REAGIRE ALLA CASA CHE CADE

UN VIAGGIO TRA DIFFERENTI CROLLI DOMESTICI
E CONSEGUENTI RISPOSTE UMANE.

Come reagire ai crolli che subiscono le case? In questo testo si proverà a rispondere affrontando crolli diversi, immaginati, reali e addirittura mondiali, che riguardano case altrettanto differenti. La finalità, forse ambiziosa, è quella di porre le basi per iniziare un ragionamento necessario che riguarda il nostro pensare e il nostro vivere su questo pianeta.

MODELLI CULTURALI, CASE E NARRAZIONI

Le case possono avere una dimensione non solo fisica, concreta ed esterna a noi: le possiamo trovare anche all’interno della mente umana. Sempre nell’ottica di affrontare la crisi ecologica diventa necessario pensarle da questa prospettiva e osservare come queste possano crollare, comportando vaste conseguenze per il mondo intero.

Se considerassimo i modelli culturali come un luogo particolare, questi si strutturerebbero come una casa. Una casa nella quale nasciamo, che ereditiamo da chi ci ha vissuto prima di noi e che è abitata da un grandissimo numero dз coinquilinз. З nostrз coinquilinз sono persone che agiscono e pensano come noi, proprio in virtù della casa in cui abbiamo comune dimora. In questo luogo condiviso nel quale abitiamo insieme sono sempre in atto dei lavori di ristrutturazione, al punto da poter definire la casa plastica.

Con molta forza di volontà si potrebbe uscire da questa casa per costruirne un’altra con le nostre mani ma è molto complicato riuscirci, per non dire impossibile. Sicuramente, un singolo individuo non potrebbe farcela. Stiamo trattando di case particolari, incorporee ma popolate, che trovano affinità con quelle che lo scrittore israeliano Yuval Noah Harari ha definito narrazioni. Le narrazioni descritte da Harari hanno il duplice fine di “spiegare il nostro passato fin dalle epoche più remote1” e di “predire il futuro del mondo intero2”. Sono uno specifico modo di raccontare il mondo. Non si può prescindere dal parlarne nell’ottica della crisi ecologica, poiché sono queste case- narrazioni a determinare il nostro modo di pensare e di agire sul pianeta Terra. Uno sguardo rapido all’evolversi delle case-narrazioni più popolate durante il XX secolo può farci comprendere in quale di queste risiede oggi la maggior parte della popolazione mondiale.

1 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 19
2 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 19

LE CASE-NARRAZIONI NEL SECOLO BREVE

Il XX secolo ha visto la presenza di 3 grandi case-narrazioni: quella liberale, quella comunista e quella fascista. A partire dagli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale, complice lo strutturarsi della società di massa, si costruì la casa-narrazione fascista, la quale si sarebbe andata ad affiancare alle altre due già presenti. Questa avrebbe avuto poi un ruolo determinante nel causare la seconda guerra mondiale, evento che segnò la sua stessa fine. Riprendendo Harari:

La seconda guerra mondiale ha sconfitto la narrazione fascista e dalla fine degli anni quaranta fino alla fine degli anni ottanta del Novecento il mondo è divenuto un unico campo di battaglia conteso tra due sole narrazioni: il comunismo e il liberalismo1.

Due visioni del mondo percepite come inconciliabili, in perenne conflitto per più di quarant’anni. Uno scontro concluso con un crollo fisico, quello del muro di Berlino, che avrebbe determinato il trionfo di una e la caduta dell’altra. All’inizio degli anni ’90 infatti la prospettiva comunista si frantumò (così la coalizione di stati in cui era diffusa), lasciando la casa-narrazione liberale come “riferimento principale per comprendere il passato dell’umanità e la guida indispensabile per agire nel mondo del futuro2”.

1 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 19
2 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 19

LA CASA-NARRAZIONE LIBERALE

L’unica casa-narrazione di grandi dimensioni che esiste oggi è questa. Tuttavia non possiamo considerarci al sicuro dentro di essa, poiché è prossima al crollo, avvolta da lingue di fuoco. Giorgio Agamben nel saggio Quando la casa brucia ci domanda: “Quale casa sta bruciando? Il paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero?1” Ragionando sempre in termini di case-narrazioni, la risposta che qui verrà fornita vede il mondo intero come ciò che sta bruciando. E non potrebbe essere altrimenti, poiché il liberalismo, tra gli anni ‘90 e i primi 2000, è diventato un vero e proprio “mantra globale2”.

È proprio la casa-narrazione liberale che la maggior parte delle persone possiede al giorno d’oggi, complici i processi di globalizzazione che l’hanno estesa a tutto il mondo. Esistono certamente altre case-narrazioni sparse nel mondo; si tratta di quelle che vengono definite, in modo etnocentrico, culture tradizionali (se non primitive).
Tuttavia l’insieme di queste raggiunge un’estensione estremamente inferiore rispetto alla casa- narrazione liberale, poiché sono condivise da un numero esiguo di persone. Si tratta ora di capire il perché dell’incendio che riguarda la casa-narrazione globale. La casa-narrazione liberale “celebra il potere e il valore della libertà3”, sostenendo che:

per migliaia di anni il genere umano ha vissuto sotto regimi oppressivi che lasciavano ai popoli scarsi diritti politici, ridotte opportunità economiche o limitate libertà personali, e che condizionavano pesantemente i movimenti degli individui, delle idee e delle merci.4

Inoltre, ha la sincerità di ammettere che “nel mondo non tutto va bene5”. Osservandola solamente da questo punto di vista sarebbe molto curioso immaginarsela avvolta dalle fiamme. Ma l’assurdità si scioglie quando si considera la componente economica incorporata da questa casa- narrazione: la logica capitalistica del libero mercato. Solamente tenendo in conto la parte costituente economica si può comprendere perché la casa- narrazione liberale sta bruciando. In realtà, l’incendio è in atto già da diverso tempo, al punto che le fiamme l’hanno quasi completamente distrutta. Infatti, citando Agamben, “con la prima guerra mondiale è avvenuto qualcosa in Europa che ha gettato nelle fiamme e nella follia tutto ciò che sembrava integro6”.

Ma nonostante il fuoco è rimasta in piedi per molti decenni, perché restava un luogo capace di fornirci risposte a tutti i problemi. Oggi però non è più così e il suo crollo appare imminente. Un crollo che si rischia di verificare perché la casa-narrazione liberale “non ha risposte ovvie per i più problemi più gravi che dobbiamo affrontare 7”; tra questi vi è ovviamente il collasso ecologico.

Il liberalismo è la narrazione della riconciliazione: crede nella convinzione che la crescita economica possa risolvere tutto, dalle difficoltà sociali ai conflitti politici. La crescita economica, strutturata nel modello capitalista, è percepita quindi come uno strumento magico in grado di sciogliere qualsiasi questione e qualsiasi disputa. Ma di fronte al disastro ecologico questa soluzione non può funzionare. La crescita economica nella sua logica liberista non può essere la risposta per salvare l’ecosistema perché “essa è la causa della crisi ecologica8”. La casa-narrazione liberale cerca infatti di risolvere il problema ecologico utilizzando gli stessi mezzi che l’hanno causato.

L’ideale della crescita economica continua è completamente incompatibile con il mondo in cui viviamo e oggi, dopo secoli di cecità, ne stiamo osservando le conseguenze. Questo perché non si considera mai che la Terra ha dei limiti, mentre invece il modello di crescita economica della casa-narrazione liberale, quello capitalista, non prevede nemmeno in linea teorica la concezione di limite. Nel proporre nuove risposte si dovrà necessariamente tenere conto che “non può esserci una crescita illimitata in un mondo limitato9”.

Come osservato da Agamben, le fiamme che avvolgono la nostra casa-narrazione si sono palesate con la prima guerra mondiale. Tuttavia le scintille che le avrebbero scatenate erano in azione da diverso tempo; si tratta di scintille che si sono generate diversi secoli fa, con le prime “scoperte” geografiche da parte degli europei. Secondo Jason W. Moore già nel XVI secolo è iniziato il capitalocene. Questa espressione (coniata dallo stesso Moore) vuole sostituire il più noto antropocene, termine pericoloso e fuorviante che, colpevolizzando un anthropos generico e astratto per la crisi ecologica, sembra negare il ruolo determinante che ha avuto il capitalismo occidentale. Parlare di capitalocene vuol dire dunque puntare il dito direttamente contro la violenza che il capitalismo, con la sua logica di crescita continua e incontrollata, ha esercitato.

1 G. Agamben, Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata, 2020, p. 8
2 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 21
3 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 19
4 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, pp. 19-20
5 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, pp. 20
6 G. Agamben, Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata, 2020, p. 10
7 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 39
8 Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018, p. 39
9 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 139

Questo perché non si considera mai che la Terra ha dei limiti, mentre invece il modello di crescita economica della casa-narrazione liberale, quello capitalista, non prevede nemmeno in linea teorica la concezione di limite.

SI LA TIERRA TIEMBLA SERA CULPA TI, SI LA TIERRA TIEMBLA NADIE SE VA SALVAR

Il titolo di quest’ultimo paragrafo riprende i versi di una canzone1 del gruppo patchanka Mano Negra. “Se la terra trema sarà colpa tua, se la terra trema nessuno sarà salvato”: frasi dirette ma assai veritiere in quanto l’influenza umana (come si è visto, una specifica in particolare) nella crisi ecologica è primaria, così come è altrettanto vero che se crolla tutto nessuno si salverà.

Viviamo infatti in un mondo iperconnesso, in un’epoca che Donna J. Haraway ha definito Chtulucene. Questa è “l’era delle connessioni fitte, invisibili, sotterranee2”. Per questo è necessario un ripensamento del nostro modo di rapportarci con quanto si trova intorno a noi e con cui costruiamo relazioni.

La divisione uomo-natura si è rivelata fondamentale per attuare la distruzione dell’ecosistema, in quanto portava a intendere il rapporto in una prospettiva gerarchica. I nostri estintori, che serviranno per spegnere le fiamme della casa-narrazione liberale, dovranno iniziare per forza da qui, dal ripensamento di questa dicotomia.

Questi estintori si dovranno poi fabbricare facendo tesoro delle lezioni del ripensamento postcoloniale e dei principi dell’interculturalismo, dando inoltre particolare enfasi al concetto di biodiversità. Riconfigurare la realtà alla luce di quanto è stato deliberatamente cancellato dal discorso occidentale può essere infatti estremamente utile.

Solamente una volta spento l’incendio si potrà ricostruire, ripartendo dagli elementi migliori della nostra casa-narrazione. Fino ad adesso l’unico strumento che è stato messo sul campo per risolvere la crisi è stata la green economy.

Ma questa non può bastare, non riesce a spegnere le fiamme, perché è ancora strettamente antropocentrica e legata a una concezione di sviluppo incompatibile col nostro pianeta.

Per superare il collasso ecologico sarà dunque necessario affrontare un profondo ripensamento, che però non dovrà essere solamente teorico, ma avere una forte componente pratica. La nostra azione si dovrà consolidare attraverso piccoli gesti, quotidiani, che riguardano il nostro abitare-vivere; gesti che riguardano il condividere, il riutilizzare e l’evitare lo spreco, ai quali Staid dedica un intero capitolo del suo libro3.

La prospettiva è quella di superare il modello economico del “produrre-vendere-consumare4”, adottando strategie differenti che potranno, forse, veramente salvarci. E anche se le nostre azioni ci possono far pensare che quanto stiamo facendo sia inutile e non all’altezza, non dobbiamo smettere di agire, superando un atteggiamento di “quietismo climatico5”.

1 Mano Negra. “Machine Gun.” Casa Babylon. Virgin, 1994
2 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 38
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021
4 G. Dalla Casa, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo, Mimesis, Milano, 2011, p. 18
5 B. Latour, Essere di questa terra. Guerra e pace al tempo dei conflitti ecologici, a cura di N. Manghi, Rosenberg & Sellier, Torino, 2019, p. 152

UN CROLLO IMMAGINATO E SUBLIME

Il legame profondo tra casa e abitante è centrale nel racconto horror Il crollo della casa degli Usher, scritto da Edgar Allan Poe nel 1839. La storia, raccontata in prima persona, ruota attorno alla visita da parte di uno sconosciuto narratore a un amico d’infanzia, Roderick Usher, deperito a causa di una malattia nervosa.

Il luogo in cui si svolge l’intera vicenda è la diroccata casa di Roderick, la quale appare già dalle prime pagine come la vera protagonista. Alla prima vista della casa del vecchio amico, il narratore esterna in maniera inequivocabile ciò che prova: “un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito1”. Il sentimento preponderante è quello dell’inquietudine, provocato dal trovarsi di fronte a una casa oramai in rovina e che sembra celare oscuri segreti. Ma c’è spazio anche per la malinconia che, legando in maniera stringente la casa allo splendore passato, determina l’impossibilità di guardare al futuro. L’immagine che la casa dà di sé riflette il (e si riflette nel) suo proprietario. “Temo gli avvenimenti del futuro non di per sé stessi, ma per i loro risultati2”; queste parole pronunciate da Roderick ci consentono di capire molto della sua persona. È un uomo che evidentemente ha una forte paura dell’avvenire e che continua a vivere in un presente stagnante. L’incapacità di affrontare il futuro accomuna dunque il proprietario con la casa in cui abita e dalla quale non esce mai.

Una casa che porta i segni del passare del tempo e che sembra prossima a cadere: già dalle prime pagine è chiaro infatti come sia per questa che per Roderick non c’è possibilità di salvezza. Ma il legame che unisce Roderick alla sua casa è quasi biologico; è un legame che si percepisce anche a livello fisico. Se la casa ha “i muri squallidi e le finestre simili a occhiaie vuote3”, a caratterizzare Roderick è “il pallore spettrale della pelle e la luminosità irreale dell’occhio4”. La casa e il suo proprietario stanno seguendo il medesimo processo di decadenza. Tra i due vi è una connessione così profonda che non si spezza nemmeno nel momento dell’inesorabile fine. Nella conclusione Roderick muore, il narratore scappa e, voltandosi, vede la casa crollare su sé stessa:

Mentre guardavo, questa fessura rapidamente si allargò, il turbine di vento infuriò in un supremo anelito, tutta l’orbita del satellite si rivelò improvvisa alla mia vista, il mio cervello vacillò, mentre i miei occhi vedevano le possenti mura spalancarsi, s’intese un lungo tumultuante urlante rumore simile al frastuono di mille acque, e il profondo stagno ai miei piedi si chiuse cupo e silenzioso sui resti della “Casa degli Usher”5.

Un racconto che si conclude tragicamente con un crollo e che, grazie alla narrazione di Poe, viviamo in prima persona. Di fronte al crollo della casa degli Usher noi, come il narratore, non possiamo che rimanere immobili, incapaci di reagire a un evento propriamente sublime che ci ipnotizza e ci costringe con forza ad ammirarlo. Il crollo immaginato da Poe, climax emotivo di questo racconto dai tratti gotici, dà una forte scossa finale aз lettorз, al punto da renderlo incapace di uscire dalla narrazione senza provare un minimo turbamento.

Va fatta però una considerazione: una volta che chiudiamo il libro e lo riponiamo sullo scaffale, riusciamo a tornare in noi; dopo un profondo respiro possiamo tornare alla normalità. La situazione è completamente diversa quando i crolli riguardano le case in cui vivono persone in carne e ossa.

1 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 97
2 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 101
3 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 98
4 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 100
5 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 111

DI FRONTE A CROLLI REALI

Se crollano le case reali, cadono le certezze di tutta una vita; e riprendersi non è così semplice come superare quanto ci racconta Poe. Quando si è spettatorз del crollo della propria casa si è testimoni di un’esperienza che agisce nel profondo, e tornare alla normalità può essere estremamente faticoso. Ciò che si prova è atroce e, per chi l’ha vissuto direttamente, inesprimibile, perché “la casa è un bisogno primario1”. Lo stesso che hanno provato migliaia di persone in Italia tra l’agosto del 2016 e il gennaio del 2017.

Quattro scosse sismiche hanno infatti provocato 303 mortз, 388 feritз e oltre 40’000 sfollatз in quattro regioni italiane. 40’000 persone che hanno perso il luogo più denso di relazioni che possedevano, al quale erano più legate.

Nella realtà, di fronte al crollo è difficile rimanere in sé e i segni restano addosso come cicatrici. È molto comune infatti che al seguito della caduta della propria casa sopraggiungano disagi psicologici come disturbi del sonno, stress e ansia. A riferirci questo è Emanuele Sirolli, psicologo aquilano, che nel 2016 ha organizzato colloqui per gli sfollati di San Benedetto del Tronto, paese colpito dalle scosse sismiche. Lo psicologo osserva2 come eventi di questo tipo aumentino l’abuso di alcol, in particolare tra з giovani, mentre nз anzianз lo sradicamento può arrivare a causare disturbi neurologici. Continua Sirolli, a livello psicologico è molto difficile rimanere nel territorio colpito dal terremoto, anche se sarebbe meglio farlo da un punto di vista sociale, per tenere insieme la comunità. Come si evince, essere sradicati comporta alte probabilità di alienazione.

Ma essendo la casa una necessità non si può restarne senza e di fronte a questa mancanza si deve reagire, anche cercando possibili risposte in ciò che ci può apparire inusuale. Una risposta di questo tipo è l’autocostruzione, una pratica ancestrale ma ormai ampiamente dimenticata. Costruire direttamente la propria casa era infatti qualcosa di estremamente comune fino a due secoli fa, che oggi si è perso con “l’essere diventati sempre più homo comfort 3”.

Ma si deve anche considerare che, in questo momento storico, l’autocostruzione è fortemente osteggiata dai governi, tanto da apparire agli occhi di molti come sospetta e incomprensibile. Vengono attuate decise azioni repressive nei confronti di chi vuole costruire da solз, essendoci un’idea di esclusività per la quale solamente lo Stato ha il diritto di scegliere dove, come e quando costruire. Questo protagonismo però non funziona nel momento in cui la promessa della ricostruzione che lo Stato dà aз sfollatз non può essere mantenuta e si è costrettз a vivere in containers e tendopoli. L’autocostruzione vuole essere una risposta precisa e puntuale a queste carenze. Infatti, nel momento in cui з proprietariз di una futura casa intraprende la costruzione con le sue mani, accresce la propria consapevolezza del luogo in cui abiterà. L’autocostruzione è un modo per far tornare la casa “il luogo dell’essere, dell’individuo, della sua famiglia, della sua comunità4”. E non è solamente la casa a costruirsi ma anche l’identificazione tra la comunità che lì abiterà e il territorio stesso.

L’autocostruzione offre dunque la possibilità di ragionare concretamente e in prima persona sul territorio in cui si vive. Si tratta di un’occasione importante perché oggi risulta fondamentale ripensare il nostro legame con il territorio. L’autocostruzione, nella libertà che la caratterizza, offre la possibilità di cambiare il modo di realizzare le case, utilizzando materiali più sostenibili e scoprendo nuove alternative. Come afferma Andrea Staid5, usare legno, paglia, terra, canapa consente di costruire case che si fondono in maniera armonica con il territorio poiché si tratta di materiali efficienti, innocui e che si reperiscono direttamente nei luoghi in cui si costruisce. Ripensare come costruiamo le case è una componente primaria e fondamentale per fronteggiare la crisi ecologica, uno dei più grandi problemi del nostro tempo.

1 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 19
2 Gli sfollati del terremoto tra disagio e voglia di una vita normale, Internazionale https://www.internazionale.it/reportage/alessandro-chiappanuvoli/2016/12/17/terremoto-marche-sfollati-accoglienza
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 52
4 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 94
5 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021

Bibliografia

Agamben G., Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata, 2020
Harari Y. N., 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018
Poe E.A., Racconti, Novara, De Agostini, 1990
Staid A., La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021

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