Intervista ad Alessio Antoniolli: Un’organizzazione no profit esaminata dall’interno

Cover Gasworks. Fotografia di Ioana Marinescu
Categoria Not My Business

Intervista ad Alessio Antoniolli: un’organizzazione no profit esaminata dall’interno

Da quando si è verificata l’epidemia del Covid-19, sono stati scritti innumerevoli articoli sulla crisi economica che ne è conseguita. In campo artistico, abbiamo affrontato temi come la mancanza di fondi per i musei, le difficoltà economiche a cui sono andate incontro le gallerie, artisti costretti a reinventarsi per ovviare alle suddette problematiche – sappiamo che il settore artistico è stato uno dei più colpiti dalla crisi. Adesso puntiamo i riflettori sulle organizzazioni no profit, ossia senza fini di lucro. Attenzione: il fatto che l’ente sia no profit non significa che non produca denaro, solo che il guadagno non viene mai distribuito tra i membri che fanno parte dell’associazione, ma va ad incrementare il budget comune da utilizzare in operazioni future. Questi, e altri, i temi su cui si basa l’intervista ad Alessio Antoniolli.

Giorgia Galuppi: La prima volta che ho sentito parlare di te è stato in riferimento al fatto che fossi stato inserito da Art Review nella lista delle 100 personalità più influenti del mondo dell’arte. Non posso non chiedertelo: come ci si sente?
Alessio Antoniolli: A dirti la verità, è una domanda a cui non avevo mai pensato! Ovviamente, essere riconosciuti per i lavori fatti è sempre fonte di grande soddisfazione. Sono più di vent’anni che lavoro con Gasworks: ho visto nascere il progetto, e il percorso che ho fatto insieme all’organizzazione, insieme ai colleghi, ci ha portato a consolidarci e motivarci. Grazie a tutto questo, oggi lavoriamo con artisti internazionali, giovani, sconosciuti. Cerchiamo di rompere le traiettorie dell’arte focalizzata sull’Europa, operando una sorta di decolonizzazione del pensiero occidentale nel mondo dell’arte. Il nostro obiettivo è quello di dare una visione globale dell’arte contemporanea. Negli ultimi anni hanno iniziato a essere affrontati nuovi temi come l’identità, le questioni di genere, ed è stato bello trovarsi in un contesto lavorativo in cui si discutevano già tematiche simili. È stato come se fosse avvenuto una sorta di allineamento cosmico tra gli sviluppi dell’arte contemporanea e i nostri intenti.

Mercedes Azpilicueta. Veduta della mostra Bondage of Passions, Gasworks, Londra, 2021. Fotografia di Andy Keate

G: Qual è stata la tua formazione?
A: Ho fatto le superiori in Italia, poi sono venuto a Londra a 19 anni per studiare Storia dell’Arte all’università. Sono qui da trent’anni, è la mia seconda casa. A Londra ho passato praticamente tutta la mia vita adulta. Durante il master, ho iniziato a fare volontariato a Gasworks, e da lì non mi sono più spostato. Era un’organizzazione ancora giovane e malleabile, quindi sono riuscito a incorporarmi all’interno. Adesso siamo molto più istituzionalizzati, perché per organizzare eventi e/o gestire fondi devi comunque avere una certa serietà organizzativa.

G: Cos’è Gasworks?
A: Gasworks unisce diversi spazi per l’arte contemporanea in uno stesso luogo. È uno spazio che si trova a Vauxhall, nato nel 1994. Inizialmente, il tutto era gestito da artisti che avevano voglia di lavorare insieme. Poi siamo cresciuti, e abbiamo ottenuto sostegno dall’Arts Council England e da altri finanziatori. Inizialmente eravamo in affitto, ma siamo riusciti a raccogliere fondi per comprare l’edificio. È un’organizzazione molto aperta, fatta di flussi e riflussi di artisti. Non siamo un museo, quindi non abbiamo nulla da fissare, ma dobbiamo muoverci con il tempo, e in questo nostro intento cerchiamo di seguire gli artisti. La missione di Gasworks è quella di supportare gli artisti emergenti, seguirli nelle loro traiettorie, capire i loro interessi e creare un contesto in cui esser loro utili.

G: Quindi, per come è organizzato Gasworks, il Covid ha rappresentato un grande ostacolo.
A: Lavorando con artisti giovani diamo loro l’opportunità di guadagnare un po’ di soldi organizzando progetti. Ci siamo resi conto che avevamo contratti con degli artisti che non potevamo pagare, perché in seguito alle restrizioni causate dal Covid non potevamo più fare nulla: tutto era bloccato. Fortunatamente avevamo comprato l’edificio di Gasworks, quindi non abbiamo avuto spese di affitto. Abbiamo anche ricevuto la cassa integrazione, e all’interno dello staff non ci sono stati licenziamenti. Siamo una piccola organizzazione dove ognuno di noi è essenziale. Nel primo periodo della pandemia, quindi marzo 2020, siamo stati in pausa: poi pian piano abbiamo iniziato a svolgere attività su internet, cercando di lavorare con artisti che avevano creato opere fruibili su internet, come video, performance online, talk; poi abbiamo continuato a lavorare in virtù delle nostre mostre future. D’altronde, dietro una mostra, c’è una preparazione che richiede molto tempo: quindi è come se avessimo portato avanti la preparazione degli eventi. Adesso siamo più incerti sul futuro a causa delle limitazioni internazionali dei viaggi degli artisti con cui collaboriamo in tutto il mondo. Finché eravamo tutti bloccati e nessuno faceva nulla, eravamo tutti sulla stessa barca: adesso invece ci sono molte aspettative sul futuro, ma sono comunque speranzoso.

G: Ci sono stati degli aspetti su cui vi siete concentrati maggiormente in questo periodo di stop?
A: Essendo noi solitamente proiettati sull’ambito internazionale, abbiamo dedicato maggiore attenzione agli artisti locali, interrogandoci su come fosse possibile costruire un dialogo con loro, come poter renderci utili, ma anche come implementare l’uso dei nostri social media per far conoscere maggiormente il lavoro degli artisti. È stata anche l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo. I primi mesi del lockdown abbiamo fatto una serie di streaming online. La nostra responsabilità è quella di comunicare con il pubblico, ed è giusto fare tutto il possibile per diffondere il nostro lavoro. Anche per il futuro intendiamo mantenere costante la nostra presenza online.

G: Attualmente la situazione in Inghilterra sta migliorando?
A: Il piano di vaccinazione sta avendo risultati soddisfacenti, il 50% della popolazione adulta ha avuto già il primo vaccino, e circa il 30% ha ricevuto entrambi i vaccini. Le gallerie commerciali hanno aperto i primi giorni di aprile, mentre gli enti no profit apriranno dal 17 maggio. Stiamo organizzando una mostra che inaugureremo il 19 maggio. Il problema di Gasworks, come delle altre organizzazioni internazionali, è che lo spostamento delle persone è ancora una questione problematica: molti stati con cui lavoriamo stanno affrontando ancora una situazione di emergenza dovuta al Covid-19. Non possiamo invitare gli artisti. Questo è un problema, dal momento che la maggior parte del nostro programma è internazionale. Quindi, anche se la situazione a Londra sta migliorando, è come se i problemi per noi iniziassero adesso. Fortunatamente possiamo comunque continuare a fare mostre, perché nel periodo del lockdown abbiamo lavorato con artisti London-based, abbiamo messo gli studi a loro disposizione, sia per poter essere loro utili che per mantenere vivo il contatto con la comunità artistica locale.

Diego Marcon. Residenza, Gasworks, Londra, Marzo 2020. Fotografia di Gasworks

G: Cos’è invece Triangle Network?
A: Triangle Network è una comunità composta da vari spazi, come Gasworks, ma è anche una rete virtuale che ha diversi partner in varie parti del mondo. Io mi occupo di seguire le organizzazioni giovani in giro per il mondo, viaggio e conosco artisti. È davvero un privilegio enorme. Comunque, entrambi i progetti sono basati sulle collaborazioni con artisti emergenti. Siamo focalizzati sui processi di collaborazione, non sui prodotti finali delle collaborazioni: i rapporti con chi lavora con noi non finiscono dopo una mostra, c’è una ricerca dietro. Triangle Network è un support-system che vuole dare, ad artisti emergenti, tutti gli strumenti per focalizzarsi sui loro percorsi artistici individuali. Teniamo a mente che questo network è nato nel 1982, quando internet non era così presente nelle nostre vite e non esistevano i social, come opportunità di mettere in contatto artisti da vari paesi per scambiarsi idee. Certo, c’erano i musei, c’erano le gallerie, ma una cosa in stile Triangle Network non era presente. All’inizio, l’organizzazione agiva come una sorta di Summer Camp dove una ventina di artisti potevano dialogare tra loro. In seguito, alcuni artisti hanno replicato il format di Triangle Networknei loro paesi, e tutti si è sviluppato in maniera rizomatosa. È stato bello vedere che ciò avvenisse in posti dove la struttura artistica era particolarmente mancante, dove non c’erano infrastrutture adatte. Quindi, questi workshop diventavano sempre più fondamentale per iniziare un dialogo internazionale. Dopo qualche anno, il format si è sviluppato molto in Africa, America Latina, Asia, Europa.

Giorgia: Come analizzeresti Triangle Network da un punto di vista economico?
Alessio: Il network è organico perché cresce e diminuisce a seconda delle entrate economiche: se c’è denaro le cose accadono, se non ci sono soldi le cose non succedono, ma non muore il nostro intento. Se non riusciamo a fare determinate cose non lo vediamo come un fallimento. Non seguiamo un espansionismo capitalista dove tutti devono sempre fare tutto: facciamo le cose quando possiamo farle, nel modo migliore possibile, sempre facendo fede alla nostra etica. Dopo anni di lavoro, e come forma di sviluppo di Triangle Network, è nato Gasworks. È stato come vedere il risultato dei nostri workshop materializzarsi in un edificio.

Gasworks. Fotografia di Ioana Marinescu

Giorgia: Sembra essere molto forte l’intento di abbracciare l’idea di globalità.
Alessio: Siamo un gruppo organico che cerca di sviluppare l’arte intesa come strumento sociale, come vita, discussione e dibattito. Pur essendosi verificata una grande evoluzione di pensiero negli ultimi anni, alcuni contesti sono ancora monoculturali o dominati da politiche razziali. Per me la globalità è sempre stata, e ora lo è più che mai, un tema fondamentale e pieno di potenzialità. Chiariamoci: non dobbiamo mettere da parte le nostre conoscenze acquisite, ma dobbiamo aprire i nostri orizzonti, inserirci in un contesto ricco tanto quando lo è il mondo.

Giorgia: Sentite la competizione con altre organizzazioni?
Alessio: Non si sono presentate rivalità durante il nostro percorso perché siamo comunque un’organizzazione no profit. Una volta c’era un abisso tra enti commerciali e enti no profit, ma i margini si stanno avvicinando sempre di più. Non siamo in competizione con gallerie commerciali o musei, perché diamo agli artisti la possibilità di sperimentare cose nuove, di operare al di fuori del loro contesto, di viaggiare per allargare i loro orizzonti. Per il momento non ci stiamo sentendo ingoiati dal sistema perché nel tempo abbiamo costruito una nostra identità abbastanza forte. Siamo davvero fortunati perché in Inghilterra abbiamo un Arts Council che funziona e che distribuisce i fondi. Io so che tutti i salari e i costi dell’edificio sono sicuramente coperti. È vero che passo la mia vita a fare foundraising, ma avere la sicurezza di poter pagare me stesso e lo staff ci offre la possibilità di usare il ricavato per perseguire i nostri progetti, e magari ampliarli.

Giorgia: Per organizzazioni come la tua, la situazione in Italia è ben diversa.
Alessio: Ne sono consapevole. La situazione in Italia è complessa: le organizzazioni no profit non hanno l’indipendenza che abbiamo noi in Inghilterra. Ho stima delle persone che riescono a gestire simili organizzazioni dove non ci sono risorse, o dove le risorse scarseggiano. Quando ho iniziato a lavorare negli anni ’90 c’erano molte meno gallerie commerciali, gli artisti lavoravano in stile arte per arte. Nella nuova generazione, gli artisti vengono criticati per aver mercificato le loro opere. Da una parte capisco questo discorso, ma la vita ha un costo per tutti. Tanti nostri partner di altri paesi non hanno gli stessi aiuti economici che abbiamo noi in Inghilterra. Pensare a livello non commerciale è un privilegio che non tutti hanno.

Giorgia: Londra è una grande città, immagino sia anche competitiva.
Alessio: Avendo la reputazione di essere un luogo pieno di opportunità, si riempie di persone e diventa satura. Il numero di artisti e curatori è immenso, e per quanto sia vero che ci siano molte più opportunità lavorative, è altrettanto vero che molte persone rimangono a bocca asciutta.

Alessio Antoniolli è il direttore di Gasworks (Londra), dove conduce un programma di residenze, mostre e progetti educativi, lavorando principalmente con artisti emergenti britannici e internazionali. Sotto la sua direzione, l’organizzazione ha ospitato oltre 300 residenze di artisti provenienti da 80 paesi. Alessio è anche direttore di Triangle Network, una rete globale di artisti e organizzazioni. È coinvolto nella gestione, raccolta fondi e pianificazione strategica di entrambi i progetti, oltre a lavorare sullo sviluppo di residenze e laboratori per artisti.

Gasworks www.gasworks.org.uk/
Triangle Network www.trianglenetwork.org/

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