Cos’è l’eco-femminismo?

Cover Emma Passarella
Categoria Scossa
Cos’è l’eco-femminismo?

Cos’è l’eco-femminismo? Questo termine è entrato nei contesti accademici e attivistici da qualche anno, e risulta per moltə ancora sconosciuto, ma, come per il femminismo intersezionale, si tratta di una questione di tuttə, ed è per questo che Scossa propone una spiegazione e alcuni spunti di riflessione sull’argomento.

Le prime attiviste che possiamo considerare eco-femministe risalgono a quasi due secoli fa, all’Inghilterra vittoriana. Il medico Anna B. Kingsford e la scrittrice Frances Power Cobbe fondarono un gruppo femminista antivivisezione che si occupava di portare all’attenzione pubblica il problema dello sfruttamento animale; questo ancora quando le tematiche ecologiste e/o vegane non erano all’ordine del giorno, sarà poi la biologa Rachel Carson a fondare il movimento e l’ideologia ambientalista a metà del XX secolo con la pubblicazione del suo testo Primavera Silenziosa.

Da questo esempio lontano nel tempo possiamo iniziare a capire quale sia l’obiettivo dell’eco-femminismo oggi, quello di unire le violenze subìte dalle donne con quelle subìte dalla flora e dalla fauna, denunciandole come parimenti gravi e importanti. Il movimento, cresciuto e sviluppatosi negli anni, ritrova la causa di questo dominio sull’altro nell’unico immenso problema dato dal patriarcato1.

Urge domandarsi: perché, secondo la prospettiva eco-femminista, il costruttivismo patriarcale impostoci in queste migliaia di anni affligge tanto la donna quanto l’ambiente? Si può trovare una risposta analizzando un altro sistema sociale ed economico, che ha segnato la nostra società negli ultimi secoli: il capitalismo.

Le premesse che hanno fatto scaturire il sistema capitalistico derivano infatti da un pensiero patriarcale, ovvero da una serie di decisioni prese da pochi individui in funzione dei loro personali interessi, e dunque a scapito di tutto il resto della popolazione umana, vegetale e animale. L’approccio capitalistico è un sistema che basa la sua esistenza sulla manipolazione del mondo naturale a vantaggio della specie umana.

Il capitalismo nasce ormai più di quattro secoli fa, nel momento in cui un gruppo di uomini maschi e bianchi ha deciso di invadere terre nuove e da loro inesplorate. Nel 14922 questo gruppo è così approdato sulle coste oggi brasiliane, dove ha via via impostato le basi per la creazione di un sistema di sfruttamento di uomini e natura senza precedenti. Alcuni scienziati concordano nel dire che le grandi deforestazioni e lo sfruttamento ambientale subìti dalle terre americane in quegli anni possono essere considerati il primo grande impatto ambientale causato dall’uomo3.

In questo scenario, la connessione dei due emisferi ha inaugurato il sistema capitalistico, fondato sulla conquista di un territorio, la schiavitù, la sofferenza. Attorno a tale struttura, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali offerte dalle superfici vergini e sullo sfruttamento fisico ed economico di chi abitava questi luoghi, si è radicato il sistema economico e sociale che definiamo Capitalismo.

Iniziamo ora a vedere come il patriarcato, che ha imposto la sua visione unica sul resto del mondo e l’umanità – e continua a pretendere di poterlo fare – abbia permesso il delinearsi del binomio oppressi/oppressori, nel quale gli oppressori sono però sempre stati dipinti dalla voce narrante come i “vincitori” o “buoni”. Un apparato di subordinazione presente tanto nelle lande americane, nel rapporto uomo-natura e in quello europeo-nativo, quanto nel rapporto universale uomo-donna.

Mettendo a fuoco questo schema, composto di gerarchie di potere, il movimento eco-femminista si prefigge perciò di analizzare e superare il problema della subordinazione della donna e quello dello sfruttamento spasmodico della natura, urgenze tanto sociali quanto politiche, congiuntamente; puntando il dito contro un’unica grande premessa: il patriarcato e la sua imposizione del pensiero capitalistico.

Sebbene, come abbiamo visto, già nell’Ottocento vi era chi riusciva a unire i fili di questa matassa intricata, i legami che abbiamo appena messo in luce non erano, e continuano a non essere, per nulla scontati. Riuscire a capire dove e come un problema dalla simile portata è stato generato e il riuscire a collegarlo ad altre urgenze apparentemente distanti richiede uno sforzo non indifferente. È molto difficile liberarci dal costruttivismo che impregna la società, che abbiamo assorbito nei secoli, e iniziare a vedere questi rapporti di potere in maniera nitida.

Le prime donne che ci introducono al tema dell’eco-femminismo sono invero le stesse che per anni sono state “solo” femministe e che hanno per questo analizzato in chiave critica quegli schemi di potere patriarcale di cui erano le vittime4. Proprio questa indagine del sistema di cui erano parte ha fatto sì che esse si siano trovate obbligate a ripensare la società rispetto a loro stesse, ma anche a ripensarsi all’interno della società, in quanto parte integrante di essa.

Nei secoli scorsi le femministe hanno intrapreso dunque quello che Rosi Braidotti definirebbe un processo di defamiliarizzazione, un momento in cui si abbandona la modalità inconsciamente introiettata di osservare e pensare il mondo; solo rinunciando a questa visione la specie umana è finalmente in grado di posizionarsi in maniera consapevole circa gli schemi di gerarchie e di potere, fino a giungere a un approccio decentrato nei confronti di quello che la circonda5.

Tale è il percorso che le femministe hanno attraversato per ripensare e rivedere la loro posizione nei confronti del loro oppressore: il patriarcato. Forzate ad acquisire una visione decentrata, si sono ritrovate a possedere tutti gli strumenti utili e necessari per analizzare in profondità la società nel suo complesso. Il movimento femminista è così riuscito a inquadrare lo strettissimo, e per nulla scontato, legame con l’ecologia.

Negli ultimi decenni sono sorti micromovimenti all’interno dell’attivismo femminista che portano così il nome di eco-femminismi, i quali vogliono sensibilizzare all’unione della questione del femminile con l’urgentissimo problema dell’ecocidio, termine coniato per indicare un crimine nei confronti della Terra, seppur non ancora riconosciuto a livello giurisdizionale.

Tra le proposte eco-femministe più interessanti, ne osserviamo una del 2015, quando Alexandra Pirici e Raluca Voinea scrivono e firmano il manifesto del Ginecene6. Il termine viene proposto per descrivere l’era geologica nella quale ci troviamo, e per competere (in maniera costruttiva e assolutamente non violenta) con proposte simili ma differenti: Antropocene è una parola che caratterizza l’era che stiamo vivendo in quanto l’epoca dell’attività di tuttə gli uomini, tendendo però a universalizzare il problema del cambiamento climatico senza puntare il dito contro il vero colpevole, cioè il capitalismo e chi ne detiene le redini; compito che assolve invece il vocabolo Capitalocene, proposto da Andreas Malm e Jason W. Moore e poi ripreso da Donna Haraway e T. J. Demos7, che viene tuttavia considerato troppo disfattista e pessimista.

La proposta di adottare Ginecene in quanto parola descrittiva del nostro presente storico è significativa in quanto le due attiviste e femministe presentano anche una soluzione al problema che stiamo vivendo. Il termine, dal greco gyne (donna), incorpora nella sua etimologia stessa la prospettiva di un mondo basato su un’ottica non patriarcale e anti-antropocentrica, retta da un’unione orizzontale tra tutte le specie che abitano la Terra. Un presente utopico che dovrebbe tenere conto dell’umano, di qualsiasi sesso, ma anche del non-umano, del più-che-umano, dell’altro-oltre-l’umano, dell’inumano e dell’umano-in-quanto-hummus. Si tratta del dare una voce a tutti gli individui8 presenti sul pianeta, anche a coloro che non osserviamo a occhio nudo, ma che abitano i nostri stessi luoghi da molto più tempo rispetto l’umano; i batteri o i virus ad esempio sono presenze antichissime che caratterizzano la terra tanto quanto l’esistenza umana.

Con un approccio che possiamo ora dire eco-femminista il termine Ginecene, e il movimento che vi sottende, si impegnano, e invitano tuttə a impegnarsi allo stesso modo, a superare il costruttivismo patriarcale e il sistema capitalistico nella prospettiva e nella speranza di un mondo più florido e sano. Un sistema che tenga conto dell’altro dal momento in cui si apprende che anche noi siamo l’altro, nella prospettiva di un’etica organica.

L’eco-femminismo è dunque una corrente di pensiero e un movimento attivista che si prefigge di superare il problema del machismo e quello del cambiamento climatico unendo le forze di tuttə per combattere le premesse che hanno creato le condizioni per il nostro presente storico, status che si vuole ribaltare in maniera radicale.

Emma Passarella, Eco-femminismo, 2021. Illustrazione. Courtesy l’artista

 

1 Definiamo patriarcato un sistema sociale radicatosi nei secoli caratterizzato da una forza distruttiva nei confronti di tuttə coloro che non rientrano nella categoria di uomo di sesso maschile, bianco, cis-etero e prestante.

2 Si sta facendo qui riferimento alla cosiddetta “scoperta” dell’America, termine vittima dello stesso costruttivismo patriarcale occidentale. Le Americhe non sono state scoperte, non si trattava di terre inabitate e ancora inesplorate, ma di luoghi già vissuti e caratterizzati prima dell’arrivo degli europei bianchi. Dal momento che la storia occidentale, dettata dal pensiero unico di cui si sta qui parlando, osserva il mondo e la sua storia dal suo unico punto di vista privilegiato, l’evento storico qui esposto risulta essere una “vittoria” da parte degli europei, i quali, in questa ottica, hanno trovato terre vergini da sfruttare e nuove persone da schiavizzare. Con gli occhi di uno sguardo decentrato rispetto tale visione occidentale e bianca, oggi possiamo vedere tale fatto storico in maniera più oggettiva, dunque come una vera invasione delle Americhe, non una scoperta pacifica. Sarebbe dunque più corretto fare riferimento a questo evento storico nei termini di “Invasione delle Americhe”.

3 Simon Lewis and Mark Maslin, Defining the Anthropocene, Nature 519, no. 7542, 12 Marzo 2015, pp.174–75.

4 Il termine eco-femminismo appare per la prima volta nel testo “Le féminisme ou la mort” del 1974, scritto da Françoise d’Eaubonne, per la quale le tematiche che riguardano la condizione della donna nella società sono collegate al problema ambientale e climatico. Come lei, le attiviste femministe del tempo diventarono eco-femministe.

5 Un approfondimento dell’argomento si può trovare su Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi, Roma, 2014.

6 A gennaio del 2015 Alexandra Pirici, artista e attivista rumena, e la curatrice rumena Raluca Voinea presentano e firmano il Manifesto for the Gynecene – Sketch for a New Geological Era in collaborazione con LevArt/ LevArtText, che ha consentito loro di tradurlo e diffonderlo velocemente in numerose lingue e paesi. Il testo è consultabile in inglese al seguente link: https://www.digitalmanifesto.net/manifestos/205/.

7 T. J. Demos, Against the Anthropocene. Visual Culture and Environment Today, StenbergPress, Berlin, 2017, pp.54-55, 85-88.

8 “Individui” qui si deve intendere come lo usa Donna Haraway in Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta infetto, NOT, Roma, 2019, ovvero un termine comprensivo di tutti gli organismi viventi sul pianeta, animali, vegetali, ma anche i microorganismi quali batteri e virus.

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