Irpini appellati sunt nomine lupi
Gli irpini prendono il loro nome dal lupo
quem hirpum dicunt Samnites
Che i sanniti chiamano Hirpum
eum enim ducem secuti agros occupavere
Fu infatti un lupo a condurli ai campi che avrebbero dovuto occupare.

Anche se è difficile immaginare un lupo selvatico capace di guidare un gruppo di uomini alla ricerca di un territorio in cui insediarsi. Chi è l’hirpus totemico e premonitore che guida questi discendenti dei Sabini nei campi brulli dell’entroterra meridionale?

Animale sacro al dio Marte, secondo Cicerone venerato ai tempi con il nome di Silvanus, dio agreste, il lupo è l’animale della morte imprevedibile che si abbatte nei recinti e nei campi coltivati senza possibilità di previsione. Le zampe nel regno inaccessibile delle bestie selvatiche, il muso e i denti nelle mura domestiche, nelle greggi sterminate e infinite volte disegnati sulle anfore e gli otri ritrovati negli scavi.

Animale del passaggio, che si avvicina per cacciare e poi fugge, indomabile, come pare che fossero anche gli irpini, predatori temuti dai villaggi limitrofi tanto quanto erano temuti i lupi da cui avevano ereditato il nome.

Già i loro progenitori Sabini, stabiliti alle pendici del monte Soratte, erano guidati nel culto da sacerdoti-lupi, gli Hirpi Soari, che camminando sul fuoco senza bruciarsi, sacrificano carne agli dei gettandola nelle fiamme. Erano sempre i lupi che, rubando la carne dalla pira sacra, avevano il potere di recapitarla alla dea Dite. I contadini che provavano a seguirli venivano guidati in grotte intrise di fumi solfurei. L’oltraggio – perché questo era – veniva punito con l’arrivo di pestilenze. Mefite, la dea dell’acqua e dei fumi che escono dalla terra, non lascia scampo. Si dice che i sacrifici a lei designati non avessero bisogno di fuoco o di sangue. Le bestie, abbandonate vicino agli influssi del terreno, morivano da sole, come se la dea le chiamasse a sé. Pacifica di indole,

Mefite è una delle dee più antiche del pantheon italico. L’origine del nome è incerta, forse derivato dall’osco mefiai, corrispettivo del latino medius: colei che sta nel mezzo, dunque, dea della transizione tra la terra e l’aria, tra la vita e la morte. Sue sono le paludi che uccidono senza toccare, suoi i fanghi che curano dalle malattie, sue le terre che si spalancano sull’oltretomba. Come Marte Silvanus, protegge i campi, le sorgenti e i raccolti, la sua influenza ctonia sarà poi diluita in divinità come Venere, Demetra e Persefone.

Transumando dall’Italia centrale alla regione del Sannio, il gruppo di Sabini poi conosciuti come Hirpini porta con sé anche la sua dea del passaggio. Guidati da un lupo, da un sacerdote, da un dio o solamente dalla propria famelica disperazione si instaurano sulle colline, lontano dal mare, e costruiscono templi per colei che sta nel mezzo, protettrice dell’ingresso del regno dei morti.

Riferimenti
Pompeo Festo, De Rerum significatione
Servio, Ad Aeneidem Gabriel C.L.M. Bakkum, “Iunonicolae Falisci: Faliscan Cults and Local Identity” in Forme e Strutture della Religione nell’Italia Mediana Antica, III Convegno Internazionale dell’Istituto di Ricerche e Documentazione sugli Antichi Umbri, 21 – 25 settembre 2011

Musica: Vyacheslav, Ovchinnikov, dalla colonna sonora di Andrei Rublev (1966). Omaggio ad Andrei Tarkovskij

Immagine: Rielaborazione delle fotografie di Ugo Di Giulio

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