Multi-plugging / Intervista a Diego Faivre

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Sara Ceruti

Cover Diego Faivre
Categoria Stretching

Multi-plugging / Intervista a Diego Faivre

DIEGO FAIVRE è un designer francese con diploma quadriennale di Bachelor nel dipartimento di ricerca “Man & Leisure” all’Accademia del Design (DAE) di Eindhoven, nei Paesi Bassi.
Dopo essersi diplomato nel 2018, ha deciso di rimanere a lavorare in Olanda, fortemente motivato dalle molteplici occasioni che mettono in connessione artisti e designer tra loro e con il pubblico. Un esempio, la Dutch Design Week (settimana olandese del design) ogni anno accoglie circa 80.000 visitatori che vengono ad assistere al Graduation Show (festival di diploma) della DAE, un pubblico fatto di lavoratori dell’arte ma anche amatori, in arrivo dalle grandi città ma anche dai paesi limitrofi a Eindhoven.

Working station for the pop up Minute Manufacture for the Ace Hotel Lobby. Courtesy London Design Festival

Subito incuriosite dalla grande presenza di prese multiple nelle sue opere, Francesca, Federica e Manuela mi hanno mandata in spedizione nello studio di Diego per battezzare la prima uscita di questa categoria per la prima uscita della piattaforma stessa; così molto felicemente e (quasi) letteralmente, io mi ci sono intrufolata. Eccovi la storia del mondo speciale che si è svelato dinanzi a me non appena Diego ha acceso le luci.

Diego assembla le sue opere principalmente con materiali di scarto o comunque molto semplici, che poi ricopre con la coloratissima Diego-Dough, una pasta per modellare idrorepellente che si asciuga all’aria, molto simile al famosissimo didò.

Diego: sono diversi i modi in cui opero. C’è la produzione continua, che prevede me, che vado in studio e mi dico: “Voglio fare una lampada blu”. E creo una lampada blu. E ci metto tutto il tempo che voglio. Alle volte riesco ad essere incredibilmente lento. Pezzi di questo tipo possono essere venduti al prezzo di minutaggio, ovvero per il tempo che ho impiegato a crearli (1 minuto equivale a 1 Diego Coin che a sua volta equivale a 1 euro). Oppure le persone vengono da me e mi chiedono: “Hey, vorrei un tavolo fatto in 300 minuti.” e quello che ricevono è un po’ una sorpresa. Posso sempre chiedere per esempio quale colore preferiscono, alcune persone sono davvero precise su alcuni dettagli. Ma capita anche che mi dicano: “Fammi quello che vuoi”.

Sara: Diego, il tempo appare come uno dei protagonisti del tuo lavoro. Attraverso queste istruzioni che tu comunichi al pubblico per potersi approcciare, contribuisci a valorizzare l’elemento tempo quasi al di sopra dell’opera visiva in sé – che tra l’altro si collega direttamente al mero gesto performativo della creazione dell’opera (il processo), ed infine richiama all’associazione con la produzione industriale. Qual è la natura di questi temi nella tua pratica artistica?
D.: Riguarda il modo in cui sono cresciuto. Per mio padre contare il tempo è una specie di ossessione. Quando cucina una torta prende nota che ci sono voluti venti minuti, prepara un’insalata e ce ne sono voluti dieci. Qualunque cosa, oggetto, messa lì sul tavolo insieme al suo tempo di realizzazione sono sempre stati argomento di conversazione in famiglia, all’ora di cena. Direi che qualcosa mi è cresciuto dentro nel tempo.
Più avanti, quando avevo circa vent’anni, lavoravo in una fabbrica di metalli in Francia che stava vicina al paesino dove abitavo, e lì il tempo impiegato a realizzare ogni prodotto era importantissimo. Dovevo annotare tutto, i gesti che facevo, le unità di tempo… Alla fine della giornata, o della settimana, o del mese, veniva il responsabile a controllare che io avessi lavorato sufficientemente rapidamente. Ho sempre trovato bizzarra tutta questa cosa che alcune persone realizzavano delle “lampade da 25 minuti”, le chiamo così, in 15 minuti. Tu potevi fare mediamente 50 lampade al giorno, un gran numero, ed altri ne facevano 50 in quattro ore, e poi passavano le restanti quattro ore a gingillarsi. Questa esperienza ha avuto tutto un senso più avanti nella mia vita. Me lo fece notare qualcuno. Sono una persona istintiva, e ad un certo punto è successo tutto in modo molto naturale: ho cominciato a realizzare pezzi d’arredamento nei quindici minuti di pausa, ed è così che è nato Minute Manufacturing.

Diego Faivre, German 50’s chair and double thonet stool covered in 510 minutes. Mint Gallery collection. Courtesy l’artista, Mint Gallery.

S.: Molte delle tue opere si esprimono sul confine tra arte e design, come ad esempio i pezzi d’arredo che hai creato per Mint, o il più virtuoso armadietto fatto in 3048 minuti, l’avventurosa Jungle Shelf… altri invece, come il Pop Up Minute Manufacture o l’installazione 720 Minutes of Soft Vandalism, creano piuttosto un dialogo con oggetti industriali di uso quotidiano, che si comportano quasi da ready-made. Qual è il tuo rapporto con il design?
D.: Ho sempre pensato al design come a qualcosa di davvero intrigante, con tutte quelle regole, tutti quei codici e tante cose di cui bisogna tenere conto. Mi sono divertito a trarne vantaggio, prendere alcuni dei codici e fare l’esatto opposto di quello che dicono, a volte. Il mio rapporto con il design è una specie di odio/amore. Alle volte lo adoro, alle volte voglio allontanarmene il più possibile, dipende da come mi sento. Una cosa che mi piace particolarmente è applicare il design ad altre cose e vedere che succede. Si tratta anche di mettere in dubbio quello che faccio, e vedere cosa succede appunto se mi metto a fare qualcosa di totalmente insensato; è un continuo sperimentare molto esplicito, e questo è ciò che mi piace del design, è così.

S.: Ti senti più artista o più designer?
D.: Ah, non l’ho mai capito. Penso sempre di essere troppo designer per l’arte e troppo artista per il design. Che effettivamente è un mix che mi piace, amo stare in questa specie di zona liminale. Ora sto cercando di fare questa cosa dello spostare la concentrazione: nel 2020 ero più designer, quest’anno voglio essere più artista. Penso dunque che queste definizioni possono essere ingannevoli. Insomma, deve pur esserci un altro termine. (Ride, ma neanche troppo). È buffo, tantissimi designers hanno questa confusione in testa riguardo la loro “etichetta”, riguardo a come debbano essere chiamati.
S.: Hai conosciuto qualcuno alla DAE che poi ha deciso di fare l’artista?
D.: Certamente! Un sacco di persone là dentro finiscono per fare gli artisti. C’è un grosso dibattito interno. La domanda viene posta spesso agli studenti, e a volte suona tipo: “E dunque, com’è che potresti fare l’artista in una scuola di design?”; che finisce sempre per diventare un gran caos, un sacco di litigi, ma queste sono domande importantissime su cui ragionare. Il design è una cosa nuova, che si sviluppa e si sta sviluppando molto rapidamente.

Diego Faivre, 720 minutes of Soft Vandalism performance, detail. Courtesy l’artista

S.: Quanto è importante, secondo te, l’atto di fusione tra le arti e tra pratiche creative di diversa natura che sta accadendo in questo momento?
D.: Penso sia molto importante. Questo tipo di approccio richiede collaborazione. Inoltre, ogni disciplina può essere di grande ispirazione nei dialoghi che si vengono a creare, ed è un dare-avere continuo questo aspetto collaborativo.

S.: Le tue opere sono morbide, sognanti, piene di umanità ed imperfezioni, e desiderose di essere tutt’altro che complicate, anche se indirizzano ai temi “adulti” del denaro, del tempo. Pensi che, specialmente nell’era in cui viviamo, l’essere umano manifesti sempre più il desiderio di avvicinarsi alla semplicità e all’umorismo innocente di un bambino? E quale delle parti prevale in te mentre crei?
D.: Questa è una gran bella domanda (ride). In ogni caso, è proprio vero che le persone stanno cercando di connettersi di più a questi forti aspetti dell’immaginazione, ai colori… In particolar modo a causa del sempre più incombente appiattimento estetico di ciò che ci circonda.
Mi piace pretendere trasparenza, parlare di soldi, produzione e di come stanno le cose nel mondo industriale, con la prospettiva di un bambino. Con grande giocosità. Perché indirizza al problema, e magari tu non vuoi prenderla come una critica e dunque puoi vederci dei simpatici pezzi di arredo, qualcosa di divertente e diverso da ciò che si trova nei grandi negozi. Mi godo molto questo doppio, e le persone ci leggono quello che vogliono sentire. Incuranti di ciò che scelgono, finiscono per ricevere comunque qualcosa di bello.

S.: Ti sei diplomato nei Paesi Bassi. Qual è la tua esperienza della percezione delle arti della cultura olandese, di un paese che nell’immaginario comune ha molto da dare agli artisti emergenti ed internazionali, spazi, denaro, sponsor, fondi…?
D.: Penso sia raro vivere in un paese così aperto e artisticamente coinvolto. C’è questa energia che non si può trovare da nessun’altra parte, sentirsi localmente riconosciuti e aiutati. Si trovano begli spazi dove lavorare. Gli spazi, ma poi anche tutte quelle persone così interessate al design. è molto semplice. Fossi in Francia, non avrei mai potuto fare quello che faccio così facilmente, e questa è una cosa per la quale sono molto grato. Gli olandesi sanno essere molto diretti, le dicono le cose. In Italia e in Francia la gente dice “Si vedrà”, gli olandesi dicono “no”. Ricordo un gallerista con cui parlavo, una sera, quest’uomo olandese un po’ anziano, che mi disse: “Non mi telefonare. Ti chiamo io”. Lo trovo interessante, come mi modella questa cosa, divento più diretto su ogni questione, e, certo, mi mancano molto il calore e la profondità che risuonano in certe discussioni e che talvolta qui, mancando, non permettono ai discorsi di arricchirsi come vorrei, ma sai, ogni situazione positiva porta con sé il suo lato negativo.

Diego Faivre, 475 Bars covered in 2.375 Minutes, Vienna Design Week Festival Headquarters fire escape. Courtesy l’artista.

S.: Dove e che tipo di spazio è lo studio in cui lavori al momento? Che relazione hai con esso?
D.: C’è questo edificio ad Eindhoven che ospita circa 500 creativi di diverse nazioni, e fanno tutti cose completamente diverse. Io condivido uno spazio molto grande con altri, siamo circa in dodici. è molto bello stare insieme a gente che non fa la stessa cosa che fai tu. Mi aiuta a crescere ed è fantastico ricevere input dagli altri. Penso spesso di vivere un gran lusso di vita per questo, uno studio con tutta la strumentazione, e gli amici sempre intorno. Così io so di per certo che se mi andasse di mettermi a procrastinare, lo potrei fare al cento percento. La pandemia non ha cambiato di troppo la mia vita in questo senso. Praticamente ci vivo, lì.

S.:
Ti fanno piacere le visite in studio?
D.: Un sacco di gente viene a fare visita, il più delle volte perché vogliono giocare col didò.
Quindi c’è sempre qualcuno lì con me che sta facendo cose. Magari per darmi una mano, ma anche così, per se stessi. Mi fa molto piacere avere visite in studio, perché spesso la gente vede delle cose che io non vedo, è sempre interessante, ha un grande valore. Il mio studio è disordinato, c’è didò ovunque, pezzi di pezzi di arredamento sparsi qua e là… rispecchia un po’ come sono fatto anch’io.

Diego Faivre, Junge shelf made in 436 minutes. Courtesy l’artista.

S.: Come sai, questa piattaforma si chiama Presa Multipla, l’oggetto che in inglese si traduce in Multi Plug. Ti abbiamo beccato! Tu “attacchi la presa” molto spesso nel tuo lavoro! Siamo curiosissimi di sapere cosa rappresenta questo oggetto per te.
D.:Tutto è cominciato accidentalmente con la presa multipla! Ne avevo bisogno per il mio progetto di diploma, necessitavo di elettricità, e ho pensato: “Mmh, credo che coprirò anche quella, è proprio brutta da vedere.” Già, e la gente che la vide così mi disse “Beh, è giusto. è molto bello che tu faccia così. Perché non ti metti a lavorare anche con le prolunghe? Sono proprio dei brutti oggetti effettivamente!
Forse proprio questo elemento si attiva per me come un simbolo, dove io cerco di evidenziare quelle cose che di solito vanno nascoste, o vengono ignorate. Le prese sono un prodotto “enormemente manufatto”. Le hanno tutti. Sono quasi come le sedie di plastica da giardino. Perciò ci sono nel mio lavoro, perché penso siano brutte. Sono uno che fa moltissimi incidenti quando lavora.
S.: […]Presa Multipla è uno spazio in cui gli/le artisti/e dialogano e attivano conversioni. La sua piattaforma è a loro disposizione, per essere tramite di creazione e potenziamento delle singole progettualità in una prospettiva curatoriale orizzontale. Le relazioni, le reazioni, le prospettive scaturite, sono lo scopo di quello che vuole essere un continuo circuito di idee, in modo da crearne sempre di nuove, tutt’altro che fisse, ma cangianti, discusse e discutibili. (estratto dal manifesto)
Credi in qualche modo a questo tipo di strumenti per la condivisione di questa energia invisibile, in costante trasformazione, effimera ma che è anche estremamente scorrevole e libera, che esistono negli spazi più liminali della creazione?
D.: è sempre molto bello vedere una concentrazione così nello specifico di come le cose si sviluppano, di come prendono forma, come vengono assemblate. Il fatto che non esiste solo l’oggetto, ma un’enfasi sull’idea dietro esso e tutti questi aspetti inafferrabili, è qualcosa che viene in qualche modo molto ignorata, ma che ha bisogno di essere toccata con mano e trasportata là fuori. È estremamente importante farlo nel settore creativo, anche digitalmente. Non è esattamente qualcosa che si possa trascrivere, ed è bene lavorare all’interno di questi spazi.
Mi piace molto il tentativo di creare un’esperienza salotto di casa, investigato dagli utenti e dai fondatori di Presa Multipla all’interno della stessa. La trovo un’ottima idea.

S.: Quali sono le filosofie a cui guardi più spesso? Ti piace contaminare il tuo lavoro fisico con l’astrazione dello stesso nel pensiero, nella letteratura, nella poesia…?
D.: Proprio perché sono stato formato in un dipartimento basato sulla ricerca molto approfondita, per poter spiegare quello che faccio leggo molta filosofia e sociologia. I temi affrontati in esse sono qualcosa che mi piace e che rispecchia fortemente ciò a cui lavoro. In particolare mi appassiona proprio approfondire quell’aspetto sociologico presente nelle mie opere.

Cover di Diego Faivre

English below

DIEGO FAIVRE is a French designer who studied his four years BA in The Netherlands, at the Design Academy of Eindhoven (DAE) in the research-based department of “Man & Leisure”. After graduating in 2018 decided to stay in The Netherlands to work on his practice, strongly motivated by the big variety of occasions that connect artists and designers to each other and with the public. For example, the Dutch Design Week every year collects about 80.000 visitors who come to see the Graduation Show of the DAE, a public made of both art workers and amateurs from the villages around Eindhoven.

Working station for the pop up Minute Manufacture for the Ace Hotel Lobby. Courtesy London Design Festival

Firstly intrigued by the great presence of Presa Multipla (“multi-plugs”) in his work, Francesca, Federica and Manuela sent me to his studio, so I happily and (almost) literally sneaked in: here is the story of the special world that has appeared in front of my eyes as soon as Diego switched on the lights. Diego creates his pieces with waste materials and covers them up with the colorful Diego-Dough, an air- drying modeling clay.

Diego: I have multiple ways to do it. I have the ongoing production, which sees me, going to the studio and being like: “I want to make a blue lamp.”. And I make a blue lamp. And then I just spend as much time as I want on it. Sometimes I can work incredibly slow. Pieces like this can be sold for the price of the time that it took me to make them (1 minute= 1 Diego Coin= 1 euro).
Some other times it happens that people come to me saying: “Hey, I would like a table made in 300 minutes.”. And what they get is a bit of a surprise. I can always ask for the color they prefer, as some people can be incredibly precise. But it also happens that they say: “Do me whatever.”. The surprise element is always there.

Sara: Diego, time seems to be one of the main characters in your work. Through these “instructions” you give out in order to approach your work you actually contribute to make time more important than the final look of your work – which is also strictly connected to the mere performative act of making the work (the process), and finally recalls associations with the industrial production. What is the nature of these thematics in your practice?
D.: It’s related to how I grew up. My dad is obsessed with time. As he bakes a pie, he takes into account that it was made in 20 minutes, or a salad, that it was made in 10 minutes. So any object that is present here on the table and the time taken to create it, is a concept that was always there in my life at dinner time. Something has been growing into me. Later, when I was about 20-21 years old, I worked in a metal factory in France next to my village and there, time spent making each product was one of the biggest deals. I had to write everything down, the actions, the units of time. At the end of the day a manager would come and check whether I was working fast enough. I always found it really odd, as some people could make a 25-minutes-lamp in 15 minutes. You could make 50 lamps a day and others could make 50 lamps in 4 hours and spend the next 4 hours doing nothing. This experience made sense later in my life. Somebody made me notice. I am a very instinctive person, and at a certain point it naturally happened: I started making furniture in 15 minutes during the breaks and that’s how the Minute Manufacturing came to life.

Diego Faivre, German 50’s chair and double thonet stool covered in 510 minutes. Mint Gallery collection. Courtesy l’artista, Mint Gallery.

S.: Many of your pieces talk to the very edge between art and design, for example the pieces of furniture you made for Mint, or the more virtuous cabinet made in 3048 minutes, the adventurous Jungle Shelf…others, like the Pop Up Minute Manufacture or the installation 720 Minutes of Soft Vandalism, create more a dialogue with industrially made furniture of daily use, behaving closer to ready-mades. What is your relationship with design?
D.: I always thought of design as something really interesting, with so many rules, so many codes and so many things you need to respect. I found it fun to take advantage of it, take some of the codes and do the opposite sometimes. My relation with design is a bit of a love&hate one. At times I really love it, at times I want to step away as much as possible, depending on my mood. Something I really like is applying design to other things and trying to see what happens. It’s also about questioning what I do and how it works if I try to do something that doesn’t make sense. It is an explicit ongoing experiment, and that’s what I like about design, it’s like this.

S.: Do you feel yourself more an artist or a designer?
D.: I never really knew. I always think I’m too “designy” for art school and too “artsy” for design. Which is also a mix that I really like, I love that. I love being in some kind of in-between. Now I try to do this thing where every year I change the focus: in 2020 I was more a designer and this coming year I want to be more an artist. So I think these definitions are very tricky. There should be another term. It’s funny that a lot of designers are a little bit confused about what their labels are, how they should be called.

S.: Have you met somebody at the DAE who went for art?
D.: Yeah, a lot of people there actually end up being artists. There is a big internal debate. The question is being asked frequently to the students, and it might come down to: “So, how do you wanna be an artist in a design school?”; which has always ended up being very chaotic, a lot of arguing, but these are very important questions to think about, as it evolves very quickly, design is quite of a new discipline.

Diego Faivre, 720 minutes of Soft Vandalism performance, detail. Courtesy l’artista

S.: How important is, in your opinion, the act of fusion between the arts and of creative practices of different natures that is happening right now?
D.: I think it is very important. This approach calls out to collaboration. Also every discipline can be inspiring the dialogues that are created, and give and take a lot out of these collaborative aspects.

S.: Your work is soft, dreamy, full of humanity and imperfection, and willing to be absolutely not complicated, even if it addresses “adult” thematics of money, time… Do you think that, especially in the era we are living, the human being manifests more and more the desire of getting closer to the simplicity and innocent humor of a child? And what is the prevailing part of you unleashing while creating?
D.: This is a really good question. It is true that people try to connect more to these strong imaginary aspects, tho, the colors… Especially as our surroundings are becoming more and more blunt and uniformized. I quite like asking for transparency, calling out to money, production, and the way things are within the industry, within the perspective of a child. Within big playfulness. Because it addresses the issue, and maybe you don’t want to understand it as a critique then you can take it as playful furniture, something fun and very different from what you can find in stores. I quite like this double aspect, and people take what they want to hear from it. Because regardless of what they pick, they will always get something positive.

S.: You studied for your BA degree in The Netherlands. What is your experience of the perception of the arts of the Dutch culture, of a country that in the common imagery has a lot to give to emerging and international artists, space, money, sponsors, funds…?
D.:I think it is very rare to live in a country that is so accepting and so invested in art. There’s this energy that you can’t find anywhere else, being locally recognized and helped. You can find a nice space to work in. First the space but then also all the people that are so interested in design, always very fascinated. It is very easy. If I were in France I would never be able to do what I do this easily, and this is something I am incredibly grateful for. Dutch people are very straight forward, they just say things. In Italy and in France people would say: “Oh, we will see”. The Dutch would be like: “No”. I remember once I was talking to this gallerist, this Dutch old man and he would tell me: “Don’t you call me. I call you.”. I think it is very interesting how it makes me, as a person, just more straight forward in everything, and of course I do miss the warmth and the depth that you could have through discussion and some of the ones I have here may not be as interesting as I would like them to be, but you know, every positive situation carries its negative aspects too.

Diego Faivre, 475 Bars covered in 2.375 Minutes, Vienna Design Week Festival Headquarters fire escape. Courtesy l’artista.

S.: Where and what kind of space is your studio at the moment? What is your relationship with it?
D.: There’s this studio space in the city which hosts about 500 creatives from everywhere around the world. It is a very interesting place on its own because it has a history: all the graduates from the design academy or other schools come there and work and it’s a very “maker-place”, a giant community with a great vibe. I have a studio there, it is quite big, I share it with 12 people and we help each other, we share machines… Normally we do events and parties, things like these. They come from different countries and they do completely different stuff, it is very nice not to be with people who do similar work to mine. It helps me grow and it’s great to have everybody’s input. I’m often thinking that I have a luxurious life because of that, a studio with machines and friends always around. So I know that when I want to procrastinate, I can hundred percent do that. With the pandemic not much changed in my life in that sense. I kind of live there.

S.: Do you enjoy studio visits?
D.: A lot of people come by, mostly because they wanna do play-dough. So there’s always somebody around me doing random stuff. Just for themselves or to help me. I really like the studio visit because people sometimes pinpoint things I would not see, there’s an interesting value around the studio visit. My studio is really messy, there’s play-dough and pieces of furniture everywhere. It resonates with who I am.

Diego Faivre, Junge shelf made in 436 minutes. Courtesy l’artista.

S.: As you know, this platform is called Presa Multipla, which in english translates into Multi Plug. Well, we caught you “plugging the socket” very often in your work! We can’t hide; we were truly eager to know what this element represents to you.
D.: It started as an accident, with the multiplug! I needed it for my graduation, I needed power, and I just thought: “Mmh, I am just going to cover it, ‘cause it’s ugly.” Yeah! And then all the people who saw it said: “Well, that’s true, it’s very nice you do that. Why don’t you start making extension cords too? They are so ugly indeed!”.
Maybe especially this element acts for me as a symbol, where I am trying to highlight things that are being hidden and being disregarded. They are like a giantly manufactured item. Everybody has one. It’s almost like the plastic garden chairs. So that’s why they are there, because I think they are very ugly. I am a big accidental person when I’m at work.

S.: […] Presa Multipla is a space where the artists talk and activate transformations. Its platform is at their disposal, to be a means of creating and enhancing individual projects in a horizontal curatorial perspective. The relationships, reactions, and perspectives that have arisen are the purpose of what is intended to be a continuous circuit of ideas, in order to always create new ones, anything but fixed, but changing, discussed and questionable. (excerpt from the manifesto).
Do you believe in such tools for sharing this invisible, ever transforming, ephemeral but extremely free and flowing energy which exist in the liminal spaces of creation?
D.: It is always nice to see such a specific focus on how things develop and how things interact, the way things are being put together. The fact that there’s not only the object, but an emphasis on the idea and these ungraspable aspects is very inspiring, as they are somehow quite disregarded. They need to be touched upon and brought out there, even when they are digital, they are still very important within the creative field. It’s not really something you can transcribe, and it’s good to be working within that space. I really like the attempt of the “living room” experience investigated by Presa Multipla, I think it’s a great idea.

S.: Which are the philosophies you look up to the most? Do you enjoy contaminating your physical work with the abstraction of it in thought, literature, poetry…?
D.: Because I come from such a in-depth-research based department, in order to explain my projects I do read a lot of philosophy and sociology which topics I really love and relate strongly to. Mostly I enjoy going deep in the sociological aspect of my work.

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