò che Dinku Dikae disse in sua difesa fu: “L’ho ucciso, ha insultato me e chiunque porti il mio sangue nelle sue vene.” […] Gli venne data la pena di morte. Mi ricordo di aver sentito la purezza e la forza che emanava il suo corpo mentre veniva trascinato fuori dal tribunale dalla polizia. L’ho visto di nuovo pochi giorni prima di lasciare Pretoria. Appariva più composto, più forte e più sicuro di quanto lo avessi mai visto prima. 3

La chiarezza e semplicità delle parole fanno esplodere un eroismo quasi mitologico. La massima espressione di autodeterminazione umana, scivola via nella sitassi semplice e cadenzata di poche righe. Il breve passaggio sulla morte di Dinku Dikae, nella sinteticità di una pagina e poco più, segna il punto centrale di svolta del libro, come se ci fosse un prima e un dopo, la morte di uno segna la lotta di tutti, e quel “chiunque porti il mio sangue nelle mie vene” assume una connotazione universale dell’africano assoggettato alle violenze colonialiste.

Tornando alle tre fasi, la terza, quella dell’ironia, segnerà invece tutta la produzione successiva dell’autore, e non solo quella narrativa ma anche nelle polemiche che porterà avanti negli scritti critici con una forte componente politica. Per dare una dimostrazione breve dell’irruenza dell’ironia con cui “protesta” e “accettazione” si mescolano in un connubio esplosivo e paradossale, basterà la prima riga di uno dei racconti più noti e celebrati dell’autore: “Mrs. Plum”, presente nella raccolta In Corner B (1967).

Il nome della signora era Mrs. Plum. Lei amava i cani e gli africani e diceva che tutti devono rispettare la legge, anche se fa male. 4

Il racconto è scritto in prima persona dalla prospettiva di una domestica, Karabo, che finisce a lavorare a Greenside, a Johannesburg, tutt’ora un quartiere residenziale dell’alta e medio borghesia in prevalenza bianca.

Es’kia Mphahlele, In Corner B, 2006. First edition 1967. Penguin Classics Books

La signora Plum si premura di far ricevere un’educazione a Karabo, mandandola in una scuola tenuta da signore africane per giovani ragazze, per educarle politicamente sulle lotte dei neri.  Karabo ci racconta di questa signora bianca liberalista, che in una psicosi continua si impegna a dare il suo contributo per l’emancipazione degli africani, purché questo non si intrometta con l’amore perverso per i suoi cani.

Dick aveva un buon cuore, anche se una volta disse a me e Chimane che i cani europei sono stupidi, viziati. Disse che un giorno i bianchi avrebbero messo gli orecchini e gli anelli e i braccialetti alle zampe dei loro cani. Quello sarebbe stato il giorno in cui avrebbe lasciato la signora Plum. Perché, disse, era sicuro che gli avrebbe chiesto di lucidare gli anelli e i braccialetti di Brasso (il cane, ndr). Nonostante avesse un buon cuore, la signora non era ancora sicura di lui. Spesso andava dai cani dopo un pasto o dopo il bagno e diceva loro: Dick vi ha dato da mangiare? O, Dick vi ha puliti, tesori miei? Fammi vedere. E vedevo Dick esplodere di rabbia come un palloncino. Queste cose chiamate bianchi! Parlare a dei cani! 5

La signora Plum finirà con il licenziare Dick, e perdere temporaneamente anche Karabo, finché non deciderà di raggiungerla nel suo villaggio per chiederle di tornare, questa volta offrendo condizioni di lavoro migliori. Un finale ironico, in cui nessuno vince, e si perpetua un sistema infame in cui alle buone intenzioni della signora Plum, non corrisponde una rottura chiara delle dimensioni di potere e sopraffazione sull’altro.

Es’kia Mphahlele, The Wanderers, 1971. MacMillan, New York

Mphahlele è stato il primo africano ad ottenere una laurea con lode alla University of South Africa a Johannesburg, con la tesi “The Non-European Character in South African English Fiction”. Per molti anni lavora come insegnante, un lavoro ingrato e sottopagato, ma che ama molto. Nel 1953 il Bantu Educational Act6 viene formulato e trova grandissima opposizione, Mphahlele si espone contro il provvedimento e viene bannato dall’insegnamento. In quegli anni, intanto, lavora e scrive per la notissima rivista Drum, tutt’ora attiva che, tra le prime, si occupò di raccontare le battaglie e le gioie della cultura nera in Sud Africa, riscuotendo un enorme successo. Nel 1957, dopo aver conseguito il suo MA, Mphahlele è costretto all’esilio per poter proseguire la sua carriera da insegnante. Negli anni del suo esilio, vive e insegna in Nigeria, Kenya, Francia, Colorado e in Filadelfia. Ottiene un PhD a Denver, nel 1966. Nel 1968 viene nominato per il premio Nobel alla letteratura. Torna a casa, dopo molti anni, nel 1977. I suoi libri nel frattempo, rimangono bannati dalla censura dell’apartheid per i loro contenuti politicizzati e violenti. Di parte di queste avventure, durante il suo lungo esilio parla nel suo secondo romanzo The Wanderers, pubblicato dalla casa editrice McMillan di New York nel 1971. In questo romanzo, come in tutta la sua produzione, le donne rivestono sempre un ruolo forte, deciso, risolutivo. Sono l’incarnazione letteraria del coraggio e della determinazione. Capita che questo si spinga fino ad arrivare fino alla violenza verbale. In questo passaggio del romanzo, Karabo, la moglie del protagonista Timi, dopo essere stata sbattuta fuori da un teatro per bianchi nonostante fosse rimasta ferma in piedi davanti al bar, si rivolge così al proprietario che l’ha appena chiamata kaffir7.

Ci metto un marchio su questo posto, mi stai ascoltando? Quando la rivoluzione inizierà verrò direttamente qui per tagliarti la gola. Guarda la mia faccia e ricordati di me!8

Questa ira non emerge insensatamente o come sfogo irresistibile, ma in un disegno logico determinato. Su due punti Mphahlele si concentra spesso nel cercare di spiegare in che modo la violenza giochi un ruolo determinante nella produzione letteraria dell’autore nero sudafricano perennemente sottoposto alla brutalità del regime dell’apartheid. Il primo è quello che riguarda la scrittura come attività terapeutica a elaborare e significare la propria rabbia e la propria bitterness (traducibile con amarezza o rancore, ma in inglese il significato ha un più ampio respiro e li include entrambi).

Non è impossibile dare espressione artistica alle lacrime, alla rabbia, alla speranza. Quando l’impulso di scrivere ti prende a calci nello stomaco, non hai bisogno di aspettare il giorno in cui non sarai più rancoroso. Il rancore non è di per sé opposto all’arte. Ovviamente, il pattern bidimensionale di stimolo-protesta non funzionerà. Ma l’attività stessa di scrivere diventa un modo di affrontare il rancore e la rabbia.9

Il secondo punto riguarda le difficoltà intellettuali che incontra all’inizio della sua carriera nel tentare di descrivere l’uomo bianco come un personaggio a tutto tondo, nonostante gli unici contatti che avesse avuto con questo fossero della natura servo-padrone. La difficoltà si scioglie, quando decide di raccontare partendo dal suo punto di vista, senza dover giustificare nulla né a sé stesso né agli altri:

Ora, non mi interessa più. Lui (l’uomo bianco, ndr) si è chiuso dentro chiudendo me fuori. Continuerà ad apparire nei miei scritti nell’immagine determinata dalla visione che ne ho io attraverso le lenti che mi ha fornito lui, dall’angolo in cui mi ha sbattuto. Dovrei addirittura avere il piacere di ingegnare una giustizia poetica per eliminarlo senza neanche una tragica scoreggia da parte sua. Questo è uno dei miei imperativi.10

Es’kia Mphahlele crede fortemente che la letteratura non possa sostituirsi alla politica, e che anzi se lo slogan politico diventa l’unico moto propulsore per un artista o uno scrittore, allora la sua produzione sarà inevitabilmente povera e limitata. Crede che la letteratura, l’arte, la musica, possano ispirare le rivoluzioni, ma non sostituirsi a loro. In questo breve quadro generale della sua produzione narrativa, spero sia emersa la sua irrinunciabile vocazione letteraria, che ha determinato le vicende principali della sua incredibile vita.

Es’kia Mphahlele, The unbrokern song. MacMillan, New York

Concludo con un’ultima citazione di Mphahlele che, parlando della letteratura come di una vecchia e saggia tartaruga, lancia una provocazione:

La letteratura non ha bisogno di aspettare il giorno dell’arruolamento per diventare un veicolo di passione rivoluzionaria. Abbiamo costantemente bisogno di controllare le parole, e abbiamo sempre bisogno che la letteratura ci aiuti a farlo. Nella misura in cui rappresenta l’impegno dell’uomo, le possibilità della vita umana, ed è un impulso della fantasia, deve sempre essere rivoluzionaria. L’imperativo che vede gli obbiettivi etnici venire collettivamente realizzati grazie alla sensibilità di un individuo, mostra un tremendo se non disperato atto di fede. Un atto di fede proprio a causa di tutte queste tensioni. Anche perché la vita fuori di qui opera su altre regole. È l’uomo politico che da davvero il via alle rivoluzioni, insane o giuste che siano. Lui regola le nostre vite; può ordinare che ci ammazzino poi istituire una commissione di inchiesta per stabilire come e perché siamo morti; può ordinarci di andare in guerra. Invece lo scrittore dovrebbe essere grato di essere letto ed apprezzato da migliaia di persone. D’altra parte però, se pensate che la tartaruga sia inutile, investite la maledetta creatura con un camion. Ma osereste farlo, osereste davvero?11

1 Es’kia Mphahlele,“Negro Culture in a Multi-racial Society in Africa” in Présence Africaine, n° XXIV-XXV, 1959
2 Es’kia Mphahlele, Down Second Avenue, New York, Penguin Classic, 2013, p.56
3 Ivi, p.149
4 Es’kia Mphahlele, In Corner B, Harare, The College Press, 1981, p.164
5 Ivi, p.179
6 Il Bantu Education Act prevedeva una ulteriore segregazione nel sistema educativo sudafricano. Le scuole per gli africani di ogni grado, università comprese, divenivano “tribali”, cioè le materie di apprendimento abbassate al livello minimo bastevole soltanto a lavori manuali per cui non era necessaria nessuna qualifica. Quando nel 1976 venne imposto l’insegnamento in lingua afrikaans (la lingua madre dei boeri bianchi sudafricani, simile a un dialetto olandese), gli studenti di ogni ordine e grado scesero in piazza per protestare in quello che oggi si chiama Soweto Uprising. La polizia sparò sulla folla di adolescenti. Il numero dei morti non è mai stato verificato con certezza, ma si stima che si aggirasse sui 700.
7 kaffir deriva dall’arabo kaffer ed era originariamente usato per indicare le popolazioni dei territori interni e dell’Africa. Nel corso del 1900 in Sud Africa ha assunto delle connotazioni estremamente razziste, è paragonabile alla storia dell’appellativo negro negli Stati Uniti. Veniva usato per indicare gli africani Bantu in tono denigratorio. Dal 2000 rivolgersi a qualcuno con l’appellativo kaffir è considerato una violazione della legge grazie al Promotion of Prevention of Unfair Discrimination Act.
8 Es’kia Mphahlele, The Wanderers, New York, MacMillan, 1971, p. 271
9 Es’kia Mphahlele, “African Literature, What Tradition?”, in Voices in the Whirlwind, New York, Hill and Wang, 1972, p. 151
10 Es’kia Mphahlele, “The Function of Literature at the Present Time: The Ethnic Imperative”, in Transition, n°45, 1974, p. 50
11 Ivi, p. 53

Es’kia Mphahlele, the Dean of African Letters

Who is Es’kia Mphahlele, and why today in Italy only a group of bookworms or specialized experts immersed in dusty libraries would know him?

Because nobody in Italy has ever published or translated his books,
and it would be difficult to search for his name.

In 1959 Faber & Faber in London published his first autobiography Down Second Avenue, followed by editions in Germany and the United States. The book was then translated into Czech, French, German, Hungarian, Japanese, Serbo-Croatian, Romanian and Swedish. However, nobody talked about Mphahlele in Italy, which may be not surprising for several reasons. Mphahlele is just one of the many authors who did not find reception in the Italian publishing market.

Es’kia Mphahlele, Down Second Avenue, 2004. Picador Africa, South Africa

Without pointing the finger at anyone, in this article I try to explain why Mphahlele needs be considered a grand author and a leading scholar in the African literary landscape of the second half of the 20th century. I also try to bring to light a sense of how vigorously his literature still casts a prophetic power, and how it could be a cultural deterrent of the racist and ignorant times we are living today.

Es’kia Mphahlele was born in Pretoria in 1919, few kilometers away from Johannesburg, South Africa. At the age of five, his mother, who was working in the city as a housekeeper, sent him to the little village of Maupaneng, in Limpopo, the northernmost province of South Africa. During this time, he grazed cattle and goats, his life very much rooted in traditional rural way of being and connected to the ancient African traditions. Later, he would often point out the impact of moving from the farm to an urban landscape in Marabastad, the suburbs of Pretoria, at the age of twelve. This is where Second Avenue happened to be, the street after which he named his first book, and which later started his worldwide success as a writer.

Es’kia Mphahlele. Portrait, © Creative Commons

I will not go on with a detailed description of Mphahlele’s life, as this information can be easily found online. Instead, I will try to give you a taste of what kind of author he was, what, how, and why he wrote. In the upcoming articles I will focus on the literary and philosophical concept of négritude, a predecessor of the Black Consciousness in Africa, and of the Black Power in the United States. Mphahlele’s opinion in this philosophical movement was central, as well as his diffusion of a new African Humanism. However, before dwelling into this further, I would like to gradually start from Mphahlele as a person.

Mphahlele grew up in a society already greatly segregated, where a black man was allowed to go into the city only as a domestic worker or a miner, obliged to carry a pass which would specify the reason for an entry into the privileged, white spaces. Even though the Apartheid was formalized in 1948, with the rise of the National Party it was already a living reality since1923, when the Native Land Act was declared to prohibit the natives to acquire lands from white people. Only 10% of the national land was assigned to the natives, with the objective of further segregation.

Es’kia Mphahlele Chirundu, A novel about Modern Africa, 1981. Lawrence Hill Publisher, USA Edition.

Es’kia Mphahlele grew up subjugated to the brutality of the police, to the indiscriminate hate of the Afrikaners, and finally, to the harsh living conditions. And yet, despite the difficulties, he managed to receive the best education a black man could receive in South Africa at that time. Mphahlele summarized the different phases a black author lives during his formation in a multi-racial society as follows:

The short story in such a multi-racial setting, according to the writer’s own experience, goes through three stages: the romantic-escapist; the protest short story; and the irony, which is the meeting point between protest and acceptance in the widest sense of the terms.1

The element of protest is widely prevailing in Down Second Avenue, even though it is an autobiographical novel and not a short story. This element reaches its highest point of tension when the author symbolically highlights the systematic destruction of the deepest and most spiritual element in the African man: his dignity. This was depicted by the events that brought the death of Dinku Dikae, Rebone’s father, the first love of the protagonist – Es’kia Mphahlele himself. Dinku is described as a silent man, whose past was inaccessible to a reader. Apart from the notion that Dinku was only able to collect some money – something he did not brag about -, the only information the author gives when he introduces Dinku in the story is the following:

He was strongly built, with broad shoulders and a blacksmith’s arm. His voice always reminded me of the echoes in the mountains of Maupaneng: at once sharp, cold, forbidding, and reassuring.2

A lot of stories rotate around Dinku’s figure, which is almost mythological. During one of the many nocturnal police raids in the black neighborhoods, a policeman came inside Dinku’s house, offended him, called his daughter Rebone a “bitch”, and was assaulting him until Dinku finally killed him:

All Dinku Dikae ever said in his own defense was, ‘I killed him, he insulted me and everyone who carries my blood in their veins.’ […] He was sentenced to death. I remember feeling how strong and pure his body looked as he was led out of the court by the police. I saw him again a few days before I left Pretoria. He looked more composed, stronger, and surer than I had ever seen him.3

The clarity and simplicity of these words flared up a mythical heroism. The highest expression of human self-determination slides away in the simple and cadenced syntax of a few lines. The short passage about Dinku’s death in the brevity of a page marks the central point of the novel. It is as if there is a “before” and an “after”. The death of Dinku represents the struggle of all Black. men, and “everyone who carries my blood in their veins” plays a universal connotation of all the Africans subjected to colonialists’ violence.

Coming back to the three phases, irony marks all his later production. It is an element present not only in his fictional literature but also in his critical essays with a strong political component. The starting lines from the most celebrated short story “Mrs. Plum”, in the collection In Corner B (1967) prove the impetuosity of the irony, where protest and acceptance are mingled in an explosive and paradoxical union:

My madam’s name was Mrs. Plum. She loved dogs and Africans and said that everyone must follow the law even if it hurt.4

Es’kia Mphahlele, In Corner B, 2006. First edition 1967. Penguin Classics Books

The short story is written in first person, from the perspective of the young housemaid Karabo. Karabo ended up working in Greenside, a Johannesburg’s neighborhood which is still inhabited by the upper, prevalently white middle class. Mrs. Plum is concerned to send Karabo to an unofficial school ruled by African women who were educating young girls on black people’s political struggles. Karabo tells us about this white liberal madam, who, in a perpetual psychosis, is committed to African people emancipation as far as it does not interfere with her perverse love of dogs:

Dick had a long heart, even although he told me and Chimane that European dogs were stupid, spoiled. He said One day those white people will put earrings and toe rings and bangles on their dogs. That would be the day he would leave Mrs. Plum. For, he said, he was sure that she would want him to polish the rings and bangles with Brasso. (the dog, ndr) Although he had a long heart, Madam was still not sure of him. She often went to the dogs after a meal or after a cleaning and said to them Did Dick give you food sweethearts? Let me see. And I could see that Dick was blowing up like a balloon with anger. These things called white people! He said to me. Talking to dogs!5

Mrs. Plum finally fires Dick, and almost loses Karabo too, until she chooses to go and talk to her in Karabo’s village, eventually offering better work conditions. An ironic end, in which nobody wins, and an infamous system perpetuates. There is no radical switch from the dynamics of power and oppression, despite the good intentions of Mrs Plum.

Mphahlele was the first African to obtain a degree with honors at the University of South Africa, with the thesis “The Non-European Character in South African English Fiction”. He worked as a teacher for several years, an underpaid and ingrate job, which he loved, nevertheless. In 1953 the Bantu Educational Act6 was declared, triggering a great resistance. Mphahlele spoke out against the act and was banned from teaching by the government. He then started to work for Drum magazine, which still exists nowadays, and is still widely appreciated. It was one of the first magazines discussing black African culture and its struggles, eventually gaining an enormous success. In 1957, after obtaining his degree, Mphahlele was forced to go into exile, living and working as a teacher in Nigeria, Kenya, France, and in the United States in Colorado and Philadelphia. He obtained a doctorate in Denver in 1966. In 1968 he was nominated for the Nobel Prize. He came back to South Africa several years later in 1977. Meanwhile, his books were banned in South Africa by the government censorship, allegedly for their violent and political content.

Es’kia Mphahlele, The Wanderers, 1971. MacMillan, New York

Part of Mphahlele’s adventures during his exile are narrated in his book The Wanderers, published by McMillan in New York in 1971. In this novel, as well as in all his works, women play a strong, decisive and resolute role. They are the literary embodiment of bravery and determination. It often happens that they engage in verbal violence. In the following passage of the book, Karabo, the wife of the protagonist Timi, talks to the owner of a theatre for white people who kicked her out and called her kaffir7, even if Karabo did not dare to sit but was standing near the bar where she bought a lemonade for her child.

I’m marking this shop, you hear me? When we begin to fight I’m coming straight here to slit your throat. Look at my face and remember it!8

This anger does not emerge instantly, without reason, or as an irresistible outburst, but it is inscribed in a logic and established plan. Mphahlele often focuses on two points when he explains how violence plays a central role in a South African black writer who has been living under the brutality of the apartheid regime for all his life. The first is related to the process of writing as a therapeutic activity in order to elaborate and signify the anger and bitterness:

It is not impossible to give artistic expression to the cry and the anger and the hope. When the impulse of write kicks you in the pit of your stomach, you don’t wait for the day you won’t need to be bitter. Nor is bitterness inherently anti-art. Obviously, the two-dimensional stimulus-protest pattern will not do. But the very art of writing becomes a way of trying to cope with bitterness and anger.9

The second point the author highlights is the intellectual troubles he faced at the beginning of his career. trying to portrait the white man as a complete character even if the only relation he had with the latter was the servant-master one. This struggle ends when he chooses to describe the white man from his perspective without trying to justify anything to himself or to anyone:

Now, I don’t care anymore. He shut himself in by shutting me out. He will continue to appear in my writing in the image determined by my vision of him-through the lenses he provided me with, from the corner where he put me. I shall even have the pleasure of engineering poetic justice to kill him off without so much as a tragic fart from him. That is one of my imperative.10

Es’kia Mphahlele believed that literature cannot replace politics. On the contrary, he claimed that if politics becomes the predecessor of an artist or a writer, the artistic or literary expression would be inevitably poor and limited. He believed that art, music and literature can inspire revolutions, but without replacing them. In this short account of his literary works, I hope I outlined Mphahlele’s vital literary vocation which determined the main events of his incredible life.

Es’kia Mphahlele, The unbrokern song. MacMillan, New York

I conclude with a final quote from Mphahlele where he desctibes literature as an old tortoise, provoking the reader:

Literature need no wait for the day of conscription or the draft to become a vehicle of revolutionary passion. We need constant control of the language, and always we want literature to help us do this. To the extent that it portrays human endeavor, human possibilities, and is a thrust of the imagination, it must always be revolutionary. The imperative that sees ethnic goals being collectively realized out of individual sensibilities shows a tremendous if desperate act of faith. An act of faith because all of those tensions. Also because life out there operates by other rules. It is the politician who makes actual revolutions, insane or healthy. He regulates our lives at vitals level; he can order us to be shot and institute a commission of inquiry afterwards to establish how and why we died; he can order us to go to war. Indeed the writer should be grateful to be read and appreciated by thousand people. On the other hand if you think the tortoise is useless, drive a truck over the damn creature. But would you dare, would you really dare?11

1 Es’kia Mphahlele,“Negro Culture in a Multi-racial Society in Africa” in Présence Africaine, n° XXIV-XXV, 1959
2 Es’kia Mphahlele, Down Second Avenue, New York, Penguin Classic, 2013, p.56
3 Ivi, p.149
4 Es’kia Mphahlele, In Corner B, Harare, The College Press, 1981, p.164
5 Ivi, p.179
6 Bantu educational act: all schools of every grade for black people became “tribal”. This meant that all school subjects were reduced at the minimum, adequate just to manual labour which did not required any qualification. When in 1976 the government imposed to teach in afrikaans (white south africans’ language), thousands of people went to the streets to protest. Those days are called Soweto Uprising. Police shoot upon adolescents and even younger demonstrators. There is not a certified number of the victims, but it is assume that around 700 people were killed.
7 Kaffir comes from Arabic word kaffer. It was initially used to indicate people from the center of Africa. During the 20th century in South Africa it assumed a strongly racist connotation. It has a similar story as the negro word in the United States. Since 2000, calling someone kaffir is considered a violation of the law, because of the law called Promotion of Prevention of Unfair Discrimination Act.
8 Es’kia Mphahlele, The Wanderers, New York, MacMillan, 1971, p. 271
9 Es’kia Mphahlele, “African Literature, What Tradition?”, in Voices in the Whirlwind, New York, Hill and Wang, 1972, p. 151
10 Es’kia Mphahlele, “The Function of Literature at the Present Time: The Ethnic Imperative”, in Transition, n°45, 1974, p. 50
11 Ivi, p. 50

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