L’importanza del silenzio, ma non quando è di stampa – L’arte a servizio dei diritti umani con Lawrence Abu Hamdan 

Categoria Scossa
L’importanza del silenzio, ma non quando è di stampa – L’arte a servizio dei diritti umani con Lawrence Abu Hamdan

Un altro interessante lavoro dell’artista giordano Lawrence Abu Hamdan che invita alla riflessione sulle implicazioni politiche e legali del suono è Rubber Coated Steel1, del 2016. Esattamente come nel progetto Earwitness Theatre, che si concentra sul raccontare le condizioni della prigione siriana di Saydnaya grazie ai racconti degli ex-detenuti, qui l’artista lavora su un caso specifico di omicidio, avvenuto in Palestina. Il fatto vede coinvolti Nadeem Nawara, di 17 anni, e Mohamed Abu Daher, di 16 anni, due ragazzini palestinesi uccisi dagli spari di un soldato israeliano nel maggio 2014 a Beitunia, Palestina, dove erano in corso proteste fuori dal carcere e tribunale militare di Ofer, in concomitanza con l’anniversario della Nakba2.

Israel flag. License Creative Commons

Nakba è la parola araba per “catastrofe” e indica i fatti seguiti alla guerra arabo-israeliana del 1948, quando più di 700.000 palestinesi furono strappati via dalle loro case che si trovavano nel territorio diventato Stato d’Israele. Da allora, i rifugiati Palestinesi sono diventati più di 5 milioni e, dal 1948, viene loro negato il diritto al ritorno alle terre che possedevano3. L’interpretazione degli eventi del ‘48 è influenzata dalla narrativa che decidiamo di seguire: secondo la storiografia israeliana, la crisi dei rifugiati del ‘48 sarebbe un effetto collaterale della guerra e i palestinesi sarebbero fuggiti di propria volontà, mentre, seguendo la narrativa palestinese, l’espulsione sarebbe stata pianificata e messa in atto come pulizia etnica. La Nakba viene dunque commemorata, non solo in Palestina, ogni 15 maggio con proteste e marce a ricordo del 14 maggio 1948, giorno della dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele

Se per quanto riguarda il lavoro su Saydnaya, Abu Hamdan ha potuto lavorare direttamente con le persone coinvolte, gli ex-carcerati, in questo caso i due ragazzi protagonisti sono solo rievocati attraverso il progetto artistico, ideato come un tentativo di ricerca di giustizia nei loro confronti. L’artista mette infatti in piedi un finto, ma verosimile, processo legale, in quanto quello vero, al momento della creazione dell’opera, non era ancora stato avviato. Ciò avverrà successivamente, nel 2018, quando l’agente della polizia di confine Ben Deri riceverà 9 mesi di carcere per aver causato la morte di Nadeem Nuwara dopo aver scambiato accidentalmente, secondo il verdetto finale, i proiettili di gomma del suo fucile con alcuni proiettili veri. Per la morte di Mohamed Abu Daher, invece, non è ancora stata inflitta nessuna pena aggiuntiva, per mancanza di prove.

London’s largest protests across Hyde Park for the Israeli Embassy in Kensington. License Creative Commons

Come sempre, Lawrence Abu Hamdan lavora con il suono, qui dunque, a partire dai file audio originali che registrano la morte dei due ragazzi, si tenta di capire con quale arma il soldato avesse sparato – erano proiettili di gomma? O si trattava di proiettili di piombo?

L’artista crea perciò un’analisi del suono in cui viene resa fruibile una rappresentazione visiva del rumore dello sparo. Tuttavia, la differenza fra l’eco prodotta da un proiettile di gomma e quella generata da un proiettile di metallo è risultata essere pressoché impercettibile, tanto a un orecchio inesperto, quanto a quello d3 tecnic3 del suono coinvolt3 nel progetto. Coloro che davvero sono in grado di percepirne la differenza a orecchio nudo sono e, sono stati nell’episodio del 2014, i due ragazzi stessi, i quali, appena percepito il rumore dello sparo, hanno tentato di fuggire, come dimostrato dai video delle telecamere che erano presenti sul luogo. Pubblico quotidiano di questi rumori e dunque di queste condizioni, l3 giovan3 si ritrovano essere l3 ver3 espert3, l3 più adatt3 a riconoscere il suono di uno sparo proveniente da un’arma da fuoco.

È ora che, ancora una volta, ci corre in aiuto l’esperienza estetica, che prova, e spesso riesce a colmare quelle lacune che riscontriamo nel comprendere la realtà, soprattutto quella a noi3 lontana, in quanto siamo europe3 e per questo privilegiat3. Anche in questo caso Abu Hamdan, con il suo lavoro, ci porta a ragionare sulle diverse condizioni del suono, e sul rapporto che intercorre tra rumore e silenzio.

Israele West Bank barrier, Palestine, 2011. Muro Israele in Bethlehem, West Bank.License Creative Commons

Prima di tutto, questo finto processo ci permette di avanzare un’analisi della nostra contemporaneità, appunto priva di silenzio: siamo sempre circondat3 da così tante notizie, il silenzio non fa più parte del nostro modo di percepire la realtà, che viene sempre, e fin troppo, spiegata, anche erroneamente.

Inoltre, Rubber Coated Steel ragiona su quanto sia necessario restare in silenzio davanti alle storie altrui: in un’intervista egli invita apertamente il suo pubblico ad ascoltare in silenzio le storie d3 altr3, quelle che noi non viviamo tutti i giorni e che non potremmo mai conoscere e capire limitandoci a guardare i titoli dei notiziari. Noi potremmo parlare e riflettere su questo caso o, più in generale, sulla problematica tra Palestina e Israele per ore, ma solo ascoltando chi la vive tutti i giorni, solo esperendo davvero quella vita potremmo conoscere le diverse sfaccettature della questione, e magari intendere cosa significa vivere le conseguenze dell’occupazione su base quotidiana.

A tal proposito vorremmo proporre un’ulteriore riflessione rispetto al binomio silenzio-rumore prodotto da armi da fuoco.

Dall’inizio di maggio di quest’anno, sono iniziate proteste per lo sfratto pianificato di diverse famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme. Le proteste si sono propagate presto in tutto il Medio Oriente e in Europa, e si sono intensificate una volta che le forze di sicurezza israeliane sono entrate nella spianata della moschea di Al-Aqsa, causando scontri e numerosi feriti7. Nei giorni successivi abbiamo assistito a una pioggia di razzi provenire sia dalla striscia di Gaza sia da Israele e portare alla morte di più di 200 palestinesi a Gaza e di una dozzina di Israeliani8. Il dibattito si è infiammato anche in Italia, dove si è tornati a parlare della storia d’Israele e della Palestina fino a che le due parti non hanno raggiunto una tregua.

Strip Gaza Palestine, Max Pixel. License Creative Commons

Tuttavia, non appena queste hanno cessato di “fare rumore”, i giornali hanno, allo stesso modo, smesso di descrivere la situazione emergenziale in Palestina. Gli sfratti a Gerusalemme continuano, i coloni israeliani non hanno smesso di costruire insediamenti sulla terra palestinese, ai milioni di rifugiati palestinesi non sta venendo garantito il diritto di tornare; in poche parole, l’occupazione continua anche quando non è sulle prime pagine dei giornali. Non appena il cielo si è liberato dai razzi, le notizie e i giornali si sono messi a tacere da soli.

Se, da una parte, siamo completamente d’accordo con la prospettiva dell’artista Lawrence Abu Hamdan di restare in silenzio davanti al dolore e alle esperienze violente d3 altr3, con l’idea di ascoltare le storie altrui, e di mostrare rispetto davanti a queste narrazioni; siamo però convinte che di problematiche e questioni come quella che intercorre tra Palestina e Israele non se ne parli abbastanza né abbastanza approfonditamente. Dal modo in cui il giornalismo mainstream ha trattato i fatti di maggio, abbiamo notato come ci sia una tendenza a sorvolare sulle cause alla radice degli scontri e una grande fatica per dare un resoconto il più imparziale possibile. Non conoscendo i presupposti o le dinamiche politiche e legali della situazione odierna, se ne parla solo quando nel cielo c’è tanto rumore.

Franja de Gaza, Palestina, 25 settembre. Fotografia di Luis Astudillo C. / Andes. License Creative Commons

Per riempire questo vuoto, proponiamo allora una serie di link utili per educarsi e aiutare a educare tutti i giorni, anche quelli in cui a noi non arriva il rumore della violenza:

  • Giornalista e scrittrice italiana Randa Ghazy, che su Instagram (https://www.instagram.com/randa_ghazy/) ha pubblicato numerosi video spiegando la situazione a Gaza.
  • Principale giornale israeliano, accessibile anche online in inglese: Haaretz, https://www.haaretz.com
  • Institute for Middle East Understanding: https://imeu.org/
  • Pagina Instagram che pubblica giornalmente foto e video dalla Palestina e Israele: https://www.instagram.com/eye.on.palestine/
  • Un video molto chiaro e conciso sulla storia del conflitto: https://www.youtube.com/watch?v=iRYZjOuUnlU
  • Pagina Instagram dei Giovani Palestinesi d’Italia: https://www.instagram.com/giovanipalestinesi.it/
  • Jewish Voice for Peace, gruppo di ebrei che informano e lottano per la giustizia in Palestina: https://www.instagram.com/jewishvoiceforpeace/
  • B’Tselem, “The Israeli Centre for Human Rights in the Occupied Territories” ONG che pubblica report sui diritti umani molto precisi e trasparenti: https://www.btselem.org/

1 https://www.youtube.com/watch?v=lFIvUV5vmMU, consultato il 2 giugno 2021.
2 https://stories.dci-palestine.org/beitunia-boys/#1, consultato il 4 giugno 2021
3 Noi bianchi, europei e privilegiati. Un noi che non vuole creare differenza con un loro, ma vuole, al contrario, poter specificare che chi parla avanza pensieri da una posizione privilegiata.

 

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