Per quanto riguarda l’umanità e i suoi dintorni, possiamo dire che l’assenza di narrazioni, la perdita definitiva di tutte le storie di un popolo o di un periodo storico, sia quanto di più simile esista a una sepoltura: è difficile che ne riemerga un corpo vivo.
Ciò non significa, però, che non valga la pena di scavare, che non esistano da qualche parte radici ancora vive in grado di rifiorire.

Antonio Gambarota, la nostra guida nell’esplorazione delle morge (termine dialettale per grandi massi) di Pescolatorre (contrada di Casalbore, AV), ci racconta che su questo avvallamento pieno di sterpi e rocce gigantesche non esistono più racconti, se non quello di un tesoro che si nasconderebbe sotto le rovine.

La zona oggi conosciuta come Pescolatorre viene annessa al paese di Casalbore durante il regno Longobardo. Al momento dell’annessione porta il nome di Monte Saraceno e ospita un omonimo villaggio con castello (o torre?).

Di queste costruzioni non rimane quasi nulla, alle mancate precauzioni conservative si aggiunge la costruzione di cave che hanno portato alla distruzione di buona parte dei resti archeologici, tanto che, a differenza della vicina catacombe sannita di Spineto, Pescolatorre non è ufficialmente segnalato come luogo di interesse storico.

La potenza evocativa di questo luogo, però, doveva essere potente, tanto che per esorcizzare il nome legato alla sanguinosa tradizione islamica, gli abitanti locali lo rinominarono tuoppo (termine dialettale per altura) della croce, nonostante non sia mai stata rilevata la presenza di croci o di chiese rupestri.

Questo sconvolgimento quasi apotropaico della toponomastica doveva essere radicato in un timore diffuso, riscontrabile anche altrove nel dialetto casalborese: il mommo, figura locale paragonabile all’uomo nero, deriverebbe infatti dall’imam, guida spirituale musulmana.

Certo è che le incursioni saracene, già in epoca longobarda, hanno fama di episodi violenti e sanguinari ma, allo stesso tempo, fulminei – qualcosa di paragonabile all’attacco feroce del lupo.

Se quindi le popolazioni arabe storicamente denominate Saraceni non si stanziarono mai sul lungo periodo, sicuramente non si dedicarono – almeno nell’area beneventana –  alla costruzione di grandi centri fortificati e mura megalitiche. Ci si può quindi chiedere cosa abbia portato gli abitanti del luogo a chiamare “Monte Saraceno” l’altura piramidale su cui ancora oggi sono visibili massi di enorme dimensione che portano i segni di lavorazioni e squadrature – non certo l’opera improvvisata di un gruppo di predoni.

Domenico Caiazza, fondatore e direttore delle collane Libri Campano Sannitici e Quaderni Campano Sannitici, affronta un interrogativo simile sollevati da vari Monti Saraceni del Sannio nella pubblicazione “Saraceni, paladini e mura megalitiche sannitiche nella toponomastica del Sannio molisano e nel Nord di Terra di Lavoro” (in Faustino Avaglino a cura di, San Vincenzo al Volturno. Atti del I convegno di studi sul medioevo meridionale, Venafro – S. Vincenzo al Volturno, 19-22 maggio 1982, Montecassino 1985).

Riscontrando una ricorrenza tra la presenza di antiche mura megalitiche in Italia centro meridionale e l’appellativo di “saraceni”, Caiazza analizza diverse ipotesi: che il nome derivi in realtà da Caraceni, tribù appartenente al gruppo sannitico (tesi smentita dalla presenza dell’appellativo saraceni anche al di là delle zone di pertinenza sannita), o che, più semplicemente, sia dovuto all’abitudine degli invasori di insediarsi temporaneamente nelle rovine di roccaforti preesistenti.

È interessante notare che, nelle stesse zone, anche i mitici oppositori dei Saraceni – i paladini della corte di Carlo Magno – danno il nome a cittadelle fortificate e mura ciclopiche: le mura di Frosolone (IS), quelle di Monte Pallano, la Muraglia dei Paladini intorno all’oppidum posto su colle del Vento di Piano Vomano di Crognaleto (TE) e la Piazza dei Paladini a Terracina (LT), piazzale in parte intagliato nella roccia e in parte costruito con muri in opera quadrata (Caiazza 1985).

Nasce da questa considerazione l’ipotesi che:

[…] La motivazione dell’attribuzione ai Saraceni delle mura potrebbe consistere semplicemente, a prescindere dal ricordo ingigantito e generalizzato di un effettivo riutilizzo sistematico o saltuario delle cinte megalitiche da parte degli islamici, nell’ingenuo collegamento, creato dalla fantasia popolare nei secoli successivi all’anno 1000 di massima diffusione del ciclo Carolingio, tra gli immani apparati difensivi, antichi ma di cui non si conosceva e spiegava l’origine e quella che probabilmente veniva ritenuta la più grande epopea del passato. In altri termini le mura megalitiche, ritenute per la loro imponenza opera non dell’uomo, ma volta a volta, dei Pelasgi, dei Ciclopi e di Sansone, vennero collegate alle figure eroiche sovrumane e mitiche dei tempi passati: i gloriosi Paladini o i loro temibili ed altrettanto potenti antagonisti: i Saraceni” (Caiazza 1985, corsivo nostro)

Se ci permettiamo di seguire quest’ipotesi, le costruzioni megalitiche che ancora emergono dalla contrada di Pescolatorre risulterebbero essere molto più antiche di quanto non riconosca la storiografia ufficiale, tanto che già durante il regno longobardo la narrazione della loro origine si perdeva in vicende mitiche poi doppiamente risignificate a partire da un binarismo etico – religioso moderno (prima Monte Saraceno poi Tuoppo della Croce).

Le sue narrazioni dunque, non sono sepolte. Riposano nei cicli infinitamente più grandi di noi a cui appartengono le forme delle rocce e le piante selvatiche che da tempo immemore fioriscono e muoiono tra le pietre.

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