LA CASA ISOLANTE

Testo di Caterina Vismara, immagini Norma Cicala

Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,
coi bambini in spalla, e i poveri bagagli
arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,
e che voi vi atteggiate a re dei vostri desideri
– l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato –
e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.
Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato a tutti
che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante.
Vorreste abbattere gli stranieri,
ucciderli, tagliar loro la gola, prendere le loro case
e tenere al guinzaglio la maestà della legge
per incitarla come fosse un mastino. Ahimè, ahimè!
Diciamo adesso che il Re,
misericordioso verso gli aggressori pentiti,
dovesse limitarsi, riguardo alla vostra gravissima trasgressione,
a bandirvi, dov’è che andreste? Che sia in Francia o Fiandra,
in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo,
anzi, ovunque non rassomigli all’Inghilterra,
orbene, vi trovereste per forza ad essere degli stranieri.
Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara
che, in un’esplosione di violenza e di odio,
non vi conceda un posto sulla terra,
affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole,
vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio,
o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere,
ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste
di essere trattati così? Questo è quel che capita agli stranieri,
e questa è la vostra disumanità da senzadio.
Shakespeare, Sir Thomas More

Casa, in relazione a chi la abita/interno e con la comunità/esterno, come sia diventata fortezza nella quale rinchiudersi per stare al sicuro dallo straniero1, o dall’altro, e come sia diventata un luogo di comfort e di individualismo.

Ne La casa dei Krull, romanzo di Georges Simenon, si trovano con l’oggi forti legami. I Krull sono una famiglia originaria della Germania, trasferitasi in Francia da molti anni. Nonostante ciò, sono ancora oggetto di sospetto e diffidenza.

L’origine tedesca fa di loro il diverso, l’estraneo, ciò che deve restare fuori dalle mura di cinta. La vita all’interno però pulsa, passioni e sentimenti spingono deformando confini troppo stretti2.

Nel romanzo, la casa è protagonista, è la matrice degli eventi e luogo principale in cui si svolgono i fatti, è dove il racconto viene narrato per la maggior parte del tempo e quindi è testimone di un forte malessere celato da la abita. La casa respira, vive: è una casa parlante perché tutti i rumori, sospiri e movimenti prodotti sono percepiti dai componenti della famiglia che possono così conoscere sempre la reciproca collocazione, ma è anche una casa silenziosa perché i discorsi davvero importanti vengono omessi, taciuti, per non dare dispiacere al vecchio Cornelius, il quale non parla quasi mai; dunque, si preferisce discorrere sul tempo atmosferico o di quanto buona sia la zuppa.

L’abitazione in questo senso rappresenta un ostacolo per i componenti della famiglia che non riescono a comunicare né tra di loro né con l’esterno; si propone allora un fil rouge che accompagna il testo di Simenon: quello della casa intesa come luogo in cui si è intrappolati. I Krull sono decisamente poco felici; questa tristezza è manifestata dai personaggi in maniera sempre differente: Liesbeth, la figlia minore, vorrebbe scappare, meglio ancora se accompagnata dal cugino Hans con il quale ha una relazione; Cornelius invece è intrappolato e vittima del suo stesso modo di fare: l’essere così silenzioso e riservato ha portato la famiglia ad escluderlo dalle situazioni quotidiane e a non renderlo partecipe.

1 Per scelta dell’autrice ci si riferirà al concetto di straniero al maschile, non in quanto determinazione del genere ma in quanto concetto assoluto
2 M. C. Tringali, La casa, il luogo degli opposti: quattro romanzi sull’ambiguità del “nido”, Il sole 24 ore, Alley oop, L’altra metà del sole

Il non-visibile genera curiosità, ma anche pregiudizi e false credenze. Cosa ci sarà oltre la porta? Perché non ci viene mostrato? Cosa nascondono dunque?

L’aria che si respira è pesante, tersa. Aleggia un non-detto che trapassa tutte le pareti della casa. “Simeon [ci] racconta l’inquietudine dei membri di questa famiglia, che chiusi nell’isolamento delle loro stanze, […] [vivono] nel dolore la loro condizione1.” I Krull sono emarginati2 nella loro stessa casa e l’unica occasione di contatto con ciò che sta fuori è offerto dall’emporio, nel quale però c’è comunque poca affluenza perché le persone “preferiscono fare cinquecento metri in più e andare a servirsi da qualcun altro3” che non sia straniero. A loro, rimane il compito di servire chi viene escluso in egual modo dalla comunità, come Pipi, un’ubriacona così soprannominata perché “quando le va si accuccia in riva al fiume o sul marciapiede per fare i suoi bisogni…4”.

L’edificio si trova alla periferia del paese, adiacente all’ultima fermata del tram. L’ubicazione è indicativa dell’esclusione che vivono da anni e per la quale soffrono terribilmente. La casa pare essere l’unico luogo in cui la famiglia è al sicuro e accettata. Gli eventi del libro smentiranno però quest’ultima frase, in quanto l’abitazione sarà oggetto di violenze e pregiudizi che ricadranno inevitabilmente sulla famiglia facendone crescere la rottura interna.

Interno ed esterno ricorrono più volte nel libro; l’interno, cioè la casa e la famiglia, è attraversato da incomunicabilità, silenzi e paure. Incomunicabilità che raggiungerà il suo apice con il suicidio del capofamiglia Cornelius. L’esterno, cioè la comunità, li costringe nella casa. Curioso constatare come oggi si tenda a chiudere la porta a chiave per paura di ciò che sta fuori, al contrario nel romanzo, la famiglia dei Krull è chiusa dentro, è in un qual modo segregata.

La porta, intesa come confine, è un altro tema cardine del concetto di abitare e di comunità. Essa rappresenta la frontiera e l’invalicabile. La porta blindata è oramai una necessità della nostra società: ci chiudiamo dentro per paura di quello che c’è fuori. Paura e pregiudizi sono alimentati dalle notizie che invadono la nostra giornata quotidianamente e contribuiscono ad elevare la figura dello straniero a ladro e impostore. Questo confine di cui possediamo le chiavi, a furia di tenerlo sbarrato, non ci permette di creare contatti con la comunità e nemmeno con chi abita affianco. Ciò che per noi rappresenta la sicurezza, cioè la porta a doppia mandata, non è l’ovvietà. Per alcune realtà sarebbe molto più pericoloso chiudere la porta, perché lasciandola aperta “se si sta male, qualcuno può entrare ed aiutare, se si ha bisogno di qualcosa si può accedere e chiedere5”.

La porta divide da ciò che è visibile e non visibile. In un passaggio del romanzo di Simenon, un cliente tenta di sbirciare al di là della tenda che divide l’emporio dalla cucina, cuore privato della casa. Il non-visibile genera curiosità, ma anche pregiudizi e false credenze. Cosa ci sarà oltre la porta? Perché non ci viene mostrato? Cosa nascondono dunque?

1 La casa dei Krull, Q libri network, https://www.qlibri.it/narrativa-straniera/gialli,-thriller,-horror/la-casa-dei-krull/
2 Per scelta dell’autrice ci si riferirà al concetto di emergianto al maschile, non in quanto determinazione del genere ma in quanto concetto assoluto
3  G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p.47
4 G. Simenon, La casa dei Krull, Adelphi, Milano, 2017, p.13
5 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 14

Questo ci riporta al romanzo La porta di Magda Szabò. Emerenc, la protagonista, è una vecchia domestica con le sue convinzioni e dal carattere ostinato. Una delle sue particolarità è che nessuno è mai entrato in casa sua, ad eccezion fatta del colonnello tanti anni prima. La donna non permette a nessuno di entrare nel suo spazio e chi la va a trovare può farlo stando nell’atrio dell’appartamento, arredato con tavolo, sedie e dotato di una dispensa.

La sua riservatezza genera nella sua padrona grande curiosità, sicché inizialmente immagina Emerenc sia una ladra che custodisca il suo bottino al di là della porta. Quest’ultima è ciò che divide la nostra zona privata dal mondo esterno. All’interno assumiamo atteggiamenti differenti di quelli che useremmo fuori.

Abitare infatti deriva dal verbo latino Habitare, che significa assumere un habitus, cioè un dato comportamento in un determinato spazio. Vuol dire avere casa, un luogo in cui costruisco le mie relazioni di senso.

La porta può rappresentare un limite, una barriera; una volta oltrepassata si viene a conoscenza della nostra interiorità più privata. Emerenc non lascia entrare in casa sua nessuno come non si permette di mostrare apertamente le proprie emozioni. Una volta varcata la soglia però, si crolla, non ci si mostra più così invincibili, perché il nostro spazio sicuro è stato violato e così anche la nostra persona.

Questo elemento primo della casa pone un confine spesso e volentieri invalicabile tra noi e loro che produce “nessuno scambio di opinioni o di oggetti tra le persone1”. Viviamo sempre più nell’isolamento ed abbiamo abbandonato la condivisione tra prossimi. Infatti, “in città la vita si è individualizzata, ripiegandosi nelle case a scapito della socialità, del collettivo2.” La casa si presenta come “una sorta di fortezza, una chiusura al mondo3”.

L’isolamento e la crescente individualizzazione hanno portato al disfacimento del rapporto con la comunità, praticamente inesistente per la famiglia Krull, che oggi è sempre più in crisi. Viviamo un periodo storico nel quale c’è una graduale perdita dei legami con coloro che abitano vicino a noi che molto spesso non conosciamo nemmeno.

1 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 15
2 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 17
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 17

Il timore di aprire a ciò che sta fuori è uno dei più sentiti nella contemporaneità.

L’esperienza del Censimento permanente della popolazione che si è svolto nei mesi passati, viene in nostro soccorso. Lo certificano i numerosi articoli scritti sull’argomento, in particolare quelli che sollecitano la popolazione ad affrettarsi nel compilare il questionario in quanto le percentuali di chi ha partecipato fino ad ora sono davvero basse. Ma quali sono le cause? La principale è individuata nella diffidenza, ma “anche alla mancata conoscenza sulle finalità del censimento1”.

L’articolo inoltre constata che alcune persone “non aprono la porta ai rilevatori2 pur essendo visibilmente in casa3”.

Il timore di aprire a ciò che sta fuori è uno dei più sentiti nella contemporaneità. Ne sono testimoni tutte le persone vittime di truffe e imbrogli domestici, le quali non possono che concludere con la celebre espressione “non ci si può fidare più di nessuno”. Quando le famiglie estratte per il censimento conoscono già, o scoprono di conoscere, chi si occupa della rilevazione assumono un atteggiamento completamente differente rispetto a quei nuclei che entrano in contatto per la prima volta: sono infatti molto più cordiali, tendono a fare domande personali e raccontano di vicende familiari. Mentre con ciò che è sconosciuto ci si atteggia principalmente in maniera fredda, sospettosa e si vuole concludere il questionario il prima possibile. Questa è la dimostrazione della forza della rete di conoscenza: se vengo identificata come la figlia di…, l’amica di… o la nipote di…, le persone saranno molto più disponibili anche nel farsi reperire e daranno più dettagli nelle risposte rendendo il censimento un’opportunità di incontro, di scambio e non semplicemente un obbligo.

La mancanza di relazioni tra concittadini porta di conseguenza ad una diffidenza elevatissima, che possiamo appurare in maniera molto parziale attraverso questa indagine statistica.

Può esserci addirittura timore di chi vive vicino a noi: viviamo una crisi della comunità dove non c’è dialogo tra le parti; per la nostra sicurezza non facciamo più affidamento al passaparola, ma ad aiutanti esterni come le telecamere di sorveglianza, che ci fanno sentire “al sicuro”, ma che aumentano il nostro isolarci tra essere umani. In differenti società “in cui i soggetti si riconoscono nella comunità, la sicurezza, […] [si basa] sul vivere l’ambiente in modo tale che i crimini non siano commessi4”. La sicurezza, dunque, è una rete di dialogo e collaborazione tra le persone. Negli ultimi anni si stanno costituendo collaborazioni locali e di quartiere, come Il controllo del vicinato, che permettono di condividere segnalazioni utili alle famiglie ed entrare in rapporto con chi vive in nostra prossimità. Questo tentativo di cooperare indica l’urgenza di tornare a fare comunità e di aiutarsi a vicenda.

A sostegno di questa chiusura verso ciò che sta al di là dell’ingresso bisogna constatare come le abitazioni odierne siano dotate di tutti i comfort necessari (questa è certamente una generalità, la realtà è ben lontana da questo assunto) e, se volessimo, potremmo permetterci di non dover mai uscire.

1 Censimento a Verona, il Comune: «Rifiuti e diffidenza ma rispondere è un obbligo». Sanzioni fino a 2 mila euro, Verona sera
2 Coloro i quali sono incaricati di somministrare i questionari per l’ISTAT
3 Censimento a Verona, il Comune: «Rifiuti e diffidenza ma rispondere è un obbligo». Sanzioni fino a 2 mila euro, Verona sera
4 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 16

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