Scrive

Domenico Liguigli

Si racconta il tempo di uno sguardo in cammino, un errare solitario dello sguardo per strade deserte e silenziose, nell’oscura profondità della notte.

Senza sapere affatto quale potesse essere la direzione del suo errare, gli scopi della sua volontà, lo sguardo si posava qua e là sulle cose del mondo, le accarezzava da lontano, unici oggetti del desiderio amoroso.

Qualcosa si rivela.

La vita del mondo, stimolata da un atto di disinteressata seduzione, decise di svelare le sue abissali profondità, ciò che infinitamente ritorna muovendosi nell’ombra, tra le pieghe del qui e ora, o sepolto negli eccessi di luce.

Datasi la prima rivelazione, a partire da quelle prime visioni sensuali e tenebrose, lo sguardo si porrà alla costante ricerca tra le cose del mondo, nella vita del mondo, della visione perduta del senzatempo.

Salvo che, allo sguardo, il senzatempo non si dà mai a vedere una volta per tutte e nella sua chiara interezza, piuttosto appare e scompare, alcune volte stazionando sulla soglia del nostro tempo con solo alcuni tratti nella luce dell’essere, e in ogni sua apparizione si dà a vedere sotto vesti diverse, pur sempre sensuali, scegliendo di volta in volta nell’infinita varietà e accidentalità del mondo.

Nella storia dello sguardo, il senzatempo è ogni volta da ri(n)tracciare, nelle forme della vita del mondo, con ogni forma di scrittura di mondo.

All’interno di questa storia di ricerca e desiderio, lo sguardo viene colpito dalle forme di luce e fuoco riflesse dalle cose del mondo, risultando, per contatto imprimente, altrettante scritture e figure di mondo, fotografie accompagnate, seguite e spesso subissate da diverse altre grafie, alcune volte più alfabetiche, altre volte più ideografiche e pittografiche: rappresentazione plastica del tentativo reiterato, perché destinato all’errare, attraverso nuove e diverse forme di scrittura, di portare alla visione il senzatempo.

In fondo, la piccola storia di questo sguardo si ricongiunge alla storia millenaria e infinita di reiterazione del gesto di scrittura che cerca di ri(n)tracciare “ciò di cui non c’è ricordo possibile, ma solo infinita e cieca rammemorazione”, in cui ogni scrittura, ogni immagine di mondo, risulta parziale, via, nient’altro che via, verso un’ulteriore immagine.

La reiterazione infinita del gesto crea una stratificazione temporale di scritture, una temporalità verticale data dal sovrapporsi di forme di scrittura, in cui nessuna scrittura mai può venire annullata, definitivamente cancellata, ma semplicemente sovrascritta, più o meno velata a seconda delle forme di scrittura e della quantità di scritture che la succedono.

Temporalità verticale: tutto il tempo a picco nel medesimo istante.

Non sarà forse, e proprio, nella visione di sovrapposizione non perfettamente coincidente delle forme di scrittura di mondo, in cui la temporalità verticale si fa profondità prospettica, in cui ogni forma di scrittura modifica la percezione di quella precedente e di quella successiva, in cui ogni forma di scrittura non è altro che traccia di cenere da seguire per il ritrovamento di un’ulteriore traccia, in un rimando infinito di traccia in traccia, in cui ogni traccia di scrittura non è altro che ciò che resta del fuoco della visione, che si lascia scorgere il senzatempo?

Domenico Liguigli, dalla serie Scrivere il senzatempo n.2, 2020. Stampa inkjet su carta cotonata e tecnica mista su tavola, 50 x 34 cm. Courtesy l’artista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Seguici su IG / FB

Menu
Copy link
Powered by Social Snap