Il silenzio di una prigione siriana – l’arte a servizio dei diritti umani con Lawrence Abu Hamdan

Categoria Scossa
Il silenzio di una prigione siriana – l’arte a servizio dei diritti umani con Lawrence Abu Hamdan

Lawrence Abu Hamdan, reincarnato nel 1985 ad Amman1, è un artista che lavora con il suono e le sue implicazioni politiche. La sua ricerca riflette sull’impossibilità di contenere e isolare le onde sonore, che lui considera come parte integrante del “disordine del mondo”, inseparabili dalla vista. Non è dunque solo l’interesse per il suono in sé a stare al centro del suo lavoro, ma principalmente la sua caratteristica di fluidità e la capacità di uscire dagli schemi.

In particolare, il lavoro che nel 2019 lo ha portato a vincere il Turner Prize presenta un’interessante indagine sulla percezione umana dei rumori, di cui Abu Hamdan intende studiare i risvolti legali connessi a una precisa situazione sociopolitica2. Dal 2016 l’artista inizia infatti una collaborazione con ex-detenuti3 del carcere siriano di Saydnaya, fortezza situata a nord di Damasco, e con Forensic Architecture, un’agenzia di ricerca con sede presso la Goldsmith University di Londra, che lavora e investiga su casi di violazioni dei diritti umani4.

Carcere siriano di Saydnaya, fortezza situata a nord di Damasco. Immagine da Google Maps

Tramite una ricerca sui ricordi, in particolare quelli acustici, e le testimonianze di ex-carcerati coinvolti, l’artista ha elaborato un articolato progetto che tenta di raccontare, attraverso un linguaggio artistico, ciò che accade dentro le mura della prigione siriana.

Già nota per l’uso di torture da prima dell’inizio delle sollevazioni anti-regime del 2011, negli ultimi anni Saydnaya ha inghiottito sia i civili coinvolti nelle dimostrazioni di protesta alle autorità, che personale militare sospettato di opposizione al regime. Dal rapporto stilato da Amnesty International nel 20165, emerge inoltre che i detenuti venivano trasferiti nella struttura anche dopo processi palesemente privi di imparzialità, e talvolta senza nemmeno avere accuse a proprio carico. Tutti gli intervistati da Amnesty hanno riportato sistematici pestaggi e condizioni di detenzione disumane, che portavano ogni giorno a numerose morti. Secondo il rapporto risulta che a Saydnaya nessuno veniva interrogato e nessuno aveva la possibilità di ricevere supporto legale; le torture non venivano inflitte per estorcere informazioni, ma per degradare, umiliare e punire. Infine, mentre pochissimi avevano la possibilità di ricevere visite, che in ogni caso erano seguite da pestaggi ancora più violenti, le famiglie della maggior parte dei prigionieri ricevevano notifiche della morte dei propri cari anche quando questi erano ancora in vita, reclusi a Saydnaya.

Dal racconto dei sopravvissuti veniamo a sapere che tra le varie regole del carcere c’è l’obbligo di mantenere assoluto silenzio, portando i detenuti a comunicare sussurrando e a un volume sempre più basso. Chi veniva sentito emettere qualsiasi suono, infatti, incluse le urla durante le torture, veniva pestato ulteriormente dalle guardie. Inaccessibile a giornalisti e organizzazioni di monitoraggio indipendenti, di Saydnaya non esistono immagini recenti e tutto quello che possiamo sapere sulla struttura ci viene raccontato da chi ha potuto uscirne. Perfino questi, tuttavia, non hanno un’idea sull’estensione effettiva di celle e corridoi, in quanto entrando e uscendo dalla struttura venivano sempre bendati, e durante i trasferimenti interni venivano fatti spostare camminando in fila uno dietro l’altro, mentre venivano colpiti dalle guardie con dei bastoni.

Per tutte queste ragioni, il lavoro di Abu Hamdan risulta di grande impatto. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio prettamente artistico, egli vuole mappare, con l’aiuto degli effetti acustici, un’esperienza che nemmeno chi ha vissuto in prima persona è in grado di riportare a parole.

Quello che è nato da questa ricerca è Earwitness Theatre, un progetto diviso in tre parti distinte, tutte legate in vario modo alle esperienze della prigione siriana.  La prima di queste6 è The missing 19 decibels7, un’installazione luminosa e sonora che riproduce il volume a cui i carcerati erano costretti a sussurrare. Dall’analisi acustica condotta dall’artista, presente sullo schermo dell’installazione, emerge pertanto che il volume delle brevi e rare conversazioni che avvenivano sovversivamente all’interno delle celle si riduce di 19 decibel a partire dal 2011 – anno di inizio delle proteste anti-regime. L’inasprimento delle repressioni governative di tutto il Paese si riflette dunque dentro Saydnaya, che diventa testimonianza esemplare del tentativo del regime di mettere a tacere il popolo siriano. Ne consegue che l’opera, di natura sonora, risulta silenziosa: chi visita l’installazione non è in grado di sentire nulla ed è lasciato a riflettere sulle brutali condizioni di detenzione in Siria. Malgrado ciò, va ricordato che i prigionieri di Saydnaya non hanno mai smesso di comunicare tra loro, nonostante le torture, le regole imposte con la violenza e l’impossibilità di fuggire.

Lawrence Abu Hamdan, Venice Biennale, 2019. Fotografia di Sam Saunders. Licenza Creative Commons

La seconda parte del progetto si divide nei due lavori Earwitness Inventory e After SFX8. Earwitness Inventory è una libreria in cui sono esposti 95 oggetti, realizzati su misura dall’artista, in grado di riprodurre gli effetti acustici descritti dai collaboratori. Troviamo chiavistelli, tazzine, libri, e molti altri oggetti di uso quotidiano, tutti esposti per invitare a ragionare sul nostro modo, spesso approssimativo, di raccontare i suoni. After SFX, invece, è la registrazione delle percussioni prodotte dagli stessi arnesi della libreria. Si tratta dunque di un audio che non concede la visione del momento in cui questi, scossi, sbattuti o toccati, producono una simile cacofonia. Precisamente come avviene all’interno della prigione, l’artista ci sottopone a una serie di stimoli sonori che difficilmente distinguiamo, e che dobbiamo per forza elaborare con la mente, ma anche con la fantasia. “Sembrava come se qualcuno stesse demolendo un muro9, è come Jamal, ex-detenuto, racconta la percezione del rumore delle guardie che picchiavano gli altri prigionieri. Nel suo ricordo il sentire le torture dei compagni ha preso la forma di una demolizione e nella sua esperienza questi due elementi sono ormai inscindibili. Come spiega egli stesso, la ricerca di Abu Hamdan è ispirata esattamente dalla mancanza di un linguaggio preciso e adatto a descrivere determinati suoni, la quale ci conduce a ricorrere a metafore o similitudini con oggetti conosciuti: carenza che qui viene risolta tramite un’espressione artistica.

La forma dell’edificio di Saydnaya è inoltre concepita per far riecheggiare ogni movimento d’aria dalle celle alla torre centrale, e da qui alle tre ali. Per questo motivo i detenuti sono costantemente obbligati a sentire tutto quello che avviene nella prigione, senza riuscire a distinguere la reale provenienza di questi stimoli acustici. Tra le testimonianze raccolte, ad esempio, vi è chi non era in grado di distinguere se il rumore provenisse dai piani superiori o da quelli interrati, perché un suono, ovunque generato, fa vibrare allo stesso modo le mura dell’intera struttura, venendo al contempo amplificato.

Infine, l’ultimo lavoro della serie è Wall Unwalled10, un video di 20 minuti11 che mostra la ricostruzione di una serie di casi legali in cui la presenza del suono e della sua percezione attraverso i muri sono stati determinanti. La proiezione si divide tra performance che rievocano i casi e un monologo accompagnato da alcuni effetti sonori riprodotti da un trio musicale a seconda di come i testimoni avevo descritto i loro ricordi.

L’artista ci invita a concepire una riflessione sulla struttura fisica del muro: solido ma permeabile, capacità che a Saydnaya viene adottata come strumento di supplizio, costituendo quella che possiamo definire a tutti gli effetti una tortura del suono.

Lawrence Abu Hamdan si propone dunque di mostrare come le parole dei sopravvissuti a Saydnaya siano rilevanti per la nostra esperienza quotidiana, “Penso che l’arte dia la possibilità di dire una verità12, sostiene. Il suo obiettivo non è solo di raccontare una porzione di realtà attraverso la sua ricerca, ma anche di spingere i confini di ciò che costituisce una testimonianza. Il suono viene allora adottato come forma d’arte, ma anche e soprattutto in quanto strumento che consente la costruzione e la rievocazione di un racconto veritiero delle violazioni di diritti umani perpetrate entro le mura della prigione siriana.

Dove le parole falliscono nel descrivere il trauma della detenzione e delle violenze, il suono arriva a colmare queste stesse lacune grazie all’adozione di un linguaggio di natura prettamente estetica.

1 http://lawrenceabuhamdan.com/info, consultato il 4 giugno 2021.
2 https://www.youtube.com/watch?v=7kyPULtsC6c, consultato il 2 giugno 2021.
3 In questo articolo non verrà adottato l’uso della vocale schwa in quanto dal rapporto di Amnesty International, qui citato e adottato come fonte principale per le informazioni riportate rispetto il carcere di Saydnaya, risulta che i detenuti sopravvissuti, usciti dalla prigione e successivamente intervistati fossero esclusivamente di sesso maschile, e dei quali non viene mai specificata la sessualità. Riteniamo dunque che se la ONG in questione avesse rilevato tra gli stessi la presenza anche solo di una persona che non si riconosceva nel sesso di nascita lo avrebbe certamente specificato.
4 https://forensic-architecture.org/about/agency, consultato il 5 giugno 2021.
5 Amnesty International, “It breaks the human” Torture, Disease and Death in Syria’s Prisons (2016), 49.
6 Opera inizialmente commissionata dalla tredicesima biennale di Sharjah, Emirati Arabi Uniti
7 http://lawrenceabuhamdan.com/sayadna/, consultato il 13 giugno 2021.
8 http://lawrenceabuhamdan.com/#/earwitness/, consultato il 13 giugno 2021.
9 https://www.youtube.com/watch?v=RY4jU85o8pE, consultato l’8 giugno 2021.
10 http://lawrenceabuhamdan.com/#/walled-unwalled/, consultato il 13 giugno 2021.
11 https://www.youtube.com/watch?v=RY4jU85o8pE, consultato l’8 giugno 2021.
12 https://www.youtube.com/watch?v=7kyPULtsC6c, consultato il 2 giugno 2021.

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