When diplomacy meets art / Intervista a Anastasia Lemberg-Lvova

Categoria Stretching

ANASTASIA LEMBERG-LVOVA è un’artista russa di origini ed estone di adozione. Ha studiato disegno all’Accademia di Belle Arti di Liège, Belgio, ed ha conseguito un Bachelor in Belle Arti all’Università di Tartu, Estonia. Dipinge molto, e negli anni ha avuto l’occasione di applicare la sua pratica pittorica nel sociale, sperimentando con progetti performativi e opere partecipative in diversi paesi europei. Nonostante ne accusi una certa pressione, non sconosciuta ai creativi che lavorano similmente, le piace guidare l’organizzazione di eventi che portino al raccoglimento giovanile in particolare, creando occasioni per aprire dibattiti sull’identità e il senso di appartenenza.

Anastasia Lemberg Lvova, Open Studio at Kogo Gallery. Courtesy l’artista

Anastasia: Le intenzioni sono le più varie, ma di solito è dagli occhi che tutto prende vita. La maggior parte di loro sono persone che conosco, ma ognuno di loro è lì per un motivo preciso. Per esempio, una delle mie prime serie era dedicata a come solitamente preferiamo mostrare un certo tipo di personaggio al mondo esterno – di successo, sereno, che ha la sua vita in mano. Ma dentro di sé ognuno reprime panico, rabbia, tutta una serie di sentimenti che non è considerato “accettabile” mettere a nudo nella nostra società. Così ho fatto due dipinti che mostrano sia il guscio visibile fuori, che quello che esiste nell’intimità. Per questo, ho dovuto cercare un modello che sapesse essere particolarmente espressivo con il volto, e lo trovai in un caro amico che al tempo studiava per diventare attore e regista di teatro: venne nel mio studio, e gli chiesi di mostrarmi diversi tipi di emozioni. L’intera atmosfera dei dipinti si materializzò partendo da quelle emozioni. Un’altra serie parlava di come la malattia porta alla cosciente esperienza del corpo. Se le nostre orecchie stanno bene, non ci rendiamo neanche conto di averle; è quando smettono di funzionare che ci viene da dire “Ah! Ho delle orecchie!”. Chiedevo alle persone di pensare all’ultima volta che hanno sperimentato qualcosa di storto nel loro corpo e mettersi quindi nella posizione che gli veniva più spontanea al solo pensiero. A volte si tratta davvero solo di una persona con la sua esperienza. Al momento sto lavorando ad una serie che tratta di malattie mentali, di come le persone affette le hanno affrontate, e da dove provenivano. Parlo con persone che conosco perché ho bisogno dei loro racconti più sinceri.

Sara: Quali sono gli strumenti per le tue opere?
A.: Penso che sviluppare un proprio assortimento di strumenti lungo la strada della propria pratica artistica sia un buon approccio. Arrivo da un’esperienza molto classica della pittura: il mio Bachelor in Estonia era fatto di quattro giorni la settimana di pittura, tutto il giorno. In parallelo, avevo iniziato a partecipare agli eventi del Parlamento Europeo dei Giovani, dei momenti di impegno civile giovanile che però era arricchito da un ampio lato creativo. Inizialmente mi sentivo un po’ confusa sul tipo di approccio che volevo avere, perché alcune persone mi mettevano sotto pressione con l’idea che dovessi scegliere ad esempio di lavorare alla mia pittura e ad un’estetica particolare oppure di entrare in politica e basta, senza mischiare le cose. Ci ho provato per un po’, ma devo dire che non faceva e non fa per me. Ho deciso di dire: “No, gente. Non voglio starvi a sentire. Andate via. Farò quello che desidero.” A proposito di ciò, ho un aneddoto da una mia esperienza in Olanda: dopo aver fatto uno stage lì, ho avuto l’occasione di parlare con una personalità importante nella realtà artistica della città di Amsterdam. Spiegavo il fatto che amo organizzare eventi, mi piace far succedere cose, parlare di strategie per mettere assieme diverse piattaforme facendole interagire tra loro, e di quanto allo stesso tempo fossi molto interessata all’estetica delle cose, il bello, di quanto amassi semplicemente dipingere, la forma, sperimentare con il trasmettere l’umanità sulla tela – e che desideravo fortemente perseguire questi miei interessi. Questa persona che mi stava intervistando quindi mi disse: “Sembra proprio che tu non abbia ancora capito esattamente cos’è che vuoi fare. Beh, magari quando lo scoprirai ne potremo parlare nuovamente.”.

Anastasia Lemberg Lvova, Dark. Oil on canvas, 120 x 120 cm. Courtesy l’artista

S.: Proprio come me e come il mio primo Stretching, il designer Diego Faivre, anche tu hai fatto esperienza in Olanda! Sono curiosa di sapere come hai vissuto tu i tuoi progetti lì.
A.: L’Olanda mi piace. Quando vivevo e studiavo in Belgio – vicinissima al confine – andavo in Olanda per rilassarmi, fare vacanza. In quel periodo ho maturato un’affetto particolare per certi posti. Poi più avanti durante i miei studi in Estonia ho fatto due stage alla Mediamatic Gallery di Amsterdam, che oggi è molto diversa da allora. Stanno in un altro spazio, sono cambiate le scelte artistiche… Ma quando recentemente sono andata a visitarla ho notato con piacevole sorpresa che hanno conservato e tenuto in esposizione alcuni lavori di quello stage del 2014! La seconda volta ci sono andata per una campagna di beneficenza, nel 2017. In quel periodo avevo iniziato a studiare alla DAE (Accademia del Design di Eindhoven), ma non ho mai finito quel master, siccome ho dovuto traslocare a Mosca per questioni famigliari. Comunque il breve tempo che ho trascorso in Olanda mi ha dato grandi benefici sin dalla prima esperienza. Beh, ci sono delle cose che funzionano bene, e delle cose funzionano un po’ meno, ma in poco tempo ho imparato dei modi di fare molto interessanti. L’approccio diretto che hanno gli olandesi per esempio, di stampo prettamente nordico, mi piaceva particolarmente: già nella lingua francese ad esempio si usa molto girare attorno alle cose per non doverle dire ad alta voce, ma gli olandesi, bam!, sparano diretti e si sentono a posto.

Don’t Avoid What Is Easy – diplomacy meets art (Non evitare ciò che è facile – La diplomazia incontra l’arte) è una mostra risultata da 2 anni di ricerca per l’artista Anastasia Lemberg-Lvova. Basata sull’idea che dovremmo sentirci più sicuri di esprimere le nostre opinioni sul nostro pubblico dintorni, lavora con il contributo di oltre 100 partecipanti provenienti da 24 paesi europei. Utilizza elementi di social design, colori vivaci e attività partecipative per coinvolgere il pubblico in una riflessione sulle potenzialità e il valore delle persone. Le sue opere principali in mostra sono sette straordinari ritratti a olio di selezionati intervistati che hanno risposto ai suggerimenti del suo mazzo di carte Oblique Strategies [“Strategie oblique”, le famosissime carte anti-blocco creativo create da Brian Eno e Peter Shmidt nel 1975]. Dipingendo i suoi intervistati, Lemberg-Lvova lavora con l’idea di dare voce a coloro che incontra lungo il percorso, attraverso l’arte e le rappresentazioni. Questi dipinti sono anche abbinati a un pezzo da parete interattivo e alle carte Harbour for Cultures Yerevan [il risultato del contributo di Anastasia al progetto Harbour for Cultures avviato da Trieste Contemporanea in Italia nel 2018], progettato per stimolare ulteriori conversazioni tra i visitatori della galleria“. Estratto dalla dichiarazione curatoriale di Tiiu Meiner nel sito web di Anastasia. Lo stesso lavoro partecipativo è stato proposto all’89a sessione internazionale del Parlamento europeo della gioventù (EYP) che si è svolta dal 9 al 17 marzo 2019 a Yerevan (capitale dell’Armenia). La sessione ha riunito 300 partecipanti da 40 paesi in tutta Europa per discutere e discutere questioni rilevanti in Europa e oltre.

Anastasia Lemberg Lvova, Don’t avoid what is easy exhibition opening. Courtesy l’artista

A.: Le premesse erano esattamente le stesse. Chiesi a ciascuno di loro di scrivere un desiderio per l’Europa, la nostra casa – sono convinta che abbiamo tutti il diritto di esprimere dei desideri quando si tratta della nostra casa. Nonostante il flusso costante di “uno da solo non può fare granché; esistono grosse strutture che sono fatte apposta per risolvere certi problemi; non serve a nulla provarci” (perché effettivamente è raro che accada qualcosa di consistente), devo dire che in entrambi i contesti, un bar in Estonia e un contesto più “ufficiale” in Armenia, ho avvertito un’atmosfera dove non esistevano aspettative di uno specifico comportamento o modo di porsi. Si è manifestato tutto in modo veramente libero.

S.: Ti succede di percepire che la tua pittura risenta, nel bene o nel male, dell’attività mentale che richiedono i progetti di tipo partecipativo e il grande impegno organizzativo ad essi annesso?
A.: Francamente non mi sento soddisfatta appieno con la qualità di alcuni dei miei dipinti della serie più recente. La ragione è questa: ultimamente sono stata impegnata ad essere al contempo manager e pittrice, l’organizzatrice della raccolta fondi e della mia stessa mostra. Mi ha richiesto tanto tempo e tanto lavoro. Poi, a causa della pandemia, il tempo di preparazione che originariamente sarebbe dovuto essere di sei mesi, si è ridotto a due. Per un breve periodo sono stata affiancata da una squadra di quattro stagisti e un curatore dalla DAE, ma si tratta in questi casi di strutture del mondo dell’arte che ti lasciano sola a provvedere ad ogni dettaglio. In quei due mesi lavoravo dal lunedì al venerdì, dalle otto del mattino fino all’ora necessaria. Non penso proprio che sarei mai riuscita ad investire il tempo che avrei voluto nella mia pittura. Lo trovo davvero un peccato, una grossa problematica nell’arte che andrebbe affrontata in qualche modo. Per me, quando mi accorgo che il mio dipinto prende vita – è il momento in cui mi dico: questo è pronto. Avanti il prossimo. Questa cosa, di sicuro, non è mai cambiata. Forse qualche preferenza nella composizione, qualcosa di nuovo che ho imparato da riferimenti che mi hanno aiutata a portare la pittura su un nuovo livello, ma il principio per cui voglio portare il dipinto in quello stato in cui lo vedo, ad un certo punto, prendere vita – e quindi mi fermo – non è cambiato.

S.: Ti è capitato di fare delle sessioni di open-studio, dove mentre dipingevi le persone potevano entrare ed uscire liberamente: possiamo dire che consideri questo momento, nel quale stai procedendo a dare vita al tuo lavoro, importante anche per il pubblico?
A.: Ho organizzato un open-studio di un mese intero, mentre preparavo le opere per la mostra Don’t Avoid What Is Easy. Mi piacerebbe riproporne altri, ma in una situazione in cui non ho scadenze, perché in quell’occasione fu molto difficile. Sei un visitatore, entri nello studio e vedi dei dipinti a metà, pennelli dappertutto, schizzi appesi ai muri, note abbandonate qua e là, e non ci capisci nulla. Ho passato dieci, quindici minuti per ogni manciata di visitatori a spiegare cosa stesse succedendo accompagnandoli nell’area che avevo predisposto per sedersi, dove si trovavano anche dei fogli con un testo da leggere per comprendere più a fondo il progetto. Mi è piaciuto molto parlare con i bambini, sentire cosa capivano loro. I turisti erano la tipologia di visitatore che rimaneva più affascinata in generale, stavano lì con me a lungo per conversare. Ciò che richiede tutto questo, però, è una pace mentale che in quel momento non avevo, siccome sentivo la pressione delle scadenze. Direi che non è un segreto che il mondo dell’arte sia visto come elitario, un cerchio chiuso nel quale “una persona normale” non sarebbe in grado di comprendere molto, e per la quale non varrebbe la pena passare del tempo a provarci. Per questo sono convinta che conversare con qualcuno che sta lavorando alla propria opera cercando di capire da dove scaturisce tutto, cercando di essere aperti ed educati, rispettosi, sia importante tanto quanto andare a vedere l’opera finita in esposizione. Questo per cercare di rompere quella divisione che esiste tra il mondo dell’arte e l’osservatore.

Anastasia Lemberg Lvova, Come here. oil on canvas, 145 x 145 cm. Courtesy l’artista, Private Collection

S.: Raccontaci del tuo studio. Dov’è che lavori oggi, che aspetto ha questo luogo, e qual è il rapporto che nutri con esso?
A.: Siccome ho viaggiato molto ed ho traslocato spesso, la situazione studio non è mai stata semplicissima. Ora ho accesso ad uno spazio atelier in Estonia, ma non sono lì e non ci vado da alcuni mesi ormai, e dunque sono ricorsa alla seguente soluzione: un appartamento va benissimo come studio! Ho il mio cavalletto, tutti i miei materiali, e mi sono circondata di tutto ciò di cui ho bisogno, così da poter raggiungere ogni cosa con facilità e lavorare. Il cavalletto è fantastico! Lo spazio è decisamente limitato, e devo stare più attenta del solito: niente più macchie di colore dappertutto. Non è proprio possibile in questo momento, ma sta funzionando. Non mi piace per niente come la gente, per qualche strano motivo, si crei dei pregiudizi quando dici che lavori nel tuo appartamento. Davvero non capisco perché questo tema venga stigmatizzato tanto. Si tratta di qualcosa che è sempre legato ad una certa praticità e ad una certa situazione economica.
In precedenza stavo in un grande appartamento con una stanza spaziosa ed una terrazza, ed erano lo spazio che usavo come studio: più che sufficiente ed estremamente confortevole. C’è stato anche un periodo molto impegnativo, pregno di scadenze, dove tutto quello che facevo era alzarmi la mattina, bere il caffè ed iniziare a lavorare: e proprio in quel periodo il mio studio era altrove, addirittura in cima a una collina. Andare a lavorare lì era diventato un allenamento fisico. Ci è voluto del tempo per abituarmi.
Personalmente trovo funzionali entrambe le opzioni per un artista che, come succede effettivamente spessissimo, si ritrova ad adattarsi a tanti ostacoli.

S.: In questi tempi di pandemia, sono nate globalmente tantissime iniziative con lo scopo di creare degli spazi per le arti (seppur momentaneamente piuttosto in forma digitale) che potessero portare aria di rinnovamento e spazzare via alcune vecchie opinioni e certi atteggiamenti decisamente arrugginiti nei loro confronti, trasformando questi momenti fermi in occasioni di brainstorming e discussione collettiva e proponendo nuove connessioni tra le varie identità che si stanno facendo avanti. In questo si inserisce anche Presa Multipla. Tu che ne pensi?
A.: Ho delle opinioni un po’ altalenanti su questo tema. Non credo abbia a che vedere col fatto che non possiamo muoverci o con il fatto che ci vengono imposte delle restrizioni, ma di sicuro si sono aperti dei nuovi atteggiamenti del tipo: “Ah! Possiamo davvero fare delle riforme! C’è la possibilità che, con un po’ di sforzo, si possa uscire con delle idee molto forti!”. Questo è un lato che apprezzo, che è stato messo in luce come conseguenza alla crisi. Resta comunque un lato pericoloso che è quello in cui la gente vede l’arte come qualcosa di ridondante. Hai sentito di quel sondaggio australiano nel quale veniva chiesto alla gente di indicare quali fossero le professioni più utili e quelle inutili? L’arte finì per ritrovarsi tra le professioni inutili; è molto facile dire, una volta entrati in un white cube che presenta un oggetto piccolino messo là così, dire: “cos’è questa roba? arrivederci.”. Non si può spingere giù l’educazione per la gola alle persone. Se questi non desiderano aprire la mente per cercare di comprendere l’idea che sta dietro ad un’opera d’arte o per curiosare nei processi in atto nella società che hanno portato quell’opera all’esistenza, se vogliono dirci che è tutta energia sprecata, allora facciamo pure più dottori e più ingegneri per costruire più fabbriche e curare il cancro! Non c’è problema. Ma poi per cos’è che curiamo il cancro? Per cos’è che vogliamo vivere? Vogliamo vivere per costruire più fabbriche che producano spazzoloni del wc? è di questo che si tratta? Per me, salvare qualcuno dalla morte, equivale a fornirgli del tempo per esplorare…

Anastasia Lemberg Lvova, Conference From the Victory Day to Corona Disarray. Courtesy l’artista

ANASTASIA LEMBERG LVOVA is a native Russian artist, Estonian by adoption. She studied drawing at the Academy of Fine Arts in Liège, Belgium, and holds a Bachelor degree in Fine Arts from the University of Tartu, Estonia. She paints a lot, and over the years she has had the opportunity to apply her pictorial practice in the social field, experimenting with performative projects and participatory works in various European countries. Although she accuses a certain pressure, not unknown to creatives who work alike, she loves taking the lead in organizing events that aim to bring together especially young people, creating opportunities to open debates on the thematics of identity and feeling of belonging.

Anastasia Lemberg Lvova, Open Studio at Kogo Gallery. Courtesy l’artista

Anastasia: There are different purposes, but the eyes are usually where it all starts becoming alive. They are mostly people that I know, but they are there for different reasons. For example one of the early series was about how we are usually very happy to portray one type of person – successful, calm, who has their shit together – to the outside world. But internally people push down anger, panic, all sorts of feelings that are not acceptable to show to society. So I did a couple of paintings depicting both the outer shell and what you can see from the inside. For that I had to find a model who would be very expressive with the face and it ended up being a very good friend of mine who was then studying to be a theater director and an actor: he came over the studio and I asked him to give me different sorts of emotions. From those emotions, the whole atmosphere in the painting came together. Another series was about how illness brings the body to existence. If everything is fine with your ear, for example, you don’t ever think about your ears, so then when they don’t function you start thinking “Oh actually I do have them”. I was asking people I knew to think back to the last instance of their body not working well and take a position that felt instinctual at the thought. Sometimes it is just some person and their experience. Now I am slowly working on a series that has to do with shame that comes with mental illness, and how people dealt with it and where it came from. I am talking to people that I know because I need their sincere honest story.

Sara: Which are the tools for your work?
A.: I think that it’s a good approach to grow your assortment of tools as you go. I have a very classical background in painting. My BA in Fine Arts was a full week of painting. At the same time I was taking part in the European Youth Parliament events, that are civic engagements for young people but there’s a very rich side of creativity that goes with everything that happens. At first I was slightly confused with the approach I wanted to take because people would like to see you in one thing and I was getting this pressure of “Choose one direction and work on either a painting, or express yourself through aesthetics or go into your politics story and don’t mix the two”. I tried to do that at first, but it’s really not what I am into. I made the decision to kinda say “No people, I don’t want to listen to you, go away. I will do my own thing.” About this topic, I have an anecdote from an episode in the Netherlands: after my first internship there, I got to talk with an important figure in the art world in Amsterdam and I was explaining  that I really enjoy organizing events, I enjoy making things happen and I enjoy thinking about strategies, putting new kinds of platforms for interaction together. And I said that I am also very interested in aesthetics, beauty, painting itself, form, playing around the humanity of a person coming through a canvas, and I would be interested in pursuing those things. This person who was interviewing me then says “It seems that you have not quite found what it is that you want to do. Once you do, maybe we will speak again.”

Anastasia Lemberg Lvova, Dark. Oil on canvas, 120 x 120 cm. Courtesy l’artista

S.: Just like me and my first Stretching, the designer Diego Faivre, you also have had some relevant experience in The Netherlands. Would be lovely to know how you enjoyed it yourself.
A.: I like the Netherlands. At first I was living in Belgium and studying there for a bit – very close to the border and I would just go to the Netherlands to chill there, and developed a fondness from that point. Then when I was studying at university in Estonia doing my BA in Fine Arts I did two internships at the Mediamatic Gallery in Amsterdam. It has changed a lot from the first time I was there in 2014 – it was a different location, with different artistic choices…Then we did a big exhibition and I saw with pleasure recently that they kept some of those 2014 works around! The second time I was there in 2017 for a fundraising. At that time I also started doing my masters at the DAE (Eindhoven Design Academy), but I had to relocate to Moscow for family reasons so I never finished that masters. The time I spent there, tho, was already very beneficial from the very beginning. Well, there are some good things, some not-so-good things, but I learnt a very interesting approach even in that short time. The straight-forward approach I really liked: for example in the French language there’s a lot of “going around things” that you don’t want to say out loud, but the Dutch would be like: bam! That’s it.

‘Don’t Avoid What is Easy – Diplomacy Meets Art’ is an exhibition that is the result of 2 years of research for artist Anastasia Lemberg-Lvova. Based on the notion that we should feel more confident to voice our opinions about our public surroundings, she works with contributions from over 100 participants from 24 European countries. She uses elements of social design, vibrant colour, and participatory activities to engage the public in a reflection on the potentiality and value of a person. Her main pieces on show are seven striking oil portraits of a select few interviewees who responded to her ‘Oblique Strategies’ deck of card prompts [the famous creative-block savior cards invented by Biran Eno and Peter Schmidt in 1975] . By painting her interviewees, Lemberg-Lvova works with the concept of giving a voice to those she meets along the way, through art and representations. These paintings are also paired with an interactive wall piece and Harbour for Cultures Yerevan cards [the result of Anastasia’s contribution to the Harbour for Cultures project initiated by Trieste Contemporanea in Italy in 2018], designed to incite further conversation amongst gallery visitors.” .Excerpt from curatorial statement by Tiiu Meiner on Anastasia’s website. The same participatory work was proposed at the 89th International Session of the European Youth Parliament (EYP) which took place 9-17 March 2019 in Yerevan (capital city of Armenia). The session gathered 300 participants from 40 countries throughout Europe to discuss and debate relevant issues in Europe and beyond.

Anastasia Lemberg Lvova, Don’t avoid what is easy exhibition opening. Courtesy l’artista

A.: The premises were absolutely the same: I was asking them to write down a wish for Europe, so our home – as we have the right to express wishes when it comes to our home – but because of this constant flow of “one person cannot do much, you have big structures that function to make those things happen, there’s no point to even wanting” (because it doesn’t happen often), in that sense both places, a cafè in Estonia and a more “official” context in Armenia, there weren’t too many expectations in the air for certain behavior.

S.: Do you feel your painting has been influenced by these participatory projects which involve a lot of mind process, organization..?
A.: To be quite frank I am not a hundred percent happy with the quality of some paintings of the last series. The reason for that is: I basically was the sole manager and the painter, the fundraiser, the organizer of my exhibition. It required a lot of time and work. Because of the pandemic especially there were dates that were not certain and out of a sudden I had two months available to prepare instead of six. I had a team of four interns and a curator from DAE working with me from a certain point, but it’s the kind of structure in the art world where basically you are on your own. For two months I worked Monday to Sunday, 8:00 am to whenever it was needed. I don’t think I was able to invest as much as I usually like to, on some pieces. I find this a shame, I find this a big issue in the art world to somehow be tackled. When the painting starts being alive to me – is when I say: this is done. To the next one. I don’t think this has ever changed, maybe some preferences in composition, some knowledge come from different sources and this has helped me take it to a new level but the principles of getting the painting to a state when to me, it is alive – and then I stop – that has not changed.

S.: You did some open studio sessions where you would be painting with visitors coming in and out of the space: looks like you consider this part, where you are giving life to the piece, also important for the public to be able to experience.
A.: I did an open studio for a month working on some pieces for the exhibition Don’t Avoid What Is Easy. I would definitely do open studios again but in a situation where I have no deadlines because that setting was so difficult. You, as a gallery goer, stepping through the door, see some unfinished painting, some brushes laying around, some sketches on the wall and some planning, and you really don’t get it. So I basically spent on average 10-15 minutes with every batch of people that were coming through the door to explain to them what was happening and direct them to the sitting area because there were some things to read, to understand the backbone of the project as well. I did really enjoy the part of talking to young kids, of what they understood of it. It was very interesting because the tourists were the most fascinated, they were really into having longer conversations. What it requires tho, is a peace of mind which I did not have, as I was feeling the pressure of the deadline. Also, I don’t think it is a secret that the art world is viewed as an elite, close circle in which “a regular person” would not be able to understand anything and not worth spending time on. So I think that having a conversation with a person that is working on their pieces and understanding where it is all coming from and having a person who is friendly and open about what they’re doing is also important. To try and break that division between the art world and a person who would see what you are creating.

Anastasia Lemberg Lvova, Come here. oil on canvas, 145 x 145 cm

S.: How does your studio look like right now?
A.: Because of moving so much It has never been easy with the studio situation. Now I have access to a studio in Estonia, but I am not there and I have not been there for three months now, so I just resorted to the solution which is: a flat is good enough to be a studio! I have my isle, I have my materials and I have surrounded myself with everything I need to be able to reach things to work with. The isle is really great! The space is quite limited and I need to be more careful then I usually am, because usually I am like: splashes of paint all over the world! Which is not really an option right now, but it functions. I don’t really like how people, for some reason, become judgemental when you tell them that your studio is in your flat. I don’t understand why there’s so much stigma about it. This is about practicality and about how much time you can save on it. Beforehand I had a big apartment and I had a whole room and a terrace for my studio. It was more than enough space and more than comfortable. I had times where I was really under a deadline, when all I did was wake up in the morning having a coffee and straight to work, and my studio was elsewhere, also a big room, but it was on top of the hill and getting there was a workout. Took time. I definitely see both options as useful for artists who, as it is, have to adapt to so many obstacles.

S.: In these times of pandemic, many initiatives have born with the purpose of giving a fresher space (mostly for now in a digital format) to the arts in a way that many old rusty preconceptions can be finally given a chance of renewal, taking this stillness as a big moment of constructive and network-based brainstorming. Presa Multipla is doing this in its own way. What is your opinion?
A.: I have a bit of a flickting opinion on this. It doesn’t really have to do with the fact that we can’t move, with the fact that there’s restrictions on, but it just opens the conversation of: “Uh, we can actually reform things! This is a possibility that if you put some effort into it you can come up with really cool ideas.”. This is a side that I like, that has been opened by this crisis. But another bit that I see as dangerous is: people see the art world as redundant. Have you heard about this Australian survey asking people which ones did they think were the most useful and the most useless professions? Well, artists ended up in the useless ones. It’s very easy, once bumping into a white cube with a small object lying in there to just say “what is this nothing-to-experience here? Goodbye.” You cannot shove education down somebody’s throat. If they don’t wanna keep an open mind to understand the idea behind some art piece or the processes in our society that have led to this art pieces to existence, if they want to say that this is a useless waste of energy, let’s make more doctors and engineers to build factories and cure cancer, sure! But then what do you wanna cure cancer for? What do you want to live for? Do you want to live for making more factories to create more toilet brushes? Is that what is all about? To me, preventing someone from dying is providing them time to explore…

Anastasia Lemberg Lvova, Conference From the Victory Day to Corona Disarray. Courtesy l’artista

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