LA CASA ISOLANTE

Testo di Caterina Vismara, immagini Norma Cicala

Il sistema di consegne a domicilio ci mette letteralmente a disposizione il mondo senza doverci spostare. Ci permette di acquistare e fare la maggior parte di ciò che è necessario stando su una sedia davanti ad un computer. Possiamo fare la spesa, pagare le tasse, fare le operazioni bancarie e postali, comprare libri, cosmetici e via dicendo. Sono le cose che arrivano a noi, non le andiamo più a prendere risparmiando in questo modo una fatica considerata oggi evitabile. Vanno così a ridursi quelle possibilità di incontro che potrebbero crearsi negli ambienti maggiormente frequentati come il supermercato, la farmacia, la libreria, la biblioteca o l’edicola. Chi consegna pacchi e\o cibo in questo senso rischia di diventare una delle persone con cui abbiamo più interazioni durante la settimana. Contribuiamo in questo modo a far morire quel dialogo già flebile che abbiamo con conoscenti perché, è da ricordare, le relazioni vanno coltivate e a furia di non dar loro acqua appassiscono.

Se c’è un luogo dove ancora si crea comunità è quello religioso, il quale costruisce una rete di conoscenze, anche solida, che però coinvolge solo una parte della collettività, ovvero solo coloro che frequentano i luoghi di culto regolarmente. Obiettivo diventa allora creare una comunità che possa accogliere coloro i quali lo desiderino, indipendentemente dalle caratteristiche personali, spingendo così le persone ad uscire dalle case per stare insieme.

La fossilizzazione dell’essere umano nella sua stessa casa è rintracciabile in uno scenario utopico come quello de La macchina si ferma di Edward Morgan Foster. Nel racconto si vive da tempo sotto la superficie terrestre, in solitudine e in isolamento in piccole camere esagonali che hanno forma e dimensioni delle celle di un’ape. Le persone hanno abbandonato l’abitudine di uscire dalla camera ma anche di interagire in maniera diretta con gli altri esseri umani. Grande è lo sgomento e la sorpresa quando:

Sull’elevatore [Vashti1] trovò un altro passeggero, la prima creatura della sua stessa razza che a distanza di mesi le fosse capitato d’incontrare nuovamente a faccia a faccia2.

Uscire dal proprio spazio, nel mondo immaginato da Foster, non è più un bisogno primario perché la camera è dotata di tutto il necessario per vivere:

C’erano pulsanti e interruttori dovunque – pulsanti per richiedere cibarie, musica, indumenti. C’era il pulsante per il bagno caldo, premendo il quale dal pavimento emergeva una vasca in (simil-) marmo […]. E c’era quello per il bagno freddo. C’era il pulsante che produceva letteratura. E naturalmente c’erano i pulsanti grazie ai quali la donna poteva comunicare con le sue amicizie. Quella camera, benché non contenesse nulla, era in grado di mantenersi connessa con tutto ciò che al mondo aveva importanza per lei3.

Tutto è praticabile da casa senza doversi muovere. Realtà non distante, ma a noi nota e sperimentata durante la situazione d’emergenza prodottasi con il Covid-19, che ha accentuato lo svolgimento da remoto di moltissime azioni che prima erano impensabili, senza un’adeguata tecnologia, realizzare a distanza. Anche nel mondo di Vashti, infatti:

La goffa consuetudine dei congressi e dei seminari era stata ormai abbandonata da tempo. Né Vashti né il suo pubblico avevano alcun bisogno di lasciare le loro camere. Lei parlava, assisa nella sua poltrona, mentre i suoi ascoltatori, anch’essi in poltrona, potevano udirne assai distintamente le parole e vederne assai distintamente l’immagine4.

Ci si incontra solo attraverso uno schermo, non si hanno interazioni fisiche, tangibili e ne consegue un crescente isolamento che può sfociare in una grande solitudine. In La macchina si ferma si sta perennemente su una poltrona al punto che le persone hanno perso il senso del tempo e dello spazio ed hanno i muscoli atrofizzati.

1 Protagonista e madre di Kuno nel racconto La macchina si ferma
2 E. M. Foster, La macchina si ferma e altri racconti, Mondadori, Milano, 2020, p. 126

3 E. M. Foster, La macchina si ferma e altri racconti, Mondadori, Milano, 2020, pp. 121-122
4 E. M. Foster, La macchina si ferma e altri racconti, Mondadori, Milano, 2020, p. 122

Rinchiudersi in casa e non uscire anche per le spese e commissioni più basilari, se nella società della velocità rappresenta un vantaggio, a lungo andare potrebbe avere delle ripercussioni sulla nostra persona, perché “corpo e spazio finiscono per rassomigliarsi più del cane al padrone. E se lo spazio nel quale ci muoviamo si ammala, ci ammaliamo anche noi1.

Sempre in più hanno ansia di uscire dal proprio spazio personale e conosciuto per immettersi in quell’ambiente che abbiamo smesso di frequentare.

Eppure – quel tunnel la spaventava: non lo vedeva da quando era nato il suo ultimo figlio. […] Vashti si sentì assalita dai terrori della viva esperienza. Si ritrasse nuovamente verso il centro della sua camera mentre la parete si richiudeva. “Kuno,” disse “non posso venire a trovarti. Non sto bene2”.

La casa è anche elemento fondamentale per “creare legami di mutuo appoggio e solidarietà3”, infatti è proprio attraverso la cura della casa che la narratrice de La porta e padrona di Emerenc, Magda, riuscirà a conoscere le famiglie del quartiere. Questo sarà per lei motivo di gioia in quanto entrerà a far parte della collettività. Non solo, il profondo e tortuoso rapporto che si creerà tra le due protagoniste e che sarà il motore della storia, nascerà proprio dall’ambiente casalingo. Racconta Magda che:

Emerenc non mi amava in modo qualunque […] abbandonava all’improvviso i suoi lavori perché le veniva in mente che potevo avere bisogno di qualcosa, si dava pace quando s’accertava che non mi mancava nulla4.

Dunque “in questo modo abitare assume il senso del prendersi cura, di sé e degli altri5”.

Da tutte queste parole emerge come nella realtà odierna tendiamo a chiuderci dentro la casa per stare al sicuro, vige la costrizione di accessoriarla di telecamere e inferiate perché vige un’insicurezza permanente tra tutte le persone. Come siamo diffidenti nei confronti da ciò che è altro da noi, da ciò che è sconosciuto, dati dalla carenza di relazioni personali che non costruiamo durante la permanenza abituale nel nostro spazio domestico. Dobbiamo invece constatare come la famiglia dei Krull sia chiusa dentro dall’esterno, dalla comunità, dalla folla. La casa per loro è sì, l’unico luogo in cui potersi rifugiare, ma è anche il luogo che attira tutti i pregiudizi. La famiglia Krull è chiusa dentro in quanto straniera, considerata come diversa che incute paura e dunque dev’essere emarginata nel loro spazio

Il tema dell’abitare e dell’ospitare, dell’accogliere e del condividere non può essere disgiunto da quello dell’appartenere6”; ecco come il linguista francese Emile Benveniste introduce i “quattro cerchi dell’appartenenza sociale”. I temi dell’abitare e dell’accogliere sono fortemente legati e si influenzano reciprocamente nel contesto sociale.

Cosa si intende per ospite? Il termine deriva dal latino Hospes che significa sia “signore dello straniero” sia “nemico”. È interessante notare che l’etimologia latina Hostis corrisponde al gotico Gasts e allo slavo antico Gosti che vogliono dire “ospite”.

1 Citazione di Giorgio Todde
2 E. M. Foster, La macchina si ferma e altri racconti, Mondadori, Milano, 2020, pp. 124-125
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 17
4 M. Szabò, La porta, Einaudi, Torino, 2005, p.71
5 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 18
6 M. Dotti, Lo straniero: ospite o nemico?, Vita

Il tema dell’abitare e dell’ospitare, dell’accogliere e del condividere non può essere disgiunto da quello dell’appartenere

M. Dotti, Lo straniero: ospite o nemico?, Vita

È l’ospite antagonista oppure no? Originariamente “l’ospite […] non era lo straniero ostile, né il nemico, ma lo straniero al quale si riconoscono diritti pari a quelli dei cittadini1”.

Nel romanzo di Simenon, l’ospite, è lo stesso protagonista, Hans, anche lui un Krull, “ma del ceppo originario, un Krull di Germania2”. È il nipote del capofamiglia Cornelius e si trasferisce in Francia in via temporanea. Hans non è affatto preoccupato della sua origine e non fa nulla per nasconderla nonostante sua zia Maria cerchi in tutti i modi di farglielo intendere:

bisognerebbe dirgli di non parlare con i vicini… In città, pazienza… Veda pure chi gli pare… Ma qui, nel quartiere… Scommetto che va in giro a dire a tutti che è tedesco…3.

Sarà proprio la sua origine estranea che farà esplodere una ferocia senza precedenti nei confronti della famiglia Krull; la comunità troverà in loro un capro espiatorio per la risoluzione del caso della povera Sidonie. Ad alimentare le già presenti accuse verso la famiglia saranno la paura dello straniero e le varie credenze associate. Si delinea perciò un dualismo di noi / la comunità e loro / i Krull:

Ecco che nasce il conflitto tra noi (we-group) e loro (l’out-group). Il noi rappresenta la sicurezza, la certezza; loro sono l’altro, i diversi, percepiti come incombenti, che ci fanno paura perché mettono in crisi il nostro gruppo d’appartenenza, la nostra identità di popolo. […] Il fenomeno del conflitto tra we-group/out-group determina il pregiudizio e la costruzione degli stereotipi4.

La famiglia è inoltre oggetto di pregiudizi da sempre. Ci viene narrato che anni prima, Joseph si ammalò di tifo e “le donne del quartiere sostenevano che lui [avesse] contagiato tutti…5”.

1 M. Dotti, Lo straniero: ospite o nemico?, Vita
2 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 9
3 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 45
4 R. Sansone, La paura dell’altro e la diversità interetnica, Media Diversity
5 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 133

Ma chi è dunque straniero? Cosa significa essere straniero?

Straniero nel romanzo La casa dei Krull è responsabile di ogni disgrazia e “la causa di tutti i mali del mondo”. Pipi aizzerà verso loro i sospetti suggerendo sia stato il figlio Joseph ad uccidere la figlia Sidonie. La tensione aumenterà fintanto che l’ostilità si tramuterà in odio e la folla renderà la casa oggetto di violenze e percosse, di scritte minatorie e di vetri frantumati mentre la famiglia sarà costretta a barricarsi dentro essa. L’abitazione diventa allora un luogo pericoloso, ma anche l’unico in cui possono stare perché per loro non ci sono altri posti disponibili.

Sin dal loro arrivo in Francia tenteranno di farsi accettare, anche abbandonando i loro usi e costumi per somigliare a chi abitanti nel posto. Appare nel romanzo il tema della Mimicry, concetto relativo il contesto coloniale, coniato dal filosofo Homi Bhabha, che incoraggia il colonizzato ad adottare la cultura e i valori del colonizzante. Si rifà all’espressione “almost the same, but not quite”, che ritroviamo nell’accusa che Hans muove al cugino Joseph mentre spiega che l’astio indirizzato ai Krull ha un motivo: “non è perché siete stranieri… […] è perché non lo siete abbastanza!… o, forse, perché lo siete troppo…1”.

Hans al contrario ostenta le sue origini tedesche, le sfoggia e ne fa vanto con tutti tant’è che dirà, sempre al cugino Joseph, che il loro tentativo di assomigliare al popolo francese è debole perché:

Non lo siete con franchezza; siete degli stranieri timidi, come siete dei protestanti timidi… Venite a vivere tra gente diversa e volete imitarla; ma lo fate goffamente, sapendo che non ci riuscirete mai, e loro lo sentono. Scommetto che il 14 luglio voi esponete più bandiere degli altri e che al Corpus Domini spargete petali di rose per la strada. La gente ce l’ha di più con voi che se non faceste proprio niente; se abbassaste, francamente, le vostre imposte…2.

La famiglia Krull sarà allora condannata ad essere sempre etichettata come straniera, come diversa e pericolosa, nonostante siano una “famiglia che ha sempre rispettato le regole della terra che li ospita3”. Indicativo del terrore quotidiano vissuto dalla famiglia era che, ogni qualvolta un agente di polizia si trovava nei pressi della loro abitazione, zia Maria si agitava “pensando subito a documenti non in regola, o a multe non pagate4” oppure pensava che fossero lì per lei.

Come la comunità considera responsabili di tutti i mali la famiglia Krull, così quest’ultima si comporterà nei riguardi di Hans. Il giovane verrà accusato di essere colpevole della situazione tragica creatasi. Si verifica un ribaltamento nel quale è Hans che diventa il nemico in una famiglia a sua volta percepita come tale. Il giovane sarà costretto a lasciare il paese e a cercare fortuna altrove perché “adesso toccava a lui essere lo Straniero, la causa di tutti i mali del mondo5”.

Il romanzo non è categorizzabile come postcoloniale, ma potremmo accostarlo alla letteratura che prende questo nome, che tenta proprio di andare al di là dei confini “di origine”. Essa vuole cambiare la prospettiva di ciò che viene narrato. Attraverso gli occhi di Hans, infatti, partecipiamo alla storia narrata nel romanzo; è l’altro6 che diventa narratore. Cambia il tipo di sguardo e cade quello etnocentrico. È straniero, in una famiglia di stranieri, che racconta come si svolgono i fatti.

1 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 145
2 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 146
3 La casa dei Krull- Georges Simenon, Gialloecucina. Non c’è nulla di più personale che leggere un libro! https://gialloecucina.wordpress.com/2017/07/24/la-casa-dei-krull-georges-simenon/
4 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 71
5 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p. 206
6 Per scelta dell’autrice ci si riferirà al concetto di altro al maschile, non in quanto determinazione del genere ma in quanto concetto assoluto

Ma possiamo parlare ancora di straniero?

Marta Aiello, scrittrice e vincitrice del Premio “Sicilia” al Festival Letterario Etnabook 2020 e autrice del libro Stranieri a casa nostra1, ci vuole ricordare che “ogni uomo non è un’isola”, cioè isolato nel suo contesto geografico perché, forse, non c’è davvero qualcuno che potremmo definire “straniero” anche se “la persona che nutre un pregiudizio nei confronti di un altro tenderà a prendere in considerazione solamente […] variabili come l’etnia, la sessualità, la religione, lo status sociale, la ricchezza, la razza, la nazionalità2”.

Bauman sottolinea bene questa ibridazione globale che però continua ad essere ignorata:

Nel 1994, un manifesto attaccato sui muri di Berlino [riportava]: “Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero3”.

Aiello aggiunge, inoltre, che la nozione di straniero non può essere fatta valere solo per chi viene da quell’irreale fuori, ma la ribalta dicendo che

esiste […] anche un altro modo di essere ‘stranieri’ e per quello non serve trovarsi in un paese sconosciuto, e ci ritroviamo a essere noi, gli stranieri nelle nostre case che pur conosciamo a memoria; stranieri nelle nostre relazioni sentimentali, nelle nostre famiglie e in definitiva nelle nostre stesse vite. Tutti noi subiamo la fame, l’ingiustizia, la solitudine e la disperazione4.

Per Benveniste la comunità è costituita dalla famiglia, clan, tribù e il paese.

È [dunque] sulla “casa”, in sostanza, che si gioca l’intera struttura del sociale, oggi. Sulla casa come entità sociale che designa frontiere, inclusioni, esclusioni e le forme di quell’abitare compartecipe che ci fa tanto discutere. Se la casa fosse unicamente una costruzione materiale, non ci direbbe molto e ancor meno ci sarebbe da dire. Ma la casa è una costruzione sociale5.

Quindi “lo spazio esistenziale rappresenta il modo in cui l’essere umano si situa nel mondo, come ci risiede, mentre la creazione di uno spazio architettonico significa l’integrazione di una forma intenzionale di vita nell’ambiente6”. La casa è il nostro modo per manifestare come ci inseriamo nell’ambiente circostante e sociale. È necessario dunque rivedere cosa è casa, che, a quanto pare non è più sufficiente abitare e ciò implica un ripensamento delle relazioni tra pari, con l’ambiente e con noi stessi.

1 F. Duello, Marta Aiello con ‘Stranieri a casa nostra’ (Robin, 2020) scuote l’individualismo a favore della collettività – L’intervista di Federica Duello, Letto, riletto, recensito!
2 R. Sansone, La paura dell’altro e la diversità interetnica, Media Diversity
3 Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 29
4 F. Duello, Marta Aiello con ‘Stranieri a casa nostra’ (Robin, 2020) scuote l’individualismo a favore della collettività – L’intervista di Federica Duello, Letto, riletto, recensito!
5 M. Dotti, Lo straniero: ospite o nemico?, Vita
6 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 42

Il timore di aprire a ciò che sta fuori è uno dei più sentiti nella contemporaneità.

L’esperienza del Censimento permanente della popolazione che si è svolto nei mesi passati, viene in nostro soccorso. Lo certificano i numerosi articoli scritti sull’argomento, in particolare quelli che sollecitano la popolazione ad affrettarsi nel compilare il questionario in quanto le percentuali di chi ha partecipato fino ad ora sono davvero basse. Ma quali sono le cause? La principale è individuata nella diffidenza, ma “anche alla mancata conoscenza sulle finalità del censimento1”.

L’articolo inoltre constata che alcune persone “non aprono la porta ai rilevatori2 pur essendo visibilmente in casa3”.

Il timore di aprire a ciò che sta fuori è uno dei più sentiti nella contemporaneità. Ne sono testimoni tutte le persone vittime di truffe e imbrogli domestici, le quali non possono che concludere con la celebre espressione “non ci si può fidare più di nessuno”. Quando le famiglie estratte per il censimento conoscono già, o scoprono di conoscere, chi si occupa della rilevazione assumono un atteggiamento completamente differente rispetto a quei nuclei che entrano in contatto per la prima volta: sono infatti molto più cordiali, tendono a fare domande personali e raccontano di vicende familiari. Mentre con ciò che è sconosciuto ci si atteggia principalmente in maniera fredda, sospettosa e si vuole concludere il questionario il prima possibile. Questa è la dimostrazione della forza della rete di conoscenza: se vengo identificata come la figlia di…, l’amica di… o la nipote di…, le persone saranno molto più disponibili anche nel farsi reperire e daranno più dettagli nelle risposte rendendo il censimento un’opportunità di incontro, di scambio e non semplicemente un obbligo.

La mancanza di relazioni tra concittadini porta di conseguenza ad una diffidenza elevatissima, che possiamo appurare in maniera molto parziale attraverso questa indagine statistica.

Può esserci addirittura timore di chi vive vicino a noi: viviamo una crisi della comunità dove non c’è dialogo tra le parti; per la nostra sicurezza non facciamo più affidamento al passaparola, ma ad aiutanti esterni come le telecamere di sorveglianza, che ci fanno sentire “al sicuro”, ma che aumentano il nostro isolarci tra essere umani. In differenti società “in cui i soggetti si riconoscono nella comunità, la sicurezza, […] [si basa] sul vivere l’ambiente in modo tale che i crimini non siano commessi4”. La sicurezza, dunque, è una rete di dialogo e collaborazione tra le persone. Negli ultimi anni si stanno costituendo collaborazioni locali e di quartiere, come Il controllo del vicinato, che permettono di condividere segnalazioni utili alle famiglie ed entrare in rapporto con chi vive in nostra prossimità. Questo tentativo di cooperare indica l’urgenza di tornare a fare comunità e di aiutarsi a vicenda.

A sostegno di questa chiusura verso ciò che sta al di là dell’ingresso bisogna constatare come le abitazioni odierne siano dotate di tutti i comfort necessari (questa è certamente una generalità, la realtà è ben lontana da questo assunto) e, se volessimo, potremmo permetterci di non dover mai uscire.

1 Censimento a Verona, il Comune: «Rifiuti e diffidenza ma rispondere è un obbligo». Sanzioni fino a 2 mila euro, Verona sera
2 Coloro i quali sono incaricati di somministrare i questionari per l’ISTAT
3 Censimento a Verona, il Comune: «Rifiuti e diffidenza ma rispondere è un obbligo». Sanzioni fino a 2 mila euro, Verona sera
4 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 16

Bibliografia

Foster E. M., La macchina si ferma e altri racconti, Mondadori, Milano, 2020
Simenon G., La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017
Staid A., La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021
Szabò M., La porta, Einaudi, Torino, 2005

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