“Le faremo sapere”: cosa significa lavorare nel mondo dell’arte

Cover Gabriela Du Bois
Categoria Not My Business
“Le faremo sapere”: cosa significa lavorare nel mondo dell’arte

La durata dello stage sarebbe di tre mesi, ma la nostra struttura, in quel lasso di tempo, non avrebbe tempo per insegnare davvero qualcosa. Preferiremmo che fosse di sei mesi. E se per caso te lo stessi chiedendo, te lo dico già da ora, per onestà: non è previsto nessun rimborso spese, nemmeno per un caffè.

Frase tratta da un’esperienza personale, ma che tantə si sentono dire in sede di colloquio, spesso rivolta a studentə intenzionatə a fare un’esperienza relativa ai loro studi. Discorsi simili vengono fatti quotidianamente, ed è assurdo pensare che ci si senta fortunatə per aver ricevuto una risposta alle valanghe di Curriculum inviati.

Gabriela Du Bois, 2021. Illustrazione. Courtesy l’artista

Avere la voglia di mettere in pratica quello per cui si studia è un desiderio diffuso tra i\le giovanə, che armati di coraggio decidono di addentrarsi nel mondo del lavoro. Da quel momento, inizia un vero e proprio iter: domande su domande per stage, tirocini, volontariati – tutto con la speranza di poter creare un proprio percorso, già consapevoli delle difficoltà che si incontreranno. Per non parlare del fatto che pretendere di ricevere una retribuzione per il proprio lavoro sia sempre l’ultima questione da trattare, l’ultimo dei desideri, una velleità.

Da un punto di vista generale, il problema non è rimasto ignoto ai vertici più alti:

Il Parlamento europeo ha condannato la pratica degli stage, dei tirocini e degli apprendistati non retribuiti. Lo ha fatto l’8 ottobre votando a maggioranza una risoluzione – 574 sì, 77 no, 43 astenuti – in cui invita gli Stati membri a proporre possibili soluzioni per l’introduzione di uno strumento giuridico comune a tutti con l’obiettivo di garantire una remunerazione equa per stagisti, tirocinanti e apprendisti nel mercato del lavoro dell’Unione, garantendo anche un ambiente di lavoro adeguato, un trattamento equo e paritario, con periodi di prova di ragionevole durata e senza contratti atipici.

Tuttavia, gli Stati membri non sono obbligati a realizzare questa risoluzione, che in ogni caso rimane un chiaro messaggio politico: viene definitivamente conosciuto che il tirocinio non pagato sia una forma di sfruttamento. È giusto che questo concetto venga tenuto bene a mente:

Per molto tempo ci siamo abituati a tirocini non retribuiti, ma questo deve cambiare. Non possiamo più permettere che i giovani vengano sfruttati così

Afferma il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. E continua:

È una battaglia di dignità. Riconoscere il diritto a essere retribuiti è importante tanto quanto il diritto ad avere un lavoro: non basta uno stage per far felice un giovane

Ci sarebbe qui da trattare un altro aspetto, ossia la concezione diffusa che tutto questo circolo vizioso sia reso possibile da chi decide di sottostare a questo sfruttamento. In un certo senso, è come se stagistə e tirocinantə accettassero di non essere pagatə al solo scopo di poter dire di aver fatto un’esperienza lavorativa. In verità, è il sistema alla base a esser tossico: si dà per scontato che una persona debba farsi andar bene qualsiasi condizione lavorativa per aggiungere una voce in più sul curriculum, ci si sente liberə di allungare all’infinito i periodi di prova, di far fare ore extra. Ma ora basta: noi pretendiamo di più. Il fatto che nel periodo di formazione dello stage o del tirocinio non si sia particolarmente abili, non vuol dire che esista un diritto a prolungare i tempi lavorativi oltre il periodo stabilito. Perché l’importanza di aver fatto esperienza non supera quello che dovrebbe essere considerato un diritto. Aver voglia di imparare non è sinonimo di rinunciare a essere pagatə per il proprio lavoro.

Eppure l’arte, da un punto di vista economico, continua a essere un campo molto fiorente. Nel 2008, mentre il mondo veniva colpito da delle crisi mondiali più importanti di tutti i tempi, la vendita delle opere di Damien Hirst fu fissata per il 15 e il 16 settembre. Nei giorni precedenti le azioni della casa d’asta Sotheby’s persero il 9% del loro valore. Nonostante tutto, Hirst guadagnò 92 milioni di sterline, ottenendo un record di fatturato per una singola sessione d’asta. Se pensate che l’esempio del 2008 sia troppo lontano, nonostante la grandissima crisi economica a cui il 2020 ci ha messo di fronte, lo scorso 28 gennaio Sotheby’s ha venduto per 92,2 milioni di dollari Ritratto di giovane uomo che tiene un tondo di Botticelli . Un curioso caso, insomma: gli oggetti d’arte sono considerate opere preziosissime e costosissime, ma chi lavora nel mondo dell’arte non lo è minimamente.

Gabriela Du Bois, 2021. Illustrazione. Courtesy l’artista

Per affrontare questa complicata situazione, c’è anche chi decide di ovviare costruendosi un percorso in modo autonomo, e lo si può capire lanciando uno sguardo su tutte le nuove piattaforme e attività nate come reazione ai duri colpi sferrati al mondo dell’arte dalle conseguenze del Covid-19. Una pandemia che ha messo in ginocchio musei che si sono trovati senza fondi, e gallerie costrette a chiudere o sull’orlo del precipizio.

Persino il MoMA di New York, uno dei più grandi e conosciuti musei del mondo, ha deciso di eliminare l’intero dipartimento educativo. Ai dipendenti – perlopiù personale freelance –  il tutto annunciato tramite mail: viene assicurato lo stipendio fino al 30 marzo, ma si precisa che non ci sarà un proseguimento delle loro carriere. La stessa direzione del MoMA affermò: “Ci vorranno mesi, se non anni, prima di un ritorno al budget e ai livelli operativi per poter garantire dei servizi educativi”. Si noti che lo stesso museo aveva rilanciato il proprio ruolo educativo mettendo online gratuitamente corsi di storia dell’arte – sottolineando l’incoerenza degli adattamenti della politica interna con le comunicazioni esterne.

Le disastrose conseguenze del Covid-19 nel panorama artistico hanno in realtà solo esasperato una situazione già al limite: nel 2018 era stata avviata una campagna di crowfounding, chiamata #Whosartfor. Art works against exploitation, per finanziare una ricerca sul lavoro nel mondo dell’arte a partire dal punto di vista delle donne, il genere più colpito in tema di equità salariale e inclusione sociale. Con il premio della campagna si vogliono promuovere progetti, istituzioni, fondazioni e imprese virtuose che abbiano sviluppato un atteggiamento adeguato nei confronti dei lavoratori dell’arte  – per quanto riguarda la loro remunerazione – e nei confronti del pubblico, per quanto riguarda la ricaduta dei benefici generati dai progetti stessi.

Gabriela Du Bois, 2021. Illustrazione. Courtesy l’artista

In questa nuova situazione, anche artistə devono adoperarsi: ricordiamo il progetto “Do you trust me?” di Nico Vascellari, la performance di 24 ore trasmessa in diretta YouTube dal suo studio Codalunga, dalle ore 20 dal 2 maggio 2020 fino alle ore 20 del 3 maggio. L’intento è quello di creare uno spazio virtuale, dove verranno commissionati contenuti e opere a diversi artistə. Il progetto è stato ampiamente sostenuto non solo da artistə ma anche da personalità note in tutto il mondo, ottenendo non solo largo consenso, ma dimostrando come si possa far arte creando un evento collettivo al di fuori di uno spazio istituzionale, in piena crisi mondiale, con pochissimi mezzi a disposizione, ma riuscendo a richiamare comunque molta attenzione.

In tempi altrettanto recenti, è nata l’associazione AWI. Art Workers Italia. Con l’obiettivo di dare voce a chi opera nel settore dell’arte contemporanea in Italia, l’associazione è arrivata a collaborare con espertə del settore legale, fiscale e amministrativo, enti di ricerca e università, istituzioni dell’arte e della cultura per tutelare gli\le art workers. AWI agisce per il riconoscimento del lavoro e la sua regolamentazione, per una più equa distribuzione delle risorse e per favorire l’accessibilità a fondi e opportunità, e ambisce a essere un punto di riferimento per art workers, organizzazioni no-profit ed enti pubblici e privati in Italia.

La verità è questa: inserirsi nel mondo del lavoro – e del lavoro nell’ arte – non è facile: è un percorso fatto di sacrifici, di porte chiuse, di competizioni. Dagli esterni, ci si sente fare le solite domande di rito, in stile:

Ma si vive di arte?

Fare l’artista ti permetterà di pagarti le bollette?

Non sarebbe meglio che scegliessi una professione vera?

E anche quando di riesce a ottenere il mino salariale, dovrebbe essere eliminata questa tendenza onnipresente a sottopagare o svalutare le prestazioni: il lavoro di fotografə, di pittorə, di scultorə, di artistə, non vale meno di chi opera in altri settori. Non è giusto che anche chi abbia una professione già avviata non venga retribuitə come si deve. Non si fa più silenzio a riguardo; è un fatto che viene denunciato attraverso proteste, manifestazioni, e piattaforme social. Ne è esempio Sofia Righetti – laureata in filosofia della medicina e filosofia del diritto, con master in marketing e comunicazione e due corsi con attestato sui gender studies- ha centrato in pieno la questione, pubblicando su Instagram un post intitolato “Non lavoro gratis”. Una denuncia che mira a non solo a non far svalutare il proprio lavoro, frutto di studi e sacrifici, ma anche tutto il tempo e la fatica che c’è dietro.

Notizia shock: l’arte è un lavoro. Chi lavora in questo campo, lavora seriamente. Tirocinantə e stagistə meritano una retribuzione, un salario minimo, perché il nostro tempo e il nostro lavoro non sono in saldo.

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