La scala

Cover Marta Galbusera

Avrei voluto scrivere su pagine di un quaderno che adesso non trovo solo per sentirmi più accolta e più protetta. Invece sono qui, davanti a un foglio bianco, intonso, che mette soggezione facendomi vacillare sulle capacità della mia scrittura. Ma non mi importa. Continuo a rimanere seduta, a guardare questo foglio perdere la sua vertiginosa purezza. Infondo, sono qui perché sento il bisogno di scrivere e il brivido del precipizio che arriva, credo sia un buon segno. D’altronde, quando ci si espone, si mette sempre a rischio qualche cosa.

Oggi, con questi segni lasciati sul foglio, voglio dimostrarmi che anche io nella mia vita vissuta finora, se non sono riuscita a produrre qualcosa di bello, almeno l’ho incontrato.

Fin da bambina ho amato guardare tutto ciò che era delicato: la calligrafia di mia madre, il profilarsi dell’ombra di una donna sulla collina davanti casa; i gigli rosa, avvolti nel giornale che ogni sabato primaverile, dopo lavoro, mio padre portava a casa regalandoli a mia madre. Lei, la ricordo tutta intenta ad accorciare il gambo di questi fiori. Prima liberandoli dalla carta, poi raccogliendoli con la mano destra per adagiarli delicatamente sul bancone della cucina tenendoli fermi, uniti – quasi volessero divincolarsi per l’immanente amputazione – e infine, la ricordo tagliargli il gambo con il coltello da pane, scusandosi intanto con essi.

Ricordo il filo d’oro e la medaglia miracolosa sul petto di mio padre tra la pelle abbronzata e il salino del mare, il tutto ad incorniciare una madonnina con piccole mani giunte come quelle di mia sorella. Ricordo le mani grandi di mio padre capaci di carezze delicate, la sua pelle appena rasata e il mio volto da bambina appoggiarsi sulle sue guance.

Ricordo il profumo di mia madre e la nenia che intonava per farmi addormentare. Sentivo il suo petto trasformarsi in una cassa di risonanza. Mi piaceva appoggiarci il volto e sentirmi solleticare dalle vibrazioni emesse da quella ninna nanna che tanto mi faceva addormentare.
Poi crescendo, alcune di queste immagini venivano colmate da nuove sensazioni.

Una mattina, mentre scendevo l’ultima rampa di scale del condominio per andare a scuola, sentivo i miei piedi avvertire il vuoto ad ogni gradino. Ero stordita da quel senso di vertigine che mai avevo sentito prima di allora. Credevo che le scale si stessero sbriciolando perché dovevo essere inghiottita dalla Terra. Avvertivo che ogni passo era contemporaneamente il primo e l’ultimo. Avvolta dalla luce bronzea consumata nel riflesso di quelle scale, tutto questo mi permise di capire che un giorno non avrei più potuto scendere quelle scale. In quella circostanza, capii che un giorno, non avrei più potuto vedere la bella calligrafia di mia madre o l’ombra della donna sulla collina davanti casa. Quel vuoto che avevo avvertito mi fece capire che un giorno, non avrei più potuto ricordare i gigli rosa avvolti nel giornale e i gambi di quei fiori recisi con rimorso dal coltello del pane. Quelle vertigini mi stavano dicendo che ciò che ricordavo della medaglietta d’oro che vedevo sul petto di mio padre, le sue carezze, la sua pelle, le mani di mia sorella o la ninna nanna di mia madre, tutto questo, tutti questi ricordi, tutte queste immagini, un giorno, non ci sarebbero più state. Nulla di tutto questo sarebbe sopravvissuto. Quella mattina scendendo le scale, avevo la certezza di aver avuto un incontro con la Signora Morte.

Non mi sentii triste e nemmeno spaventata: tutt’altro. Sentivo piuttosto una gioia scalpitante. Avevo trovato una profonda ragione al perché del persistere di tutte quelle immagini, al perché quelle immagini continuavano a non essermi indifferenti.
Quella mattina, grazie a quella rampa di scale avvolta in quella luce, le immagini che avevano fatto breccia nella la mia infanzia rendendosi indelebili, adesso cominciavano ad avere una ragione profonda per resistere. Senza neanche essere in grado di formulare questo pensiero, avevo capito che quelle immagini che ricordavo con estrema nitidezza resistevano perché erano come quei gradini che scendevo; erano contemporaneamente le prime e le ultime avvolte in uno spazio fuori dal tempo. Grazie alla Signora Morte, sentivo che quelle immagini erano sciarade, immagini fatte per ingannare il tempo.

[…] Sciarade infinite, Infiniti enigmi, […]1

 

 

1 Alda Merini, L’ora più solare per me, da “La volpe e il sipario”

 

Marta Galbusera, La scala, 2020. Stampa ink jet su carta cotonata, 36 x 24 cm. Courtesy l’artista

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