REAGIRE ALLA CASA CHE CADE

UN VIAGGIO TRA DIFFERENTI CROLLI DOMESTICI
E CONSEGUENTI RISPOSTE UMANE.

Come reagire ai crolli che subiscono le case? In questo testo si proverà a rispondere affrontando crolli diversi, immaginati, reali e addirittura mondiali, che riguardano case altrettanto differenti. La finalità, forse ambiziosa, è quella di porre le basi per iniziare un ragionamento necessario che riguarda il nostro pensare e il nostro vivere su questo pianeta.

[…]
Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
Oh, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ’fore the rain starts a-fallin’
I’ll walk to the depths of the deepest black forest
Where the people are many and their hands are all empty
Where the pellets of poison are flooding their waters
Where the home in the valley meets the damp dirty prison
Where the executioner’s face is always well hidden
Where hunger is ugly, where souls are forgotten
Where black is the color, where none is the number
And I’ll tell it and think it and speak it and breathe it
And reflect it from the mountain so all souls can see it
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’
But I’ll know my song well before I start singin’
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard
It’s a hard rain’s a-gonna fall

Bob Dylan, A Hard Rain’s A-Gonna Fall

IL LEGAME CASA ABITANTE

Per noi esseri umani abitare “non è solo stare ma anzitutto esserci1”. Un esserci che implica costruire relazioni con ciò che si trova intorno a noi. Vivendo costruiamo infatti legami significanti e creiamo quello che chiamiamo mondo. Non si tratta di un modo di vivere passivo, anzi, è proprio il contrario. Lo spazio che abitiamo non è una porzione di luogo dove risiediamo inermi: noi lo modifichiamo fortemente e al contempo ne siamo modificati. Pensare al nostro esserci (e al nostro abitare) in questa prospettiva doppiamente relazionale ci può aiutare nel ricalibrare la distinzione, tipicamente occidentale, tra essere umano e natura.

Tra queste due rappresentazioni, che il pensiero occidentale moderno ha nettamente diviso e contrapposto, esiste quindi una forte connessione.

Una connessione che trova il suo punto di raccolta massimo nella casa, il “luogo antropizzato per eccellenza2”. Tuttavia, spesso non facciamo caso a questo e intendiamo la casa solamente come un insieme di mura con porte e finestre coperte da un tetto.

Dovremmo piuttosto tenere in considerazione che “come costruiamo lo spazio ci identifica e modifica i nostri comportamenti in modo concreto3”. Dove abitiamo ci caratterizza nel profondo e contribuisce fortemente a creare chi siamo: il nostro modo di essere riflette il (e si riflette nel) luogo in cui viviamo. La casa è dunque uno spazio fondamentale per capire l’essere umano: tra questa e з suз abitanti vi è unità inscindibile.

1 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, edd editore, Torino, 2021, p. 97
2 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 37
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino

Dove abitiamo ci caratterizza nel profondo e contribuisce fortemente a creare chi siamo

UN CROLLO IMMAGINATO E SUBLIME

Il legame profondo tra casa e abitante è centrale nel racconto horror Il crollo della casa degli Usher, scritto da Edgar Allan Poe nel 1839. La storia, raccontata in prima persona, ruota attorno alla visita da parte di uno sconosciuto narratore a un amico d’infanzia, Roderick Usher, deperito a causa di una malattia nervosa.

Il luogo in cui si svolge l’intera vicenda è la diroccata casa di Roderick, la quale appare già dalle prime pagine come la vera protagonista. Alla prima vista della casa del vecchio amico, il narratore esterna in maniera inequivocabile ciò che prova: “un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito1”. Il sentimento preponderante è quello dell’inquietudine, provocato dal trovarsi di fronte a una casa oramai in rovina e che sembra celare oscuri segreti. Ma c’è spazio anche per la malinconia che, legando in maniera stringente la casa allo splendore passato, determina l’impossibilità di guardare al futuro. L’immagine che la casa dà di sé riflette il (e si riflette nel) suo proprietario. “Temo gli avvenimenti del futuro non di per sé stessi, ma per i loro risultati2”; queste parole pronunciate da Roderick ci consentono di capire molto della sua persona. È un uomo che evidentemente ha una forte paura dell’avvenire e che continua a vivere in un presente stagnante. L’incapacità di affrontare il futuro accomuna dunque il proprietario con la casa in cui abita e dalla quale non esce mai.

Una casa che porta i segni del passare del tempo e che sembra prossima a cadere: già dalle prime pagine è chiaro infatti come sia per questa che per Roderick non c’è possibilità di salvezza. Ma il legame che unisce Roderick alla sua casa è quasi biologico; è un legame che si percepisce anche a livello fisico. Se la casa ha “i muri squallidi e le finestre simili a occhiaie vuote3”, a caratterizzare Roderick è “il pallore spettrale della pelle e la luminosità irreale dell’occhio4”. La casa e il suo proprietario stanno seguendo il medesimo processo di decadenza. Tra i due vi è una connessione così profonda che non si spezza nemmeno nel momento dell’inesorabile fine. Nella conclusione Roderick muore, il narratore scappa e, voltandosi, vede la casa crollare su sé stessa:

Mentre guardavo, questa fessura rapidamente si allargò, il turbine di vento infuriò in un supremo anelito, tutta l’orbita del satellite si rivelò improvvisa alla mia vista, il mio cervello vacillò, mentre i miei occhi vedevano le possenti mura spalancarsi, s’intese un lungo tumultuante urlante rumore simile al frastuono di mille acque, e il profondo stagno ai miei piedi si chiuse cupo e silenzioso sui resti della “Casa degli Usher”5.

Un racconto che si conclude tragicamente con un crollo e che, grazie alla narrazione di Poe, viviamo in prima persona. Di fronte al crollo della casa degli Usher noi, come il narratore, non possiamo che rimanere immobili, incapaci di reagire a un evento propriamente sublime che ci ipnotizza e ci costringe con forza ad ammirarlo. Il crollo immaginato da Poe, climax emotivo di questo racconto dai tratti gotici, dà una forte scossa finale aз lettorз, al punto da renderlo incapace di uscire dalla narrazione senza provare un minimo turbamento.

Va fatta però una considerazione: una volta che chiudiamo il libro e lo riponiamo sullo scaffale, riusciamo a tornare in noi; dopo un profondo respiro possiamo tornare alla normalità. La situazione è completamente diversa quando i crolli riguardano le case in cui vivono persone in carne e ossa.

1 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 97
2 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 101
3 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 98
4 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 100
5 E.A. Poe, Racconti, De Agostini, Novara, 1990, p. 111

DI FRONTE A CROLLI REALI

Se crollano le case reali, cadono le certezze di tutta una vita; e riprendersi non è così semplice come superare quanto ci racconta Poe. Quando si è spettatorз del crollo della propria casa si è testimoni di un’esperienza che agisce nel profondo, e tornare alla normalità può essere estremamente faticoso. Ciò che si prova è atroce e, per chi l’ha vissuto direttamente, inesprimibile, perché “la casa è un bisogno primario1”. Lo stesso che hanno provato migliaia di persone in Italia tra l’agosto del 2016 e il gennaio del 2017.

Quattro scosse sismiche hanno infatti provocato 303 mortз, 388 feritз e oltre 40’000 sfollatз in quattro regioni italiane. 40’000 persone che hanno perso il luogo più denso di relazioni che possedevano, al quale erano più legate.

Nella realtà, di fronte al crollo è difficile rimanere in sé e i segni restano addosso come cicatrici. È molto comune infatti che al seguito della caduta della propria casa sopraggiungano disagi psicologici come disturbi del sonno, stress e ansia. A riferirci questo è Emanuele Sirolli, psicologo aquilano, che nel 2016 ha organizzato colloqui per gli sfollati di San Benedetto del Tronto, paese colpito dalle scosse sismiche. Lo psicologo osserva2 come eventi di questo tipo aumentino l’abuso di alcol, in particolare tra з giovani, mentre nз anzianз lo sradicamento può arrivare a causare disturbi neurologici. Continua Sirolli, a livello psicologico è molto difficile rimanere nel territorio colpito dal terremoto, anche se sarebbe meglio farlo da un punto di vista sociale, per tenere insieme la comunità. Come si evince, essere sradicati comporta alte probabilità di alienazione.

Ma essendo la casa una necessità non si può restarne senza e di fronte a questa mancanza si deve reagire, anche cercando possibili risposte in ciò che ci può apparire inusuale. Una risposta di questo tipo è l’autocostruzione, una pratica ancestrale ma ormai ampiamente dimenticata. Costruire direttamente la propria casa era infatti qualcosa di estremamente comune fino a due secoli fa, che oggi si è perso con “l’essere diventati sempre più homo comfort 3”.

Ma si deve anche considerare che, in questo momento storico, l’autocostruzione è fortemente osteggiata dai governi, tanto da apparire agli occhi di molti come sospetta e incomprensibile. Vengono attuate decise azioni repressive nei confronti di chi vuole costruire da solз, essendoci un’idea di esclusività per la quale solamente lo Stato ha il diritto di scegliere dove, come e quando costruire. Questo protagonismo però non funziona nel momento in cui la promessa della ricostruzione che lo Stato dà aз sfollatз non può essere mantenuta e si è costrettз a vivere in containers e tendopoli. L’autocostruzione vuole essere una risposta precisa e puntuale a queste carenze. Infatti, nel momento in cui з proprietariз di una futura casa intraprende la costruzione con le sue mani, accresce la propria consapevolezza del luogo in cui abiterà. L’autocostruzione è un modo per far tornare la casa “il luogo dell’essere, dell’individuo, della sua famiglia, della sua comunità4”. E non è solamente la casa a costruirsi ma anche l’identificazione tra la comunità che lì abiterà e il territorio stesso.

L’autocostruzione offre dunque la possibilità di ragionare concretamente e in prima persona sul territorio in cui si vive. Si tratta di un’occasione importante perché oggi risulta fondamentale ripensare il nostro legame con il territorio. L’autocostruzione, nella libertà che la caratterizza, offre la possibilità di cambiare il modo di realizzare le case, utilizzando materiali più sostenibili e scoprendo nuove alternative. Come afferma Andrea Staid5, usare legno, paglia, terra, canapa consente di costruire case che si fondono in maniera armonica con il territorio poiché si tratta di materiali efficienti, innocui e che si reperiscono direttamente nei luoghi in cui si costruisce. Ripensare come costruiamo le case è una componente primaria e fondamentale per fronteggiare la crisi ecologica, uno dei più grandi problemi del nostro tempo.

1 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 19
2 Gli sfollati del terremoto tra disagio e voglia di una vita normale, Internazionale https://www.internazionale.it/reportage/alessandro-chiappanuvoli/2016/12/17/terremoto-marche-sfollati-accoglienza
3 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 52
4 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021, p. 94
5 A. Staid, La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire, Add editore, Torino, 2021

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